Lavoro

E adesso c’è chi si fa licenziare per prendere l’indennità di disoccupazione

Si chiama Naspi: è la nuova indennità di disoccupazione introdotta con il Jobs Act. È più facile da prendere ma dura di meno. E qualcuno, raccontano i datori di lavoro, ne sta approfittando

Operaio

(Flickr)

22 Luglio Lug 2016 0802 22 luglio 2016 22 Luglio 2016 - 08:02

Si chiama Naspi, Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego. È la nuova indennità di disoccupazione introdotta dal Jobs Act a partire da maggio 2015 per i lavoratori dipendenti. Più corta dell’Aspi, ma più facile da incassare. L’erogazione è prevista però solo in caso di disoccupazione involontaria. Cioè: se qualcuno ti licenzia. Quindi niente dimissioni. Così, visto che bastano soltanto 13 settimane di contribuzione e non più un anno, qualcuno comincia a chiedere di essere licenziato.

È quello che raccontano i datori di lavoro. «I nuovi assunti che dopo un po’ si rendono conto che non sono fatti per questo lavoro, si mettono nelle condizioni di farsi licenziare», racconta un manager. «Ci sono ragazzi che ci chiedono di essere licenziati, perché con le dimissioni non prenderebbero l’indennità». Le alternative sono o la dimissione per giusta causa o risolvere consensualmente il rapporto di lavoro nell’ambito di una conciliazione.

I requisiti per prendere la Naspi sono almeno trenta giornate di lavoro effettivo nei dodici mesi precedenti e tredici settimane di contribuzione nei quattro anni che precedono la perdita del lavoro. Poco più di tre mesi. Per l’Aspi, invece, il requisito per ottenerla era quello di avere almeno un anno di contribuzione nel biennio precedente il periodo di disoccupazione. La differenza è che la Naspi dura di meno: viene data per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni. Ma per il calcolo della durata, i periodi contributivi che hanno già fatto fruttare una prestazione non possono essere calcolati. La durata massima è di 24 mesi. Per l’Aspi, la durata era stabilita invece in mesi fissi. Una volta rispettati questi requisiti, la Naspi è pari al 75% della retribuzione media mensile degli ultimi quattro anni. In ogni caso non può superare i 1.300 euro.

I nuovi assunti che dopo un po’ si rendono conto che non sono fatti per questo lavoro, si mettono nelle condizioni di farsi licenziare. Ci sono ragazzi che ci chiedono di essere licenziati, perché con le dimissioni non prenderebbero l’indennità

«Non sono a conoscenza di casi di richieste di licenziamento. Ma non è difficile immaginare che se ti rendi conto che il lavoro non è fatto per te, ti fai licenziare, ti prendi una vacanza pagata e poi magari cerchi un lavoro», spiega Silvia Spattini, direttore del centro studi Adapt. E una volta finita la Naspi, si può usufruire dell’assegno Asdi, anche se nel primo anno di applicazione la prestazione è riservata ai lavoratori che hanno figli minorenni e a quelli prossimi alla pensione.

Ma c’è anche un’altra condizione da rispettare: bisogna dichiarare al centro per l’impiego la propria disponibilità immediata allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro. Altrimenti, rifiuto dopo rifiuto, la somma viene decurtata fino a essere cancellata. «Ma questo vale solo se i centri per l’impiego sono in grado di fare le verifiche alla disponibilità al lavoro o se e quale lavoro o percorso di riqualificazione sono in grado di offrire», spiega Silvia Spattini. «E in un periodo di transizione come questo, con il passaggio dalla gestione delle province a quella delle regioni e in attesa della agenzia nazionale per le politiche attive, i centri per l’impiego sono in estrema difficoltà». Insomma, di politiche attive per il lavoro ancora se ne vedono poche.

Da maggio a dicembre 2015, le domande presentate per usufruire della Naspi sono state oltre 1,3 milioni. Nei primi cinque mesi del 2016 hanno raggiunto quota 538mila. Tenendo conto della sostituzione dell’Aspi, però, a conti fatti i numeri di richiesta delle erogazioni non sono cresciuti così tanto. Farsi licenziare, d’altronde, non è un desiderio comune.

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