Contro l’Italia a numero chiuso che distrugge opportunità per i giovani

Il test di medicina, con sei candidati per ogni posto disponibile, è lo specchio di un Paese che non crede nella capacità di autoregolarsi dei mercati, che non sa cosa sia la globalizzazione, né i trend demografici. O forse lì sa, ma deve difendere le sue corporazioni

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10 Settembre Set 2016 0825 10 settembre 2016 10 Settembre 2016 - 08:25

Anche quest’anno è andato in scena lo spettacolo della prova di accesso al corso di laurea in Medicina: 62.695 candidati per 9.224 posti disponibili. Una metafora dell’Italia, il “numero chiuso”. Un marchio di fabbrica forgiato nel medioevo delle corporazioni e che sopravvive al tempo, ai regimi poltici e ai contesti istituzionali. L’Europa ci sta provando con i bagnini, ma la marea di bandiere inglesi issate sui gabbiotti quest’estate fa pensare che la partita sia tutt’altro che chiusa.

Si dice che la cultura liberale abbia vinto e domini oramai incontrastata in tutti i paesi occidentali. Perlomeno, così scrive il Financial Times. Il “numero chiuso”, su cui si basa il sistema di accesso all’educazione superiore in Italia, è la prova che ci sono sacche di resistenza proprio dove meno te lo aspetteresti. Il “numero chiuso” presuppone, infatti, che qualcuno, in un Ministero o in un rettorato, sia in grado di prevedere il futuro - tra dieci anni, poniamo - meglio di quanto non riescano a fare i cittadini.

Sulla capacità vaticinatorie dei tecnocrati illuminati e sulla loro abilità di pianificare i flussi economici qualche dubbio è lecito, non foss’altro per l’imperitura memoria dei “successi” conseguiti dai paesi del socialismo reale. D’altro canto, sulla base di quale modello economico o sociologico si preveda una riduzione della domanda dei servizi sanitari da qui ai prossimi anni? La popolazione sta invecchiando e con l'età aumentano le malattie croniche. Questo, peraltro, accade a livello mondiale, non solo nazionale.

Mancano le aule e i professori? Sì, è vero sono anni che la “domanda” è superiore all’offerta di posti disponibili (il rapporto è pari circa a 6 a 1). D’altro canto, però, i consumatori sanno leggere la realtà e i suoi trend meglio dei produttori. Si costruiscano quindi le aule, si assumano e si formino professori, ricercatori. È un processo lungo? Sì, lo è, ma se non si inizia, non si arriva mai. Altrimenti, si smetta con la retorica che non si investe sul futuro e l'istruzione. Servono tanti soldi? Sì, ma i soldi ci sono. Il bonus ai diciottenni, la decontribuzione, le altre misure di incentivo alla produzione e agli investimenti “tradizionali” lo dimostrano. È una questione di priorità, di sapere come spendere i soldi. Una politica liberale dovrebbe guardare dove c'è la “domanda” per orientare l’”offerta” dei servizi pubblici. Da duecento anni a questa parte abbiamo dimostrato che il mercato è un sistema migliore di allocazione delle risorse rispetto alla volontà del monarca o del sacerdote o del tecnocrate pianificatore. Perché tornare indietro?

Se vogliamo continuare sulla strada del numero chiuso, perlomeno smettiamo di dire ai nostri ragazzi che la loro casa deve essere il mondo e non il paesello dove sono nati e cresciuti. Chi ha il coraggio di affermare che in Inghilterra o in Cina, tra dieci anni, non ci sarà un posto per un nostro laureato?

Tra l'altro, se vogliamo continuare sulla strada del numero chiuso, perlomeno smettiamo di dire ai nostri ragazzi che la loro casa deve essere il mondo e non il paesello dove sono nati e cresciuti. Chi ha il coraggio di affermare che in Inghilterra o in Cina, tra dieci anni, non ci sarà un posto per un nostro laureato?

La faccenda in realtà ha un puzzo vecchio, molto vecchio. La cultura delle corporazioni prevede infatti la creazione di monopoli, attraverso barriere all’ingresso. La giustificazione tipica è quella di mantenere elevato il livello di qualità dei servizi offerti al cittadino consumatore. Il che potrebbe anche starci - per un numero ristrettissimo di attività altamente specialistiche - se le regole fossero puramente meritocratiche e la qualità venisse controllata non solo all’ingresso ma anche nel durante. E invece troviamo una esplosione di corporazioni anche nei settori meno specialistici. Dinastie di faramcisti, notai, bagnini. E poi nelle corporazioni si entra ma non si esce mai. Alzi la mano chi ha visto un ordinario di Università andare ad insegnare in un liceo o in una scuola media dopo anni di comprovata sterilità scientifica.

Quante volte abbiamo sentito ripetere «siate affamati, siate folli»? Non c’è un politico “giovane”, un manager “giovane” o un tecnocrate con il complesso dell’imprenditore mancato che non l’abbia pronunciata o abbia sognato di farlo alla prima convention utile. I giovani italiani, quelli giovani veramente, si trovano invece le porte sbarrate. Lo sappiamo tutti che nella vita quello che conta è la determinazione. E un elemento fondamentale per la determinazione è provare a realizzare il proprio sogno, anche per quanto riguarda il corso degli studi. Chiunque abbia insegnato sa quasi tutti i propri studenti potrebbero passare qualunque esame se solo lo volesse.

A 19 anni non dovrebbero esistere soluzioni di ripiego. Tutti dovrebbero avere una chance. È uno spreco immenso di capitale umano e sociale costringere migliaia di ragazzi ogni anno a rinunciare ai propri sogni, senza dargli la possibilità di capire se essi corrispondano alla realtà. Uno spreco con effetti economici. Perché un paese a “numero chiuso” è un paese che non può crescere.

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