Gli incubatori

Le periferie dove nasce il jihadismo europeo

Da Saint Denis a Molenbeek, sono quartieri dove esiste un forte controllo del territorio. Come a Scampia o nelle Little Italy americane degli anni Venti. Per l’Italia, invece, il pericolo viene dalla provincia

Molenbeek

Rue de la Carpe a Molenbeek, Bruxelles (Getty Images/NICOLAS MAETERLINCK/Stringer)

24 Marzo Mar 2016 0810 24 marzo 2016 24 Marzo 2016 - 08:10
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Molenbeek, Saint Denis. I francesi le chiamano “Zus”, Zone urbane sensibili. O banlieue. Gli inglesi preferiscono “no-go zone”, dove i poliziotti non possono entrare senza creare tensioni. Quartieri con una forte presenza musulmana, che hanno fatto da base operativa per gli ultimi attacchi terroristici all’Europa. Stati nello Stato, nati nelle periferie degradate delle città, tra alienazione sociale e disoccupazione.

Da Saint Denis, Parigi, venivano gli attentatori di Charlie Hebdo e gli stragisti del Bataclan. A Molenbeek, Bruxelles, Salah Abdeslam si è nascosto per quattro mesi. Quartieri che, negli anni, sono diventati gli incubatori del jihadismo di casa nostra. Mentre la coalizione internazionale era impegnata a colpire i terroristi in Medio Oriente e Nord Africa, nelle roccaforti europee il radicalismo islamico faceva proseliti. E se è vero che «la radicalizzazione franco-belga ha radici culturali e storiche diverse da quelle del resto dell’Europa, è anche vero che la combinazione del proselitismo dello Stato islamico e dell’alienazione socio-economica di una parte della popolazione musulmana potrebbe favorire la radicalizzazione anche altrove», dice Marco Di Liddo, analista del Centro studi internazionali (Cesi). Di potenziali Molenbeek e Saint Denis è piena l’Europa. Da Londra a Berlino. Italia compresa.

In queste aree si è creata una filiera jihadista con un forte controllo del territorio paragonabile ai quartieri italiani in mano alla camorra come Scampia o alle Little Italy americane degli anni Venti

Dall’ideologia marxista all’Isis

«Le banlieue parigine sono sacche in cui una popolazione diversa da quella francese, proveniente per lo più dalle vecchie colonie, ha trovato casa a prezzi più bassi, creando così le proprie comunità», spiega Di Liddo. La distanza dal centro, per questi quartieri, non è solo geografica ma anche sociale. Non è un caso che «le banlieue in passato erano le periferie rosse della protesta socialista». L’ideologia marxista, poi, è stata sostituita dal revival islamico della rivoluzione di Khomeini. «E così la popolazione franco-maghrebina ha iniziato a cercare il proprio riscatto attraverso la rivalutazione delle radici culturali e religiose, in uno Stato il cui modello di cittadinanza si basa invece sul laicismo e sull’assimilazione delle diversità». Le prime proteste nelle banlieue parigine sono montate negli anni Ottanta, e si sono ripetute nel 2005, quando Nicolas Sarkozy era ministro degli Interni. In questi anni, prima al Qaeda, poi l’Isis, «qui hanno saputo manipolare il malcontento sociale e i problemi legati alla disoccupazione», dice Di Liddo. Mentre l’Islam moderato non è riuscito a fare breccia. Solo in Francia, le Zus censite sono 750. Concentrate anche tra Marsiglia e Lione.

E in Belgio, il meccanismo è stato simile. «Con la differenza», spiega Di Liddo, «che non solo si sono creati quartieri ghetto come Molenbeek, ma anche sacche estremiste nei centri rurali». Come Verviers, dove nel gennaio 2015 è stata smantellata una cellula terroristica il cui capo proveniva proprio da Molenbeek.

Il problema per l’Italia potrebbe venire dai paesini della provincia spopolati che si stanno ripopolando con l’immigrazione. Accade per esempio nelle campagne venete e nelle zone prealpine, dove gli affitti delle case sono più sostenibili

Il controllo del territorio come quello camorristico

«In queste aree si è creata una filiera jihadista con un forte controllo del territorio paragonabile ai quartieri italiani in mano alla camorra come Scampia o alle Little Italy americane degli anni Venti», dice Di Liddo. «Salah a Molenbeek è stato protetto per quattro mesi. E lo stesso quartiere ospitava l’intera regia degli attacchi di Parigi, dalla fabbricazione di giubbotti esplosivi allo stoccaggio delle armi, fino al controllo delle operazioni. Simili attività sono possibili esclusivamente se la vigilanza dello Stato è debole e se c’è il controllo del territorio». Magari con l’omertà di alcuni, e la paura di ritorsioni di altri. Quando il 18 marzo la polizia è entrata a Molenbeek per arrestare Salah Abdeslam, alcuni abitanti del quartiere hanno protestato.

D’altronde Molenbeek non nasce oggi. Il quartiere ha fatto da base operativa per jihadisti del calibro di Abdessatar Dahmane, uno degli assassini di Ahmad Shah Massoud, combattente contro il regime talebano in Afganistan, e anche per Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan el-Haski, i cervelli degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004. E Amedy Coulibaly, tra gli attentatori di Parigi nel gennaio 2015, si è procurato armi ed equipaggiamento proprio dove Salah Abdeslam è stato catturato.

Eppure «anche Londra, Francoforte, Berlino hanno le proprie enclave a rischio», dice Di Liddo. Il Foglio le ha chiamate “le mille e una Molenbeek d’Europa”. In Gran Bretagna si parla di “Londonistan” per indicare città come Birmingham, Liverpool e Leeds. L’Olanda ha censito 40 “no-go zone”. Mentre a Berlino il quartiere sotto la lente dell’intelligence è Neukolln, a sud del centro. «Le periferie delle grandi città tedesche, danesi, olandesi, inglesi, svedesi e italiane potrebbero presentare analoghe problematiche», spiega Di Liddo.

Le periferie italiane

Con una differenza. «In Italia non abbiamo periferie paragonabili a quelle parigine. Ci sono quartieri più o meno problematici, ma non abbiamo le banlieue. Le nostre città sono più piccole e hanno conformazioni urbanistiche differenti». Il problema per l’Italia «potrebbe venire invece dai paesini della provincia spopolati che si stanno ripopolando con l’immigrazione». Accade per esempio nelle campagne venete e nelle zone prealpine, dove gli affitti delle case sono più sostenibili che nelle città. «Se su tremila abitanti, mille sono musulmani, l’identità del paese cambia», dice Di Liddo. «Ed è qui che potrebbe annidarsi il rischio di radicalizzazioni». Anche se, precisa, «la religione non c’entra. Non è uno scontro di civiltà, piuttosto uno scontro di classe su cui gli estremisti soffiano».

La Fondazione Leone Moressa nel 2015 ha realizzato una mappa delle città italiane a “rischio banlieue”, cioè le città in cui l’integrazione degli immigrati è più a rischio. Incrociando dati le differenze retributive tra italiani e immigrati, grado di integrazione, tasso di acquisizione della cittadinanza e disoccupazione, è venuto fuori che le città più “a rischio banlieue” sono Bologna, Trieste e Trento. A Nord, più che al Sud, si registra mediamente un divario socioeconomico maggiore tra italiani e stranieri, che aumenta il rischio di esclusione sociale. Solo a Bologna, ad esempio, gli immigrati guadagnano in media 3mila euro in meno degli italiani.

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