La sfida di Calenda: per far crescere l’Industria 4.0 servono solo le università di eccellenza

Il ministro dello Sviluppo economico a Cernobbio ha presentato il piano sull’industria di nuova generazione: incentivi per i macchinari avanzati, riforma del fondo di garanzia e coinvolgimento attivo di non più di 4 o 5 atenei. Ma gli imprenditori disertano il Forum

Carlo Calenda Ministro
5 Settembre Set 2016 1150 05 settembre 2016 5 Settembre 2016 - 11:50
Messe Frankfurt

In General Electric la chiamano Brilliant Manufacturing. C‘è chi la definisce industria di nuova generazione. Chi 4.0, come per identificare una Quarta Rivoluzione industriale. È la manifattura digitale, fatta di tanti aspetti, dalla robotica ai software intelligenti e predittivi. Ossia di quelli che leggono, intersecano e confrontano le serie storiche dei dati che arrivano da produzione, consumi, situazioni climatiche, lettura delle macchine che produci e dei prodotti che escono dalle linee, sanno dirti come governare meglio l’anima di un’azienda, la fabbrica. Questi sistemi creano efficienza ed evitano di disperdere risorse, ma ti dicono anche come migliorarti. E quindi consentono di innalzare i livelli di produttività e di redditività. Insomma rendono le aziende innovative, più competitive, performanti e via ad aggettivare. Le applicazioni cloud consentono un controllo in contemporanea della risposta e della situazione dei diversi plant, ma anche dei prodotti sparsi per il mondo. È l’internet delle cose che ha applicazioni industriali delle quali oggi vediamo solo una scintilla. È la quarta rivoluzione industriale, ci siamo dentro e cambierà gli equilibri. Ancora. Ne sono convinti tutti, a partire dal ministro Carlo Calenda, anche se è consapevole che «la modernità, il presente e il futuro fanno paura». Perché cambiano i presupposti e «non sappiamo cosa ci sarà dopo», ma non ci sono scelte alternative per il ministro dello Sviluppo economico: «L’equità la facciamo con la crescita». E se la «globalizzazione ha avuto dei più e dei meno, il prossimo giro - dice - è l’innovazione». Che avverrà dentro alle fabbriche, dentro ai prodotti e consentirà di riportare l’industria, o almeno una parte di essa, nei Paesi massacrati dai bassi costi di produzione.

Il ministro Calenda è andato a presentare il piano Industria 4.0 proprio al Forum Ambrosetti conclusosi domenica 4 settembre a Cernobbio. Ha definito dei pilastri, ma non ha detto il come li erigerà, certo si sa che questo piano sarà parte integrante del Piano di Stabilità. Ecco le milestone. Uno: «fortissimi incentivi fiscali alla ricerca e innovazione e agli investimenti, in particolare investimenti tout court e in beni legati all’ Industria 4.0». Due: «spinta e ricostruzione del Fondo centrale di garanzia su un criterio: non dare tutto a tutti se hanno circolante o se hanno un rating a tripla A. Noi ci vogliamo concentrare sugli investimenti e sui rating medio bassi, cioè quelli che hanno bisogno di un supporto. Altrimenti io sta dando soldi alle banche, che va benissimo, ma non è quello l’obiettivo del fondo». Il riassetto del fondo sarà pronto il 10 settembre. Infine «faremo un lavoro sul salario di produttività che è fondamentale». E, dulcis in fundo, «selezione delle università di eccellenza».

I pilastri del piano Industria 4.0 illustrati a Cernobbio da Calenda: incentivi fiscali alla ricerca e innovazione e agli investimenti, in particolare per i beni legati alla nuova manifattura. Spinta e ricostruzione del Fondo centrale di garanzia, concentrandosi sugli investimenti e sui rating medio bassi. E selezione delle università di eccellenza

Il ministro non è stato prodigo di dettagli, però sulla concretezza 15 minuti dedicati alla stampa erano oggettivamente pochi. Anche se un passaggio in particolar modo certo appassionerà. Perché tra le cose che farà questo piano, una speriamo riesca: accendere la sfida tra le Università. Non fabbrichi cambiamenti radicali se non parti dal primo anello della catena. I politecnici, gli atenei legati allo sviluppo di progetti innovativi per le aziende, saranno quelli su cui si andrà ad investire. «Ci sarà una fortissima scelta sulle università di eccellenza (fatta insieme al ministro Stefania Giannini)» ha detto Calenda. «Noi non ci possiamo permettere di dire che finanziamo tutti con bandi aperti alle università qualsiasi cosa facciano. Dobbiamo scegliere delle università all’interno della manifattura innovativa, dar loro i soldi, costruire un meccanismo mediante il quale solo queste 4 o 5 costruiscono competence center, dove le aziende possono lavorare insieme. E per entrare in questo gruppo devono scalare i rating, ma se passa questo principio non è che riceveranno finanziamenti per la distribuzione geografica degli atenei».

