I capitalisti pentiti alla Marchionne? Non sono ipocriti, hanno paura

La sortita dell’ad di Fca contro i “mercati senza morale” non è una furbata estemporanea. È lo specchio di una classe dirigente che vede di fronte a sé un voto di protesta in grado di seppellire intere filiere di governo. E che per questo è stata pronta a seppellire il Ttip

Sergio Marchionne 2016

Sergio Marchionne (Bill Pugliano/Getty Images)

30 Agosto Ago 2016 0811 30 agosto 2016 30 Agosto 2016 - 08:11
Messe Frankfurt

«Ci vuole la faccia come il c...» ha chiosato Dagospia raccontando la lezione di Sergio Marchionne agli studenti Luiss sul limite «oltre il quale il profitto diventa avidità» e sui «mercati senza morale» che non possono creare una società equa. La critica dei capitalisti al capitalismo è in effetti una categoria piuttosto sorprendente, ma non nuovissima. Pietra miliare del genere è l’intervento di Mario Monti alla scuola del Partito Comunista Cinese nel 2012, quando il professore riconobbe che la caduta del Muro di Berlino aveva privato il sistema capitalista di contrappesi, causando «un eccessivo predominio dell’impresa e del capitale a scapito dei poteri pubblici e del lavoro». Quattro anni dopo, derubricare a performance opportunista la sortita dell’Ad della Fca sarebbe un errore, perché al contrario quelle frasi sono l’indice di come neppure al top del sistema e delle élite che lo hanno prodotto si abbia la faccia di rivendicare l’utopia dell’autoregolamentazione dei mercati come fattore di crescita e benessere perpetuo.

Questa nuova consapevolezza delle classi dirigenti non si risolve solo nel dibattito accademico, ma sta producendo fatti molto concreti fra i quali il più enorme, il più denso di implicazioni, è il possibile fallimento dei negoziati per il Ttip, il Trattato di liberalizzazione transatlantico tra Europa e Usa. Nessun governo, nessun premier, nessun ministro dell’Economia europeo, ha più voglia di mettere la faccia su un accordo che – al di là dei contenuti, in parte piuttosto misteriosi – è diventato il simbolo del «mercato senza morale» raccontato da Marchionne: se il timore dei sindacati “comunisti” non c'è più, se la paura della piazza No-Global è stata stroncata, ora incombe il rischio assai più grande della rivolta elettorale dei cittadini, del voto-contro che può seppellire (come è successo in Gran Bretagna o in Spagna o in Grecia) intere filiere politiche di governo. È per questo che Francia e Germania hanno messo da tempo le mani avanti e si sbracciano nel dichiarare morto il confronto sul Ttip, che in realtà morto non è, almeno formalmente. Sanno che non possono più permettersi quel che nel 2013, quando si cominciò la discussione, sembrava facilissimo: bypassare i governi nazionali con un’intesa di libero scambio decisa a livello di Commissione Europea, che per quanto invisa a una parte delle opinioni pubbliche europee sarebbe stata digerita e metabolizzata come molti altri rospi del genere.

Nella critica dei capitalisti al capitalismo c’è una buona dose di ipocrisia. Però c’è anche altro: la sensazione che un’epoca stia finendo, la difficoltà a gestire processi sempre più enormi e complicati, l’incubo di trovarsi in balia di opinioni pubbliche impazzite

Ma nel riposizionamento degli ex-fan della globalizzazione ci sono anche altre paure. La più concreta riguarda le prospettive del modello consumista nell’era del declino dei consumatori, l’era dei salari da pura sussistenza e dei robot. La più futile, ma non secondaria, è il timore dell’impopolarità e dello stigma in un mondo che esalta il modello giovane e “buono” del capitalismo creativo alla Steve Jobs o compassionevole alla Bill Gates, e attribuisce ai Mister Burns di tutto il mondo colpe mostruose, spesso esagerate, dal collasso dell’ozonosfera alla scomparsa delle grandi foreste. Colpe che oltretutto, nel villaggio globale innervato dalla Rete, danneggiano gli affari assai più che in passato, perché nessuno vuole l’auto di un affamatore di padri di famiglia o le scarpe di uno sfruttatore del lavoro minorile.

Nella critica dei capitalisti al capitalismo, insomma, c’è una buona dose di ipocrisia – che tutti vorrebbero essere milionari e santi come Olivetti o miliardari e simpatici come Zuckerberg, ma senza pagare dazio – però c’è anche altro. La sensazione che un’epoca stia finendo, la difficoltà a gestire processi sempre più enormi e complicati, l’incubo di trovarsi in balia di opinioni pubbliche impazzite, e più oltre l’idea che va prendendo piede – esplicitata da Ezio Mauro in un recente fondo sul summit di Ventotene – che il pilastro su cui regge il sistema economico occidentale, la democrazia, si riveli una creatura debole del Novecento, «adatta a regolare solo i momenti di crescita e distribuzione della ricchezza» ma che possa diventare, in anni di crisi troppo lunghi, agente di un caos imprevedibile e indecifrabile.

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