Tasse

Equitalia fa schifo, ma chi l’ha sostituita sta peggio di prima

Annunciare l’abolizione della crudele Equitalia è diventato lo sport nazionale, nonostante siamo arrivati all’ottava proroga. Ma se ci sono esempi positivi di sostituzione dell’agenzia, ce ne sono tanti altri negativi. E molto spesso le tasse versate si sono perse nel nulla

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(Afp/Stringer)

21 Luglio Lug 2016 0828 21 luglio 2016 21 Luglio 2016 - 08:28

La “crudele” Equitalia – giustamente – è l’incubo di molti italiani. Non a caso annunciare la sua abolizione è diventato lo sport nazionale. In diretta su Facebook, a maggio 2016, Matteo Renzi aveva detto che la società partecipata da Agenzia delle entrate e Inps non sarebbe arrivata al 2018. Poi, dopo che il decreto Enti locali ne ha prorogato (per l’ottava volta dal 2011) l’esistenza, Renzi ha accorciato i tempi e ha promesso che sparirà a fine 2016. Dal Movimento cinque stelle hanno ricordato che loro l’abolizione l’avevano proposta già nel 2014, e che in dieci dei comuni che governano è stata sostituita da altre agenzie di riscossione. E in occasione delle ultime amministrative, molti candidati sindaco hanno promesso di sbarazzarsi dell’agenzia.

Ma non è oro tutto quello che non è Equitalia. Anzi, da Nord a Sud, gli esempi fallimentari delle alternative a Equitalia sono sotto gli occhi di tutti. Il ministero dell’Economia cancella e sospende di continuo le società dall’albo dei soggetti abilitati alla riscossione. Tra i motivi principali, c’è il mancato versamento dei tributi riscossi nelle casse comunali. Che significa che le società riscuotono le tasse dai cittadini e poi non le consegnano agli enti locali. E alla fine le casse pubbliche sono più vuote di prima.

Non è oro tutto quello che non è Equitalia. Anzi, da Nord a Sud, gli esempi fallimentari delle alternative a Equitalia sono sotto gli occhi di tutti

Italia de-equitalizzata

Era stata una legge del 2011 a prevedere che le amministrazioni comunali non avrebbero più dovuto affidare a Equitalia la riscossione (coattiva e spontanea) dei tributi. La scelta era tra la riscossione diretta o l’affidamento a terzi. La scadenza inizialmente era fissata al 1 gennaio del 2012, ma poi è slittata di volta in volta fino ad arrivare a fine 2016. A ogni scadenza, i comuni si sono fatti trovare puntualmente impreparati. Nel 2012, addirittura l’Anci, allora guidata da Graziano Delrio, aveva lanciato Anci Riscossioni, che però si rivelò un fallimento visto che non si riuscì a trovare nessun partner.

Ma ben prima che Renzi e grillini se ne accorgessero, uno dei primi sindaci ad abolire Equitalia era stato Luca De Carlo, sindaco di Calalzo di Cadore, comune di poco più di 2mila abitanti sulle montagne di Belluno. Dall’inizio del 2012 il piccolo comune ha affidato sia la riscossione dei tributi (attiva già dal 2010) sia quella dei crediti insoluti alla Unione montana Valbelluna. E dopo cinque anni, tirando le somme, i risultati sono positivi. «Il 95% dei cittadini paga l’Imu regolarmente. Una percentuale che è aumentata rispetto a quando avevamo Equitalia», racconta De Carlo. E il suo esempio è stato seguito da numerosi altri comuni limitrofi. Anche perché, senza gli aggi di Equitalia, il risparmio è assicurato. «Abolendo Equitalia abbiamo risparmiato 26mila euro l’anno, reinvestiti in bonus bebè, bonus libri e anche nel “bonus bollette” da 400 euro per chi non riesce a pagarle». Ma attenzione, dice il sindaco pioniere della crociata anti-Equitalia, «abolire Equitalia non è la soluzione a tutti i mali. Bisogna anche abolire i sistemi di coercizione di Equitalia, che non distinguono chi davvero non può pagare da chi invece fa il furbetto. Quando fanno le gare, le amministrazioni devono scegliere le società di riscossione non solo in base all’offerta economicamente più vantaggiosa, ma mettendo dei paletti che consentano al comune di fare da filtro sui soggetti». E questo, secondo De Carlo, si può fare creando dei «sistemi territoriali» sul modello delle unioni montane, «dove però ci sia comunque sempre un controllo pubblico».

A copiare il modello Calalzo, a settembre 2012 era stato proprio l’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi. Alla vigilia della partenza della campagna “Adesso” per le primarie del Pd, Renzi annunciò che anche Palazzo Vecchio si sarebbe “de-equitalizzato”. Nonostante l’idea non fosse stata proprio sua. La mozione, in effetti, era stata presentata dall’attuale consigliere di Fratelli d’Italia Francesco Torselli, ma la Commissione bilancio fiorentina, a maggioranza Pd, la bocciò. «Poi però Renzi lanciò la proposta in occasione della campagna elettorale e la mozione passò una sera, a pochi minuti dalla chiusura del consiglio, ma solo perché i renziani non erano in aula», racconta Torselli. Dal 2013 il comune di Firenze ha affidato così la riscossione alla partecipata Linea Comune. Con risultati positivi: «Non solo in termini di efficienza», dice Torselli, «ma anche per l’umanità del servizio. Se ti arriva a casa una cartella, vai nell’ufficio e puoi rateizzare qualsiasi cifra. Oltre al fatto che per il comune c’è un risparmio altissimo».

