Europa, è tempo di avere un esercito. E di smetterla di obbedire all’America

Dopo decenni di “allargamento” per l’Unione è arrivata la stagione del consolidamento. Che può partire solo dal nocciolo duro dei Paesi fondatori e dalla difesa dei confini continentali. E, con buona pace degli Usa, da una politica militare autonoma

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JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images

25 Luglio Lug 2016 0811 25 luglio 2016 25 Luglio 2016 - 08:11

L’incapacità dell’Europa occidentale di dotarsi di un suo sistema di difesa e sicurezza autonomo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’ha portata ad andare a rimorchio degli Stati Uniti. Il bandwagoning (nel lessico strategico-militare, “saltare sul carro del più forte”) europeo è stato propiziato dal fallimento di iniziative come la Comunità Europea di Difesa – proposta e poi fatta morire dalla Francia a inizio anni ’50 – o l’Unione Europea Occidentale. Gli Usa hanno propiziato e sfruttato questo fenomeno, sopportandone il costo economico e non solo, per rafforzare il ruolo della Nato durante il periodo della Guerra Fredda. Crollata l’Unione Sovietica, la generosità americana nel farsi carico dei costi della protezione dell’Europa occidentale ha avuto come contropartita un potere di ingerenza molto forte di Washington sullo sviluppo dell’Unione europea, che proprio in quegli anni (1993) era finalmente nata dall’evoluzione delle Comunità Europee (Cee, Ceca e Euratom).

L’Unione europea, con le sue aspirazioni di progressiva unione monetaria, economica e politica, nei suoi primi anni di vita raggiunge un importante livello di “approfondimento”, inteso come la rinuncia da parte degli Stati nazionali a proprie prerogative legislative ed economiche in favore delle istituzioni comunitarie. Questo processo, che era andato avanti quando gli Stati membri erano sei, poi dodici e poi quindici, conosce una brusca battuta d’arresto quando si incrocia con un altro fenomeno: l’allargamento. L’ingresso di dieci nuovi Stati membri nel 2004, soprattutto dell’Est Europa, risponde anche alla pressione americana per sottrarre l’area all’influenza russa, approfittando della debolezza di Mosca nel decennio successivo al crollo dell’Urss. Ma il suo impatto sulle dinamiche politiche europee è negativo. I meccanismi decisionali che andavano bene per sei Stati e che scricchiolavano per quindici, con venticinque membri si inceppano. Inoltre la Costituzione Europea, il Trattato che dava un’altra forte spinta (ideale ma anche a livello giuridico) all’approfondimento e all’integrazione, viene bocciata l’anno successivo dai referendum in Francia e Olanda. Gli elettori, più che la Costituzione del cui contenuto poco sapevano, rifiutavano l’allargamento (già avvenuto), soprattutto per paura della concorrenza della manodopera a basso costo dell’Europa orientale.

L’Unione europea, con le sue aspirazioni di progressiva unione monetaria, economica e politica, nei suoi primi anni di vita raggiunge un importante livello di “approfondimento”, inteso come la rinuncia da parte degli Stati nazionali a proprie prerogative legislative ed economiche in favore delle istituzioni comunitarie. Questo processo, però, conosce una brusca battuta d’arresto quando si incrocia con un altro fenomeno: l’allargamento

Questo risultato non dispiace a Londra, che già a inizio anni ’90 con John Major primo ministro aveva teorizzato l’allargamento a est come rimedio contro il rafforzamento dell’Unione europea (“wider, rather than deeper”, meglio più ampia che più profonda, era il motto), e non sembra interessare eccessivamente gli americani, che allargano a est anche la Nato (tra il ’99 e il 2009 entrano 12 nuovi Stati, tutti dell’Europa orientale e balcanica), e che anzi intensificano il pressing per fare entrare nella Ue anche la Turchia (altro membro Nato), trovando diverse sponde nel vecchio continente. All’epoca Erdogan, da primo ministro, sembrava infatti un riformatore moderato, che aveva abolito la pena di morte, voleva ridurre l’ingerenza dei militari nella democrazia e aveva avviato il dialogo con la minoranza curda.

