Il terrorismo nasce in Europa e si batte come negli Anni di Piombo

Inutile chiudere le frontiere. Paesi come Italia e Germania negli Settanta hanno sconfitto il terrorismo gestendo i pentiti e creando una legislazione apposita. Il confronto con l’esperienza della lotta alle Br dà tutta la misura dell’incompetenza belga nel trattare l'affare Salah

Bruxelles Attentato

(EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

22 Marzo Mar 2016 1220 22 marzo 2016 22 Marzo 2016 - 12:20

Bruxelles, di nuovo. E il bandolo della matassa che non si vede, perché mai come questa volta il terrorismo terrorizza davvero. L’areoporto. Le stazioni della metropolitana. I morti casuali, non a Raqqa ma nella città teoriocamente più blindata d'Europa, dove fino all'altro ieri i capi di tutti gli Stati continentali erano allo stesso tavolo per discutere di guerra, profughi e accordi con la Turchia che “ci metteranno in sicurezza”.

Bruxelles e le autorità di Bruxelles, ancora una volta. Che trovano il super-ricercato Abdeslam Salah quasi per caso, e quarantott'ore dopo, sull'onda di un'irresponsabile conferenza stampa, già fanno filtrare che forse è pentito, forse collabora: un delirio esibizionistico che si rivela oggi autolesionismo suicida. Perché i complici non scappano, alzano la posta. Non si nascondono, accelerano i piani. Non attraversano frontiere, ma prendono la metro verso il centro nella replica automatica di qualsiasi centrale terrorista: alzare il livello dello scontro e demolire in una nuvola di fumo l'idea di una falla nella loro avanzata.

Il vero nocciolo della permeabilità europea a questa nuova stagione di bombe è il rifiuto di ammettere che, oltre l'emergenza profughi e la guerra lontana, esista un terrorismo endogeno, nazionale, e che vada combattuto con i metodi classici che si usano in questi casi

Il Belgio (ma non solo) ha largamente dimostrato di non possedere le competenze minime per fronteggiare il terrorismo. Ma non è il solo. Il vero nocciolo della permeabilità europea a questa nuova stagione di bombe è il rifiuto di ammettere che, oltre l'emergenza profughi e la guerra lontana, esista un terrorismo endogeno, nazionale, con il passaporto europeo in tasca, regolarmente residente, e che vada combattuto con i metodi classici che si usano in questi casi. L’Unione ha preferito giocare con l'allarme-frontiere piuttosto che occuparsi con serietà delle polveriere che crescono nelle sue periferie e dei non-immigrati con il kalashnikov che vivono da due o tre generazioni dentro i suoi confini. Ora ne paga il prezzo, e ancora una volta è un prezzo amarissimo.

A questa Unione senza memoria sembra impossibile (o forse non fa comodo ammetterlo) che il nemico sia nato in casa sua, sia cresciuto nelle sue scuole, lavori o sia disoccupato nelle sue banlieu, e sotto la vernice di un'approssimativa cultura condivisa, sia pronto a fare strage nei suoi bar e nelle sue piazze. Eppure ogni nazione europea ha conosciuto nell'arco della seconda metà del Novecento fenomeni di terrorismo interno talmente significativi da cancellare per sempre l’idea che avere la stessa cittadinanza, frequentare gli stessi college, le stesse palestre o gli stessi muretti costituisca un antidoto alle scelte di radicale contrapposizione all'ordine costituito e alla democrazia stessa.