Numeri positivi sono quelli comunicati anche dal comune di Oristano, uno dei primi a sbarazzarsi di Equitalia nel 2012. Grazie al recupero dell’evasione, nel 2015 si è registrata una entrata maggiore di 750mila euro. Tarda invece ad arrivare il divorzio tra Equitalia e il comune di Napoli. La società “Napoli Riscossione” doveva partire a gennaio, come promesso dal sindaco Luigi De Magistris, ma ancora non se ne sa nulla.

Dal ministero delle Finanze spiegano che negli ultimi tre anni molte società di riscossione sono state cancellate dall’albo dei soggetti abilitati. I motivi più comuni sono i mancati versamenti delle tasse riscosse ai cittadini nelle casse comunali e i ritardi nei versamenti

Tasse rubate

Ma dove non c’è più Equitalia non è tutto rose e fiori. Anzi, le società private o miste alternative non sempre sono sinonimo di efficienza. Dal ministero delle Finanze spiegano che negli ultimi tre anni molte società di riscossione sono state cancellate dall’albo dei soggetti abilitati. I motivi più comuni sono i mancati versamenti delle tasse riscosse ai cittadini nelle casse comunali e i ritardi nei versamenti. Ergo, i soldi o non arrivano ai comuni, o arrivano in ritardo.

Tra le società sospese e poi cancellate, c’è anche la Aipa, Agenzia italiana per le pubbliche amministrazioni spa, che attraverso le sue società gestiva l’attività di riscossione dei tributi per 800 comuni italiani. Ora, come ha riportato L’Espresso, la procura di Milano e la guardia di Finanza stanno indagando su tre società collegate che sarebbero responsabili della scomparsa di 150 milioni di euro di imposte versate dai cittadini ma mai arrivate ai comuni. Soldi finiti tra intrighi finanziari, scuderie di cavalli e ranch tra Botswana e Wyoming. Tra i comuni più colpiti, ci sarebbero Foggia e Bologna, che all’Aipa, poi Mazal Solutions, avevano affidato anche la riscossione della tassa sui rifiuti.

Prima di questa vicenda, la madre degli scandali delle società di riscossione era stata quella di Tributi Italia, la prima società privata di riscossione per enti locali che, direttamente o attraverso società miste pubblico-privato, ha portato sull’orlo del dissesto finanziario centinaia di comuni lungo tutta la Penisola. Da Nord a Sud: Bergamo, Aprilia, Nettuno, Augusta e tanti altri. Una volta incassate le tasse, invece di depositarli nelle casse comunali, i soldi sarebbero stati spalmati sui conti di diverse società per poi sparire nel nulla. Giuseppe Saggese, amministratore della società, nel 2012 finì in manette. E la Corte dei conti, in Basilicata, Campania, Sicilia e Lazio, ha condannato Tributi Italia per il danno provocato alle casse dei comuni. Nel 2014 il ramo della Tributi Italia relativo alla riscossione è stato acquisito poi dalla Serti, a sua volta comprata nel 2015 dalla Federazione dei tabaccai.

Da Nord a Sud, gli annunci più o meno riusciti di abolire Equitalia insomma non sono mancati. E neanche i danni. Cinquantadue comuni pugliesi, ad esempio, avevano affidato la riscossione dei tributi alla Gema spa. Nel 2013, poi la società è fallita. E comuni sono rimasti con un pugno di mosche in mano e un buco di oltre 20 milioni di mancate tasse versate. A febbraio 2015 il Tribunale di Foggia ha condannato l’ex amministratore delegato della società per peculato e falso. A Scalea, invece, comune in provincia di Cosenza sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta, dopo anni di riscossione affidata ai privati, il nuovo sindaco Gennaro Licursi ha riferito da poco alla commissione antimafia che il 50% dei cittadini del comune affacciato sul mar Tirreno non paga le tasse. E prima erano molto di più: è stato il commissario straordinario a far scendere la percentuale. Addirittura, non esisteva neanche una banca dati dei contribuenti. La società che gestiva la raccolta dei tributi era la Ausonia Tributi, poi acquisita dalla San Giorgio spa, inglobata poi dalla famosa Tributi Italia spa. Le tasse, quelle poche che venivano raccolte, non sempre tra l’altro erano versate correttamente. Nella provincia di Pescara, invece, è finito a processo pure l’ex sindaco di Turrivalignani per una presunta sottrazione di tributi ad alcuni comuni tramite una società di riscossione privata. L’indagine ha preso il via dagli accertamenti sulle tasse versate per un anno e mezzo da un bar, ma mai arrivate nelle casse del comune. Insomma, qualcosa non tornava.

E pure la Sicilia, che anche dopo l’avvio di Equitalia nel 2005 ha continuato ad avere la sua società di riscossione, di certo non brilla per efficienza. La società Riscossione Sicilia, controllata al 99,9% dalla Regione siciliana, dal 2010 ha accumulato perdite per circa 30 milioni, tant’è che la Regione è dovuta intervenire con una ricapitalizzazione. E solo grazie all’arrivo di Antonio Fiumefreddo nel 2015 alla guida della società, per la prima volta è stato presentato il conto a 133 comuni e a diversi deputati della Regione, che non a caso ora cercano di contrastarlo in tutti i modi. Prima del suo arrivo, Riscossione Sicilia riusciva a ottenere appena il 3,7% dei crediti.

Sostituire Equitalia, insomma, è più facile a dirsi ma (molto) meno che a farsi. Soprattutto in sei mesi.

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