Parti sociali

La Cgil compie 110 anni (e li dimostra tutti)

Il 29 settembre del 1906 a Milano cominciava il primo congresso della Confederazione generale del lavoro. Oggi il sindacato rosso perde tessere, è sempre meno centrale e ancora poco trasparente

Camusso

(Getty Images/FILIPPO MONTEFORTE)

29 Settembre Set 2016 1205 29 settembre 2016 29 Settembre 2016 - 12:05

Il 29 settembre del 1906 cominciava alla Camera del lavoro di Milano il primo congresso della Confederazione generale del lavoro (Cgl), l’embrione di quella che poi sarebbe diventata la grande fortezza Cgil. Centodieci anni dopo, nel 2016, il sindacato oggi guidato da Susanna Camusso festeggia il suo compleanno con un concerto in piazza del Popolo a Roma. E i suoi anni li dimostra tutti. Da allora, sotto i ponti di Corso d’Italia ne sono passati di scioperi e segretari. Ma soprattutto si sono perse per strada le tessere. E con l’antipatia renziana per i sindacati, sono venuti meno anche gli spazi di concertazione e il peso politico.

Non che il sindacato abbia fatto chissà quale sforzo per rendersi più simpatico agli occhi di giovani e meno giovani che cercavano un lavoro, mentre in piazza si difendeva l’articolo 18. Tanto più che la tanto sbandierata operazione trasparenza è ancora al palo: sui siti si trova qualche numero in più, ma manca ancora tanto. Così, 110 anni dopo, l’emorragia di iscritti continua senza sosta. Il calo delle tessere è un fenomeno noto, che riguarda tutte le sigle sindacali. Ma la Cgil ne perde più degli altri. Se in media le tre sigle - Cgil, Cisl e Uil - si lasciano alle spalle 100mila iscritti ogni anno, il sindacato rosso ne perde 157mila (dati Demoskopica).

Paradosso dei paradossi: la sfiducia verso le bandiere del sindacato si registra soprattutto al Sud, nel regno del disagio lavorativo e della disoccupazione giovanile. Con punte di 23.600 tesserati in meno in un anno in Campania. L’addio arriva soprattutto dai cosiddetti atipici. Partite Iva, collaboratori, autonomi difficilmente hanno la tessera in tasca. Tutte le nuove forme del lavoro senza un contratto subordinato che il sindacato ha perso per strada, mentre era occupato a tutelare chi il contratto ce lo aveva già.

Il tesseramento del 2015 della Cgil, consultabile sul sito, conta 5.482.401 iscritti in Italia. Di cui 2.674.571, quasi la metà, sono i pensionati. In compenso, gli iscritti al Nidil Cgil, categoria a parte che racchiude gli atipici di tutte le categorie (come se fossero una specie anomala), sono solo 75.811. I numeri la dicono lunga.

(Da "Bilancio e Relazioni” 2015 della Cgil)

In compenso, l’iscrizione alla Cgil può rivelare sorprese sorprendenti. Una volta tesserati, si può godere delle convenzioni con Unipolsai, per sottoscrivere una assicurazione. Ma anche il Monte dei Paschi di Siena, che per gli iscritti alla Cgil – guarda un po’ – prevede agevolazioni per la gestione di conti correnti, mutui, risparmi e prestiti personali («anche a favore dei lavoratori/ci atipici ed immigrati»). E ci sono pure gli sconti con Trenitalia. Ma attenzione, non i giovani lavoratori: lo sconto ce l’hai solo sei hai compiuto 60 anni, come quasi la metà degli iscritti alla Cgil d’altronde.

In ogni caso, il calo delle tessere si traduce anche nel calo delle entrate. Gli iscritti versano lo 0,80% del proprio stipendio al sindacato come “contributo sindacale” che il datore di lavoro trattiene dalla busta paga. Per i pensionati la trattenuta parte dallo 0,50% e scende in base al reddito. Per atipici e disoccupati, invece, le quote di iscrizione sono più basse: da un minino di 15 euro l’anno per i disoccupati a un massimo di cento euro. Il problema è che i lavoratori attivi, quelli che versano di più, tra gli iscritti sono in calo. Mentre i disoccupati, con le tessere da 15 euro, aumentano: nel 2011 erano poco meno di 12mila, nel 2015 erano 16.574. Che però, va detto, è sempre circa la metà dei 32.697 disoccupati iscritti nel 2000. E non perché oggi ci siano meno disoccupati. Il tasso di disoccupazione nel 2000 era al 10%, gli ultimi dati Istat parlano dell’11,5 per cento.