L’Unione ha preferito giocare con l'allarme-frontiere piuttosto che occuparsi con serietà delle polveriere che crescono nelle sue periferie e dei non-immigrati con il kalashnikov che vivono da due o tre generazioni dentro i suoi confini. Ora ne paga il prezzo, e ancora una volta è un prezzo amarissimo

Tra il 1968 e il 2012 l'Italia è stata insanguinata da più di 14mila attentati. Nel 1980, in un unico anno, 120 italiani sono morti in attentati terroristici perpetrati da altri italiani. Tra il 1974 e il 1988 le Br hanno rivendicato 86 omicidi. Renato Curcio calcola che circa mille persone siano state inquisite per avere fatto parte della sua formazione, alle quali ne vanno aggiunte altrettante dei vari gruppi armati che dalle Br si staccarono. Tutti italiani, con passaporto italiano, così come erano tutti tedeschi con passaporto tedesco i responsabili dell'Autunno nero della Germania, che lasciò a terra morti 34 bersagli nel 1977 e nel biennio tra il ’73 e il ’75 produsse oltre 300 attentati. Tutti cittadini della Gran Bretagna, lì nati e cresciuti, quelli che nel 1972, anno clou del conflitto nordirlandese, uccisero in attentati 467 loro connazionali, facendo strage in pub, supermercati, manifestazioni e ovunque ci fosse modo di massimalizzare il danno.

La democrazia non è di per se stessa un antidoto al terrorismo. Né la nazionalità, la provenienza vicina o lontana, conta più di tanto: non ci fu bisogno di essere russi per ammazzare in nome della dittatura del proletariato, né di essere greci per mettere bombe inneggianti ai Colonnelli. C'erano frontiere chiuse, chiusissime, blindate, quando tra i '70 e gli '80 il terrorismo europeo andava ad addestrarsi in Algeria, Cile, Nicaragua, nell'Europa dell'Est o in mezzo Sudamerica. Le bombe attraversarono posti di dogana rigidissimi, dove si faceva la coda per morstrare il passaporto, e serviva il bollo, e la perquisizione era autorizzata anche per una stecca di sigarette non dichiarata.

La lotta al terrorismo l'Europa l’ha fatta, e vinta (spesso con sistemi spregiudicati) quando ha riconosciuto con realismo la sua natura. Quando ha smesso di interrogarsi sull'ideologia, ha usato il pragmatismo dei servizi, ha prodotto leggi ad hoc per demolire le organizzazioni, i gruppi e i gruppuscoli

Tutto questo per dire che la lotta al terrorismo l'Europa l'ha fatta, e vinta (spesso con sistemi spregiudicati) quando ha riconosciuto con realismo la sua natura. Quando è andata oltre la propaganda degli opposti fronti della Guerra Fredda, che tenevano impantanata ogni contromossa parlando di “sedicenti Br” e “fantomatiche piste nere”. Quando ha smesso di interrogarsi sull'ideologia, ha usato il pragmatismo dei servizi, ha prodotto leggi ad hoc per demolire le organizzazioni, i gruppi e i gruppuscoli.

E allora, tornando al Belgio, all’arresto di Salah e all’alta probabilità che questi attentati siano collegati all’anticipazione di un suo “pentimento”, viene in mente un analogo episodio tutto italiano: l’arresto del brigatista Patrizio Peci da parte del generale Carlo Dalla Chiesa, il 18 febbraio 1980. Peci era una figura di un certo rilievo, aveva partecipato a gambizzazioni, pedinamenti, agguati. Fu interrogato in segreto, parlò, non fuggì una sillaba sul fatto che avesse parlato, e un mese dopo, quando su sua indicazione si fece irruzione nel covo terrorista di Via Fracchia a Genova, fu chiaro che qualcuno aveva fatto la spia, ma ancora per mesi non si seppe chi. Ecco, basta ricordare quella storia per avere la misura dell’incompetenza belga nel trattare l'affare Salah, e dell'insensato protagonismo che ha spinto a magnificarne le confidenze prima ancora che avesse aperto bocca.

Il vecchio modello di contrasto al terrore è riproponibile? È un'esperienza a cui attingere? Lo dicano gli esperti. Ma cominciamo a mettere un punto fermo nelle cose: non si batterà nessun nemico, né interno ne' esterno, con la retorica del “tutti uniti”, mostrando il petto ai funerali o – peggio – nelle conferenze stampa.

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