D’Alessandro e i “cervelli in fuga”: i ricercatori ci scrivono. La nostra risposta

L’articolo sulla ricercatrice che ha rifiutato i complimenti del ministro Giannini ha scatenato un forte dibattito online. Pubblichiamo un articolo di Exploit Pisa apparso su Dinamo Press e la risposta del direttore Francesco Cancellato

Ricercatori Universita

ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

18 Febbraio Feb 2016 1101 18 febbraio 2016 18 Febbraio 2016 - 11:01
Tendenze Online

L’articolo “Cara Roberta, se la ricerca in Italia fa schifo la colpa è anche un po' tua”, pubblicato su Linkiesta lunedì 15 febbraio ha scatenato un’ondata di polemiche in rete e di reazioni, la maggioranza delle quali molto critiche sulla posizione del direttore del giornale. Il collettivo Exploit Pisa ha pubblicato su Dinamo Press una risposta al nostro articolo dal titolo "Non è un paese per giovani. E la colpa non è nostra”. In accordo con la redazione di Dinamopress.it, pubblichiamo sia il loro articolo, sia la contro-replica di Francesco Cancellato. Auspicando, con questo, che il dibattito prosegua. E rendendoci sin da ora disponibili a ospitare ulteriori contributi sul tema.

Non è un paese per giovani. E la colpa non è nostra
Una risposta a Francesco Cancellato (Linkiesta) da chi le lotte contro la distruzione dell'università e della ricerca le ha fatte davvero. Tutte quante

di Exploit Pisa

(tratto da Dinamo Press)

Il giorno dopo i complimenti pubblici rivolti sui social dal ministro dell'istruzione Giannini ai 30 ricercatori italiani vincitori di un'importante fondo di ricerca europeo, è diventata virale in rete la risposta di Roberta D'Alessandro, vincitrice di uno di quei fondi: più della metà di quei "cervelli", sostiene la ricercatrice, non è più in Italia, ma sta conducendo studi con altre università europee.

Non ci interessa qui soffermarci sul post in risposta al ministro, nel quale la ricercatrice sottolinea come in Italia sia stata scavalcata da altri che in fondo non si “meritavano” di passarle avanti: sappiamo bene che la meritocrazia, spesso indicata come panacea dei mali della ricerca e dell'università italiana, è in realtà uno strumento per creare divisioni tra i pochi che “eccellono” e i molti a cui sono riservate le macerie. E non ci interessa neppure ripetere il ritornello per cui chi lascia l'Italia è da ritenersi “cervello in fuga”, mentre chi rimane è pur sempre un “bamboccione”, quando è invece evidente che il futuro dentro e fuori l'università in Europa è sempre più precario.

Vogliamo piuttosto porre l'accento su altro: mentre il ministro Giannini provava a rimediare alla figuraccia, c'è chi crede di aver trovato il vero colpevole delle condizioni disastrose in cui versano università e ricerca in Italia. Francesco Cancellato, il direttore de Linkiesta, ci aiuta a trovare i responsabili.

Non si tratta della graduale ma inesorabile riduzione dei finanziamenti all'Università e alla ricerca, imposti da svariati ministri, tra i quali ricordiamo l'amatissima Gelmini, che oltre alle mobilitazioni del 2010 ci ha regalato il via libera a una riduzione del Fondo Finanziamento Ordinario e il blocco del turnover, o del ministro Poletti, che sostiene che la ricerca sia un'attività prevalentemente formativa e dunque slegata dall'indennità di disoccupazione. Non si tratta nemmeno di una classe dirigente che trova i soldi solo per grandi opere, spese militari e per l'emergenza del mese. Nemmeno si può dare la colpa ad un sistema universitario sempre più clientelare, in cui lo sfruttamento del lavoro sottopagato o non retribuito sta diventando il pilastro che sostiene la ricerca.

