Jobs Act, finiti gli incentivi crollano le assunzioni

Quasi 330 mila contratti nei primi mesi del 2016: -27% rispetto all'anno precedente. Il problema rimane sempre il solito: il costo. E così rinasce il precariato

Fila

BAY ISMOYO/AFP/Getty Images

21 Giugno Giu 2016 0845 21 giugno 2016 21 Giugno 2016 - 08:45
WebSim News

Una notizia passata pressoché inosservata ci rivela come l’Inps abbia diffuso i dati relativi all’andamento dei contratti stipulati nei primi quattro mesi dell’anno 2016. Il numero complessivo ammonta a 330.000 nuovi contratti di lavoro. Apparentemente un dato positivo. In verità, dietro a questo rilievo statistico incoraggiante si nascondono più di una amara verità.

In primo luogo si osserva una sostanziale diminuzione dei nuovi contratti rispetto al precedente anno. Addirittura il 27% in meno rispetto al 2015. Il che conferma – a questo punto senza possibilità di smentita - quello che molti previdenti osservatori avevano rilevato fin dall’emanazione del provvedimento. Pur venendo tacciati di pessimismo cosmico.

In assenza di una decisa ripresa dell’economia, una volta finiti i generosi sgravi contributivi, è ripreso l’andamento degli anni precedenti e le assunzioni sono tornate nello stato di torpore dei tempi più bui; financo a quelli drammatici del 2012. Il rilievo, chiarissimo di per sé, è poi confermato da un’altra novità: il contratto di apprendistato, praticamente scomparso nel corso del 2015 perché penalizzato dal maggior costo rispetto a quello del contratto a tutele progressive, ritorna in auge e registra un incremento deciso. Ancora è chiaro che la scelta del contratto è solo un problema di costo; e niente più.

Si osserva una sostanziale diminuzione dei nuovi contratti rispetto al precedente anno. Addirittura il 27% in meno rispetto al 2015. Il che conferma – a questo punto senza possibilità di smentita - quello che molti previdenti osservatori avevano rilevato fin dall’emanazione del provvedimento. Pur venendo tacciati di pessimismo cosmico

L’ottimista sarebbe portato a dire che ad ogni buon conto 330.000 contratti nuovi sono sempre un numero positivo. Una più attenta lettura dei dati mostra che anche in questo caso l’ottimismo deve subire una ennesima, pesante battuta di arresto. Infatti se i contratti son diminuiti, sono addirittura crollati i contratti a tempo indeterminato, che rappresentano ora non più del 22% del numero complessivo. Un dato davvero disarmante: solo 73.000 contratti a tempo indeterminato con una diminuzione rispetto all’anno precedente di un drammatico 78%. Si inverte quindi la proporzione rispetto allo scorso anno (anche – e pare una sorpresa ai più disattenti - con riferimento al periodo precedente il marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele progressive); quando furono 239.000 su un totale di 451.000 nuovi contratti.

Ma le brutte o bruttissime notizie non finiscono qui. Se i contratti stabili sono solo il 22%, il resto sono ovviamente contratti precari. E come tali potrebbero essere (anzi sono spesso) di breve durata. Nulla esclude quindi che uno stesso lavoratore possa concludere anche più di un contratto nel medesimo periodo di tempo. I 330.000 contratti non sono quindi 330.000 nuovi posti di lavoro.

Se i contratti stabili sono solo il 22%, il resto sono ovviamente contratti precari. E come tali potrebbero essere (anzi sono spesso) di breve durata. Nulla esclude quindi che uno stesso lavoratore possa concludere anche più di un contratto nel medesimo periodo di tempo

Possiamo quindi tirare le somme. È pressoché certo che l’incremento dei contratti a tempo indeterminato del 2015 debba essere messo in relazione al loro minor costo. E che finita la festa (se così vogliamo chiamarla) i datori di lavoro giustamente ritornano a stipulare contratti di durata temporanea, anche perché il costo di separazione rimane comunque più basso. Ma quello che è più grave è che l’effetto del Jobs Act, lungi di creare nuova occupazione, ha posto le basi per un nuovo precariato.

Viene quindi in mente il filosofo empirico tedesco, Wihlelm Wundt che, coniando l’espressione "eterogenesi dei fini” rilevò che - come spesso accade – si verificano spesso conseguenze non intenzionali ad azioni intenzionali. Naturalmente gli effetti del jobs act non si limitano a questo e le conseguenze sistemiche sono molto più ampie; e purtroppo anche più drammatiche per la tenuta sociale del paese. Magari ci sarà occasione per tornare su questo argomento che presto sarà nuovamente al centro del dibattito politico. Ne siamo certi.

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