Con l’arrivo della crisi economica, specialmente dopo il 2011, l’Unione europea larga e ferma (o quasi) già da anni viene ulteriormente indebolita. La solidarietà tra Stati membri viene spesso messa in discussione, la crisi greca spacca le opinioni pubbliche, l’immigrazione dai Paesi dell’Est (nel frattempo sono entrate nella Ue anche Romania e Bulgaria, e sono venuti meno i limiti alla libera circolazione dei loro cittadini) spaventa e, ad esempio, proprio i conservatori britannici si vedono costretti a un’inversione totale circa la loro posizione sull’allargamento, tentando ora di frenarlo in tutti i modi (in compenso in reazione alla crisi economica riprende cautamente il processo di approfondimento, quantomeno in ambito bancario ed economico). Quando poi si aggiunge anche la crisi geopolitica in Medio Oriente, che scarica le sue conseguenze in Europa in termini di terrorismo e soprattutto di pressione migratoria, sembra che l’Unione europea sia destinata alla progressiva disgregazione.

I partiti populisti anti-europei e xenofobi sono già al potere in diversi Paesi dell’Est Europa (Ungheria e più di recente anche Polonia), che accentuano sul tema dei migranti la propria distanza da Bruxelles e la propria insofferenza alle leggi comuni. In molti altri Stati – Francia, Paesi Scandinavi, Olanda, Austria e altri – tali partiti ottengono comunque percentuali preoccupanti, gonfiate anche dalla paura degli ormai frequenti attentati terroristici. Il Regno Unito vota la propria uscita dall’Unione. Gli Stati Uniti di Obama assistono a questo spettacolo, si dichiarano preoccupati, ma – concentrati su una drammatica campagna elettorale, che vede ora Donald Trump sfidare Hillary Clinton per la presidenza – non vanno oltre.

È in questo contesto che in Europa, in particolare in quel nocciolo duro di Stati fondatori sembra maturare la convinzione che l’America questa volta non intenda intervenire per eliminare o contenere le cause del drammatico flusso migratorio e del terrorismo che destabilizzano politicamente l’Europa. Potrebbe essere dunque il momento in cui l’Unione Europea è costretta a diventare adulta

È in questo contesto che in Europa, in particolare in quel nocciolo duro di Stati fondatori (sempre che non vincano le elezioni i populisti euroscettici), sembra maturare la convinzione che l’America – pur avendo causato l’instabilità mediorientale con la demenziale guerra di Bush in Iraq e con la pessima gestione seguente – questa volta non intenda intervenire per eliminare o contenere le cause del drammatico flusso migratorio e del terrorismo che destabilizzano politicamente l’Europa. Per farlo dovrebbero ingerire, anche militarmente, in un’area verso cui pare abbiano perso interesse strategico. Non è sicuro che, vincesse Clinton, la situazione migliorerebbe. Ma se vincesse Trump sarebbe escluso. Potrebbe essere dunque il momento in cui l’Unione europea, in particolare il suo nocciolo duro, è costretta a diventare adulta.

Con la quinta colonna britannica fuori dai giochi e con gli Usa forse ora più interessati a non pagare per noi che a influenzarci, il momento storico sembrerebbe opportuno. Francia, Germania e Italia ne stanno discutendo negli incontri bilaterali e ristretti. Il presidente della Commissione, Juncker, ha dichiarato di auspicare un’Unione attiva anche a livello militare e diplomatico. Il presidente del partito popolare europeo, il francese Daul, si è espresso sulla stessa linea. Il ministro dell’economica francese, Emmanuel Macron, ha proposto di rilanciare la Ue con un referendum su un nuovo progetto di integrazione e approfondimento, un progetto a cui partecipino solo quelli che lo vogliono e non sia quindi necessaria l’unanimità (sempre nel solco dell’Europa a diverse velocità). Il partito liberale europeo (Alde) ha presentato una proposta per costruire entro il 2025 un “pilastro europeo” autonomo all’interno della Nato. E questa potrebbe essere una strada. L’Europa occidentale non può e non vuole staccarsi dall’America e dalla Nato, ma di fronte a problemi principalmente europei, che creano interessi europei (si veda la questione della guerra all’Isis o dei rapporti con la Turchia dopo il fallito golpe), avere da dare solo risposte americane non sembra poter più funzionare.

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