Niente di tutto questo attira l’attenzione di Cancellato, che ci propone un’altra ricostruzione dei fatti: “Cara Roberta, se la ricerca in Italia fa schifo la colpa è anche un po' tua”. Sua, perché non ha fatto i nomi e cognomi dei raccomandati, non si è sacrificata sull'altare dell'onestà intellettuale. Poi, ci esorta il giornalista, "scendete in piazza, piuttosto", invece di “stare zitti, incassare, tuttalpiù scappare e, se si è bravi, fare carriera altrove”.

Forse l'autore non era presente, ma di lotte contro lo sfacelo dell'università e contro la precarietà ce ne sono state parecchie negli ultimi anni. Tanti e tante hanno provato a "farsi sentire", anche senza essere "al sicuro in Olanda e con un sostanzioso assegno di ricerca in mano"

Forse l'autore non era presente, ma di lotte contro lo sfacelo dell'università e contro la precarietà ce ne sono state parecchie negli ultimi anni. Tanti e tante hanno provato a "farsi sentire", anche senza essere "al sicuro in Olanda e con un sostanzioso assegno di ricerca in mano", e l'hanno fatto ricevendo in risposta solo false promesse, quando non manganelli e denunce. D'altro canto il campanello d'allarme sulle condizioni degli atenei sembra trillare solo quando un brillante ricercatore vince qualche premio in un paese straniero, e non quando centinaia di studenti denunciano di non avere più accesso alle borse di studio, dipinte ormai più come premi che come diritti.

Oggi Linkiesta ci ha insegnato che l'Italia non è solo il Paese della nuova emigrazione, dove quasi un giovane su tre non ha lavoro, e gli altri si perdono nella giungla di contratti precari post-jobs act, dove chi misura le onde gravitazionali è un precario da 1500 euro al mese. L'Italia è anche il Paese in cui un giornale online si può permettere di cercare visualizzazioni accusando i giovani allo stesso modo dei ministri che di volta in volta si sono arrogati il diritto di fare a pezzi una generazione: choosy, fannulloni, troppo attenti al 110 e Lode, ora anche colpevoli di "preferire la fuga alla lotta"!

Andare all'estero è una scelta legittima come tante altre: non esistono gli eroi che restano e i vigliacchi che fuggono, come non esistono i brillanti che fuggono e gli sfigati che restano. Esistono però l'arroganza e il disprezzo con cui giornalisti, ministri e baroni da anni continuano a sputare addosso a un'intera generazione.

Caro Francesco Cancellato, se questo non è un Paese per giovani, forse la colpa è anche un po' tua.

Christopher Furlong/Getty Images

L’Italia non è un Paese per giovani? Facciamo sì che lo diventi
Perché il successo di Roberta D’Alessandro è solo suo, perché andare all’estero non è un atto politico e perché se non si è parte della soluzione si è parte del problema. Vale per i ricercatori, come per i giornali

di Francesco Cancellato

«Hai toccato un nervo scoperto». Così mi è stato detto, dopo che l'articolo dal titolo "Cara Roberta, se la ricerca fa schifo in Italia è un po' colpa tua” è stato massacrato sui social network. E forse è vero, in fondo. Perché da qualunque parte la si guardi - quella di chi sta, quella di chi va - la questione dei ricercatori universitari è un nervo scoperto. Sia che abbiano soldi e successo altrove. Sia che non li abbiano qui.

E forse, quando si tocca un nervo scoperto, bisogna stare attenti a come lo si fa. Non con l'accetta di un titolo aggressivo e, certo, poco garbato per chi ne è il destinatario. E nemmeno rischiando di sbeffeggiare chi ha ingoiato calici amari e chi li sta ancora ingoiando. Precauzione che io non ho avuto, e mal me n’è incolto. Ben mi sta e me ne scuso.

Però. Però la questione, al di là del galateo, esiste ed è sul tappeto. Perché è evidente che un moto di orgoglio collettivo per una giovane ricercatrice expat di successo che risponde a tono a un ministro può, sui social network, assurgere a rappresentazione teatrale, simbolica di una rivalsa collettiva contro la politica, i baroni, l'establishment. Ma nella realtà dei fatti non lo è, nemmeno un po'.

