Risposta democraticaPerché il licenziamento del ministro della Difesa ha scatenato le proteste degli ucraini

Mykhailo Fedorov rappresentava una nuova idea di guerra fondata su tecnologia, dati e industria. La sua uscita dal governo ha provocato una reazione fortissima della società civile, anche nel pieno della resistenza contro l’invasione russa

Le proteste a Lviv – AP/Lapresse

Per la seconda estate consecutiva migliaia di ucraini sono tornati in piazza nel pieno della resistenza dall’invasione russa. Dodici mesi fa protestavano contro una legge che limitava l’indipendenza delle Agenzie anticorruzione, costringendo Volodymyr Zelensky a fare marcia indietro. Stavolta protestano per difendere il ministro Mykhailo Fedorov, appena rimosso dall’incarico, nell’ambito di un più vasto rimpasto di governo. È diventata subito una delle più grandi contestazioni pubbliche dall’inizio dell’invasione, e va oltre la società civile. Perché non è la prima volta che Zelensky rimuove un ministro, ma nessuna rimozione era stata così impopolare.

Nelle stesse ore in cui ucraini e ucraine si radunavano davanti all’Ufficio del Presidente, Pavlo Yelizarov, vicecomandante dell’Aeronautica ucraina e uno dei protagonisti dello sviluppo della guerra con i droni, annunciava le proprie dimissioni, definendo la rimozione di Fedorov «un grande male» per la difesa del Paese. Anche Serhii “Flash” Beskrestnov, altro consulente di Fedorov e tra i massimi esperti ucraini di guerra elettronica, ha annunciato la fine della propria collaborazione con il ministero. «È stato un onore far parte della squadra di Fedorov», ha scritto. «Avevamo tanti progetti e tante idee per il futuro. Qualcun altro dovrà portarli avanti. La guerra continua». La testata giornalistica United24, molto legata al ministero della Difesa, è in sciopero da quando è stata data la notizia.

Zelensky è intervenuto sulla vicenda ieri, ancora prima di aver sciolto le riserve sul futuro ministro della Difesa, per rivendicare il diritto degli ucraini a protestare anche in tempo di guerra: «Stiamo combattendo per la libertà e la democrazia», ha detto in conferenza stampa. «La cosa più importante è che anche durante la guerra, con tutte le difficoltà e le restrizioni, le persone possano esprimere la propria volontà».

Verso fine giornata ha nominato Yevhen Khmara per ricoprire provvisoriamente la carica di ministro della Difesa, e la piazza non ha apprezzato: i cittadini sono scesi in strada anche di sera.

Khmara è l’attuale capo ad interim del Servizio di sicurezza ucraino (Ssu), quindi non una nomina “civile”. «Al momento, ritengo che una reale efficacia nelle operazioni a lungo raggio, una solida esperienza nel settore della sicurezza che garantisca il controllo della situazione interna tra le diverse componenti delle forze armate, e una comprovata esperienza nella gestione del personale presso il Centro per le Operazioni Speciali Alpha dell’Ssu, siano tutti elementi vantaggiosi per la posizione di ministro della Difesa ucraino», ha aggiunto Zelensky. Intanto però la Verkhovna Rada, il parlamento ucraino, ha fermato i lavori per la pausa estiva fino al 18 agosto, come di consueto (era accaduto anche la scorsa estate, durante le manifestazioni per la legge anticorruzione). Quindi c’è il rischio che la decisione resti formalmente in sospeso ancora un mese.

Per capire perché il licenziamento di Fedorov abbia provocato una reazione così trasversale bisogna però uscire dalla cronaca di queste ore. Per molti ucraini, infatti, il trentacinquenne che fino a ieri guidava il ministero della Difesa era un ministro in grado di svolgere egregiamente il suo lavoro e rappresentava un’idea diversa di come si combatte una guerra nel ventunesimo secolo.

Fedorov era il volto dell’innovazione. Dopo aver guidato il ministero della Trasformazione digitale, sei mesi fa Zelensky gli aveva affidato la Difesa per imprimere una svolta a un dicastero appesantito da oltre tre anni di guerra. La sua stella polare è l’idea che la superiorità militare, in una guerra moderna, dipenda anche dalla velocità con cui uno Stato riesce a prendere decisioni, acquistare tecnologie e trasformare i dati raccolti in un vantaggio sul campo.

È per questo che la sua rimozione ha sorpreso tanti osservatori. «Fedorov è stato ampiamente accreditato della svolta dell’Ucraina sul campo di battaglia e della riduzione della corruzione all’interno dell’apparato militare. Licenziarlo dopo appena sei mesi, senza alcuna spiegazione, è un pessimo segnale per Zelensky», ha scritto il giornalista del Wall Street Journal Yaroslav Trofimov, uno dei cronisti che seguono da più vicino la guerra fin dai suoi primi giorni.

In più di quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala, l’Ucraina ha già dimostrato di saper assorbire cambiamenti traumatici. La rimozione del comandante in capo Valery Zaluzhny, nel 2024, era stata accolta come un possibile indebolimento delle forze armate, ma nei mesi successivi l’Ucraina ha continuato a innovare e a colpire in profondità il territorio russo.

Fedorov però era anche uno dei ministri più conosciuti e più visibili del governo. Parlava spesso ai media occidentali e sapeva spiegare le trasformazioni della guerra tecnologica. La sua esposizione pubblica in qualche modo ne ha rafforzato l’immagine. Poi ci sono i meriti e il riconoscimento conquistato nell’esercizio delle sue funzioni.