Il punto è che non sappiamo ancora davvero quanti soldi circolino nelle pance dei sindacati, tantomeno in quella della Cgil. Che resta sempre il primo sindacato italiano. I sindacati in Italia non sono obbligati per legge a presentare un rendiconto aggregato. E infatti al momento non lo fa nessuno. Neanche la Cgil, che però ha promesso di farlo entro l’anno. Sulla spinta della Fiom di Maurizio Landini, che dal palco del XVII congresso unitario di Rimini aveva chiesto a gran voce che il sindacato diventasse «una casa di vetro, trasparente» (sul sito della Fiom ormai da tempo si trovano bilancio e buste paga), anche Susanna Camusso poi è corsa ai ripari invocando più volte il sindacato trasparente. Ma di trasparenza, a parte la pubblicazione del suo redditto netto di 3.850 euro, ancora se ne vede poca.

Il punto è che non sappiamo ancora davvero quanti soldi circolino nelle pance dei sindacati, tantomeno in quella della Cgil. Che resta sempre il primo sindacato italiano

Sul sito della Cgil si trova qualche pagina con i conti del quartier generale del sindacato. Che sono spiccioli rispetto ai bilanci di confederazioni e territori. Alla voce tesseramento l’entrata registrata è di 22.531.879 milioni di euro, con una contrazione rispetto all’anno precedente di 395.161 euro in meno. Ma queste sono solo le quote trattenute dalla casa madre. Secondo i conti fatti dall’Espresso in base a stipendi e pensioni medie degli italiani in rapporto al numero di iscritti dichiarato, la Cgil dovrebbe incassare circa 741 milioni di euro all’anno (da Corso d’Italia dicono che sia poco più della metà). Insomma, una bella differenza con quanto dichiarato.

Il grosso degli incassi, in ogni caso, arriva dai centri per l’assistenza fiscale, dai Caf e dai patronati che forniscono sostegno alla compilazione del 730 o del modello Isee per la richiesta di borse di studio o altri benefici. Per queste attività, i sindacati ricevono un contributo pubblico in base al numero di pratiche svolte. Con l’introduzione della nuova dichiarazione dei redditi precompilata, dal 2015 i trasferimenti sono stati ridotti. L’ultimo decreto del ministero dell’Economia di inizio settembre ha stabilito che i compensi spettanti ai Caf e professionisti abilitati non possono eccedere i 276.897.790 euro nel 2016, e poi 247milioni per il 2017 e 2018 e 217 milioni dal 2019. MIca briciole. Secondo i dati del ministero dell’Economia, nel 2014 solo il Caf della Cgil ha incassato 42,3 milioni di euro. A questi poi vanno aggiunti ai soldi che arrivano dall’Inps per i modelli 730 dei pensionati e per la gestione dei servizi in convenzione.

Quella di diventare un punto di riferimento dei servizi non sembra una cattiva idea per reinventarsi. Non uno sportello passacarte. Ma magari un servizio di consulenza per i milioni di precari alle prese con astrusi contratti senza capo né coda

Poi ci sono i patronati, gli sportelli che forniscono gratuitamente servizi di assistenza a lavoratori e pensionati. E per questo vengono poi rimborsati dagli istituti di previdenza. Secondo la “Nota sul finanziamento diretto e indiretto del sindacato”, nel 2012 i Caf dei sindacati hanno ricevuto 423.299.420 milioni di euro. E sempre secondo i calcoli dell’Espresso, in testa ci sono i patronati Inca-Cgil, con un incasso di 85,3 milioni di euro. Ma anche qui sono arrivate le forbici renziane della spending review, e i sindacati hanno protestato e non poco. Alla fine il taglio è stato ridotto da 28 a 15 milioni.

Perché la verità è che i sindacati, Cigl in primis, davanti al declino degli iscritti non potranno fare a meno delle entrate derivanti dai servizi. «Una delle poche alternative concretamente perseguibili per compensare il declino del tesseramento dei lavoratori dipendenti», ha scritto Paolo Feltrin nei Quaderni di rassegna sindacale. Soprattutto davanti a un ruolo politico sempre più marginale. Nell’ottobre del 2014, nella Sala Verde di Palazzo Chigi, Renzi concesse solo un’ora del suo tempo ai sindacati per parlare del Jobs Act. Anche la fortezza Cgil, insomma, non è più la stessa. Quella di diventare un punto di riferimento dei servizi non sembra una cattiva idea per reinventarsi. Non uno sportello passacarte. Ma magari un servizio di consulenza per i milioni di precari alle prese con astrusi contratti senza capo né coda. Messa così, forse gli iscritti aumenterebbero.

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