Se sarà la classifica il metro su cui si andranno a misurare le risorse da investire, vale la pena almeno di avere una vaga idea di dove si svilupperanno questi nodi del manifatturiero della next generation, per dirla alla Vivek Wadhwa (docente alla Carnegie Mellon University's College e ospite a The European House di Ambrosetti). Secondo la QS World University Rankings, le prime Università italiane in Engineering technology sono: Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Sapienza di Roma e infine Università di Padova. Per cui, per quanto Calenda dica di no, una qualche distribuzione geografica di questi nodi di sviluppo tecnologico andrà definita. Senza prossimità di laboratori alle aree industriali l’innovazione come la fai? Non si dica il trasferimento tecnologico, perché allora qualcuno un giorno spiegherà com’è che la Silicon Valley è la Silicon Valley e Stanford è Stanford.

Tra le cose che farà questo piano, una speriamo riesca: accendere la sfida tra le Università

Nonostante questo protagonismo dell’industria e la stanchezza verso il tema delle banche (che pure ha dominato tutta la prima giornata del forum), di imprenditori a Cernobbio ce n’erano pochi. Visti personalmente solo questi: Riccardo Illy, Mario Moretti Polegato, Alberto Bombassei, Emma Marcegaglia (la mettiamo dentro anche se era lì come Presidente Eni), Vincenzo Boccia (come sopra, era come Confindustria ma così fa gruppo). Poi ce ne era uno difficile da non notare, si chiama Fabrizio Capobianco, è un “ragazzo” italiano che ha fondato in Silicon Valley un’azienda, la Funambol, che fa servizi white label per il cloud. Ha raccolto circa 40 milioni di investimento per sviluppare la sua start up (dove lavorano moltissimi ingeneri italiani, il centro di sviluppo principale è a Pavia). Capobianco è anche il padre di Tok.tv, social tv dedicata allo sport. Magari due parole con lui a tanti nostri industriali bravissimi a fare e poco a valorizzarsi sarebbe stata utile.

E poi girellava, nelle lussuose stanze di Villa d’Este - era tra gli speaker-Alec Ross, consigliere per l'Innovazione quando Hillary Clinton era segretario di Stato dal 2009 al 2013. Ross ha scritto “Il nostro futuro. Come affrontare il mondo dei prossimi vent'anni”, una specie di Bibbia su Industria 4.0 e il premier Matteo Renzi lo ha portato a Roma a giugno per presentarlo. In un’intervista rilasciata a Repubblica in quell’occasione ha detto: «La robotica su larga scala può mettere a rischio tutti quei paesi che fondano la loro forza su manifattura a basso costo. Con un effetto, in termini di posti di lavoro, che è simile a quel che abbiamo visto in Occidente con l'avvento dell'hi-tech. Ma apre altre possibilità, magari nella stessa Cina».

Secondo lo studioso Vivek Wadhwa, per la produzione di nuova generazione si assisterà ad un ritorno della manifattura di valore nei paesi di origine. Un discorso che dovrebbe interessare agli imprenditori italiani. Però a Cernobbio se n’è visti pochissimi

Ross non è l’unico. Wadhwa, docente alle Carnegie Mellon, in un bellissimo articolo su Washington Post ha scritto, qualche giorno fa, che per quanto la Cina possa spendere (nel 2015 ha lanciato un piano decennale di 150 miliardi di dollari per ammodernare le sue fabbriche con tutte le “diavolerie” industria 4.0, robotica, stampanti 3d, internet industriale) per la produzione di nuova generazione si assisterà ad un ritorno della manifattura di valore nei paesi di origine. Perché la posizione dominante stabilita dalla Cina si fondava sul basso costo della manodopera, con questa rivoluzione industriale cambierà tutto. Le fabbriche, la capacità di generare valore, il controllo dei costi e degli impatti ambientali etc etc. Infine sempre a Villa d’Este, ansiosi di avere notizie da parte di Calenda c’erano Microsoft, Facebook, Ge. Forse speravano di avere maggiori dettagli, ma insomma il piano di incentivi entrerà in Legge di Stabilità, bisognerà negoziare la flessibilità con l’Europa, ma la determinazione a forzare c’è perché la crescita si potrà fare solo così.

Ovviamente a Boccia la cosa piace tanto (anche se poi si è finito a discutere sulle pensioni…). Ieri ha parlato subito dopo Calenda rafforzando l’idea della sfida dell’innovazione e aggiungendo la bella frase ad effetto: «ci siamo convinti che dovevamo resistere e invece dovevamo reagire». E poi anche «non è l'80% delle imprese che deve dire cosa fare al resto. Sono le più innovative, il 20%, a dover dare l’indirizzo».

Ma allora perché gli imprenditori non c’erano?

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