Il suo ministero della Difesa non funziona come un ministero tradizionale – in generale, per un Paese in guerra, nel 2026, è inevitabile. Negli ultimi mesi, non si è limitato ad acquistare armi o coordinare l’esercito, ha dovuto creare una gigantesca macchina di innovazione continua. E molti analisti considerano questa evoluzione una delle principali ragioni della capacità ucraina di continuare a competere con un avversario superiore per uomini, mezzi e risorse economiche. «Per i suoi sostenitori la presenza di Fedorov al ministero rappresentava la speranza che l’esercito potesse finalmente essere modernizzato», scrive l’Economist.

L’Ucraina ha bisogno di mettere in comunicazione startup, università, produttori di droni, imprese private e reparti operativi riducendo al minimo i tempi. Fedorov sembrava l’uomo più adatto a questo incarico. Poche ore dopo il licenziamento ha parlato in conferenza stampa per spiegare nel dettaglio la trasformazione che cercava di realizzare. Una specie di manifesto programmatico: ha elencato undici problemi strutturali ancora presenti nelle forze armate, dalla catena di comando frammentata alla continua rotazione dei comandanti, dalla difficoltà di portare avanti riforme sistemiche a una burocrazia capace di bloccare qualsiasi innovazione. «La tecnologia deve stare in prima linea. Dobbiamo perdere droni, non persone. Solo dopo deve avanzare la fanteria», ha detto. Tra le proposte presentate figurano una nuova Accademia della guerra moderna, un sistema di comando più autonomo per i corpi d’armata, una gestione dei dati più avanzata e un profondo ripensamento del procurement militare.

Poche ore prima della conferenza stampa aveva salutato il ministero con un lungo messaggio in cui non polemizzava con Zelensky né cercava spiegazioni pubbliche. Rivendicava soprattutto tre risultati: la digitalizzazione della logistica, una riforma del sistema di acquisti e un rapporto molto più stretto tra industria privata ed esercito.

Fedorov lascia quindi un ministero che ha iniziato a fare da hub in un ecosistema industriale e tecnologico, in cui finanza, ricerca, sviluppo, manifattura e sperimentazione militare dialogano quasi in tempo reale. Non è un caso che proprio questo modello venga indicato da molti osservatori come uno dei patrimoni più preziosi costruiti dall’Ucraina dall’inizio dell’invasione: oggi gli aiuti continuano ad arrivare dall’Europa verso Kyjiv, ma in futuro potrebbe essere l’Europa ad aver bisogno di imparare dall’Ucraina, soprattutto per il modo in cui le democrazie europee pensano la propria sicurezza.

Il licenziamento di Fedorov si inserisce anche in una dinamica più intricata, più politica. Zelensky ha parlato della necessità di una collaborazione «più unitaria» tra ministero della Difesa e vertici militari, confermando indirettamente le indiscrezioni circolate da giorni sui rapporti sempre più difficili tra il ministro e una parte dell’establishment delle forze armate.

Parlando al Kyiv Independent, Pavlo Kazarin, tra le firme più autorevoli del giornalismo ucraino prima della guerra, ha definito la decisione assolutamente incomprensibile: «Se ci fossero state critiche al lavoro di Fedorov o all’efficacia del ministero durante il suo mandato, questo rimpasto sarebbe stato comprensibile. Ma non ce n’erano». La direttrice dell’Anti-Corruption Action Center Daria Kaleniuk invece ha detto: «L’intero rimpasto di governo (che comprende anche la prima ministra Yulia Svyrydenko, ndr) è stato concepito soltanto per rimuovere Fedorov».

In alcuni commenti, Fedorov viene anche messo in contrapposizione con il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, considerato il volto di una cultura militare molto diversa: più vecchio stampo, verticale, gerarchica, più orientata alla fedeltà interna che alla sperimentazione. Ne ha parlato su X un ex ufficile ucraino, fondatore del progetto di analisi militare open source Frontelligence Insight. «La decisione appartiene al Presidente» scrive, ma evidenzia come il peso politico del comandante in capo, unito alla resistenza di una parte dell’apparato verso il cambiamento, possa aver contribuito a creare le condizioni che hanno portato alla rimozione di Fedorov.

Ieri mattina, dopo il minuto di silenzio quotidiano dedicato ai caduti, migliaia di persone si sono radunate davanti all’Ufficio del Presidente a Kyjiv. Alcuni cartelli recitavano «I russi stanno festeggiando», altri semplicemente «Vergogna». La scena ricordava da vicino le manifestazioni dell’estate scorsa. Le proteste si sono moltiplicate in tutto il Paese, in molte città. Ma le preoccupazioni hanno rapidamente superato anche i confini del dibattito interno. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha espresso pubblicamente il suo apprezzamento per il lavoro svolto da Fedorov negli ultimi mesi, sottolineandone il contributo alla modernizzazione dell’apparato militare ucraino.

Questa guerra ha già dimostrato quanto rapidamente possano cambiare gli equilibri militari e quanto rischioso sia trasformare i singoli protagonisti in simboli assoluti. Ma la mobilitazione di queste ore ci dice che ucraini e ucraine temono soprattutto l’interruzione di un percorso di riforme che consideravano finalmente avviato. Perché, non fa mai male ricordarlo, l’Ucraina è una democrazia, e chi la governa deve fare i conti con l’opinione pubblica, e con i pesi e i contrappesi tipici delle democrazie. E quindi anche se il Paese combatte da oltre quattro anni contro un’invasione su larga scala, migliaia di cittadini possono scendere in piazza per difendere un ministro che ritenevano competente e onesto. In uno Stato costretto ogni giorno a misurarsi con una minaccia alla sua stessa esistenza è un lusso democratico. L’Ucraina continua a permetterselo, nonostante tutto.

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