E non lo è perché il successo di Roberta D'Alessandro è suo, e solo suo. Perché la sua denuncia ex post non le ridarà un bel nulla di quel che ha perso in passato, né tantomeno cambierà il destino di chi sta subendo le medesime ingiustizie, qui e ora. Non lo è perché non fa altro che attestare l'unica via di fuga possibile, allo stato attuale, contro lo status quo: andarsene e riscattarsi individualmente. E poi, eventualmente, prendersi qualche rivincita. Perché il sistema, in Italia, non si può cambiare.

Eccoci al punto. Il sistema non si può cambiare? Se devo basarmi sulle opinioni che ho raccolto in questi giorni, la risposta è no. È no per persone di valore che di università sanno più e meglio di quanto sappia io, come Michele Boldrin ed Emanuele Ferragina, secondo cui i ricercatori - banalizzo - non sono dei rivoluzionari e come tali non vanno trattati. È no anche per i molti ricercatori che mi hanno scritto, criticandomi pesantemente, il più delle volte, sui social network o via posta elettronica e che mi imputano soprattutto il fatto di non poter sapere quel che loro hanno passato, o stanno passando. Parlano dell'università, certo. Ma parlandone, parlano dell’Italia. Un Paese che così com’è non gli piace e nel quale si sentono privi di voce e spazio politico. Perché non gliene danno, dicono. I politici per primi. E i media, poi.

I nostri ricercatori sono un corpo professionale, sociale, demografico che, nei fatti, non è altro che la copia carbone del nucleo originario di un movimento come Podemos

Potrebbero prenderselo, però, quello spazio e quella voce. Altrove, del resto, se lo sono preso ed era gente uguale a loro. I nostri ricercatori sono un corpo professionale, sociale, demografico che, nei fatti, non è altro che la copia carbone del nucleo originario di un movimento come Podemos. Un movimento nato pochi anni fa nelle aule delle università madrilene e che ha preso più di un quinto dei voti alle ultime elezioni iberiche. Là, quel corpo sociale è partito dagli atenei, è passato dalla piazza degli indignados, a Puerta del Sol, si è preso la Spagna e, insieme al suo omologo di centro destra Ciudadanos, promette di cambiare radicalmente - non solo di ringiovanire - la classe dirigente del Paese.

Da noi, probabilmente, manca la consapevolezza che invece ha animato sin dall'inizio l'azione di Pablo Iglesias e dei suoi. Più precisamente, quel tipo di consapevolezza che fa dire che se non provo a cambiare le cose sono parte del sistema vigente, sia che di quel sistema io interpreti la parte della vittima impotente, o quella di chi ce l'ha fatta altrove. O quella del giornalista col ditino alzato. O quella di chi gli risponde indignato per leso vittimismo. O quella di chi di fronte a tutto questo, chiude il browser, annoiato da tanta inconsistenza.

Quindi sì, se la ricerca fa schifo, e con lei pure l’Italia, la colpa è anche un po' nostra, e mi ci metto anche io, insieme a Roberta, a Silvia (su Linkiesta), a voi e a chiunque mi abbia scritto e criticato, in questi giorni. Meno, ovviamente, è colpa di chi ci ha provato, non riuscendo tuttavia a ottenere quel che voleva. Di mio, come giornale, posso metterci uno spazio mediatico in più, per dar voce alle proteste e alle proposte di chi ci sta provando, ad avere spazio e voce. Cosa che abbiamo fatto, in passato, e che di sicuro faremo ancora di più. Ma voi - perdonate l'ardire di un consiglio - fatelo ancora di più. Perché ce n’è bisogno. Perché se non si è parte della soluzione, si può essere solo parte del problema. Vale per noi, così come vale per voi. Tertium non datur.

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