L’inchiesta

Bambini resi storpi e sfruttati, l’ombra del racket: ecco il lato oscuro dell’accattonaggio

Si trovano agli angoli delle strade, davanti ai bar e ai supermercati. Da un lato bambini vittime della tratta, a cui in alcuni casi vengono deformate le ossa per renderli più compassionevoli. Dall’altro il fenomeno dei migranti mendicanti col cappellino, dietro i quali si ipotizza ci sia un racket

Elemosina

(Getty Images/ALEXANDER NEMENOV)

7 Ottobre Ott 2016 0830 07 ottobre 2016 7 Ottobre 2016 - 08:30

Il ragazzo nigeriano con un cappellino in mano e uno in testa. La donna rom con un bambino in braccio. Li si può incontrare davanti a un supermercato, all’angolo di una via piena di negozi, piazzati strategicamente in un qualsiasi punto di passaggio del centro Milano. Sono figure che fanno parte della scenografia cittadina. Le due facce più note di chi chiede l’elemosina oggi in città. Ma spesso, a quanto risulta, hanno alle spalle organizzazioni che sulla povertà ci guadagnano. Trafficanti senza scrupoli che si spingono fino a provocare volontariamente nei bambini deformazioni e fratture alle ossa per renderli più compassionevoli agli occhi degli ignari passanti. O che approfittano dei flussi di migranti senza speranza per formare un “esercito” di mendicanti alle proprie dipendenze.

«Una quantificazione esatta non esiste. Ma si può stimare che le persone che oggi chiedono l’elemosina a Milano siano circa 500», spiega Mario Furlan, fondatore e presidente dei City Angels, che conosce bene le strade e i marciapiedi cittadini. «Potrebbero sembrare molti di più, perché sono concentrati nelle vie principali della città, in realtà non sono così tanti». Certo, negli anni della crisi accattoni e senza tetto sono aumentati. «Circa un terzo sono italiani. Il resto stranieri».

Disabili sfruttati e maltrattati

Molti mendicanti a Milano sono rom e cittadini dell’Est Europa. «Quando per strada vediamo bambini o disabili di sicuro dietro c’è una regia», spiega Mario Furlan. «Minori e storpi vengono portati in Italia proprio con l’obiettivo di farli mendicare. C’è gente senza scrupoli in Romania che deforma le ossa ai bambini quando sono piccoli perché facciano più compassione e raccolgano più soldi una volta impiegati per strada». Bambini sottratti agli orfanotrofi e “deportati” all’estero con l’obiettivo di farli mendicare. Ma a volte sono gli stessi genitori a impiegarli nella tratta dell’elemosina.

Proprio dalle strade di Milano è partita un’inchiesta della Polizia locale che a novembre del 2014 portò all'arresto di sette cittadini romeni che sfruttavano i connazionali per l’accattonaggio. Agli atti del processo, che ha portato a cinque condanne con pene fino a 11 anni nel luglio 2016, si registrano almeno ventidue vittime identificate. Tra di loro disabili, persone in difficoltà economica, perlopiù provenienti «dalle fasce più basse e sofferenti della popolazione del distretto rumeno di Costanza, in particolare dalla città di Medgidia». Lì un vero e proprio reclutatore con la finta promessa di un lavoro dirigeva i malcapitati verso l'Italia, che si ritrovavano a dover rispondere a un «padrone» per tutta la giornata con il compito di raccogliere denaro ai semafori o per strada. Ricavo: tra i 30 e i 50 euro a giornata, con tanto di perquisizione serale per evitare che la vittima tenesse qualcosa per sé.

Le vittime si trovavano all'interno dei campi rom di Milano in balia dei propri sfruttatori, «privi di sostentamento e di conoscenze, - scriveva il pm Piero Basilone - privi dei documenti di identità, spesso disabili, incapaci di scrivere e parlare in italiano», dunque impossibilitati anche alla denuncia. Eppure paradossalmente l’inchiesta partì proprio da una denuncia di una delle vittime: uno dei ragazzi, ben istruito dai suoi aguzzini, si era presentato per denunciare il capo di una banda di schiavisti. Non la sua, ma quella concorrente. Da quella denuncia gli investigatori sono riusciti a ricostruire la filiera del racket.

Bambini sottratti agli orfanotrofi e “deportati” all’estero con l’obiettivo di farli mendicare. A volte sono gli stessi genitori a farlo, persone senza scrupoli che impiegano così i figli disabili, o che addirittura provocano loro deformazioni per renderli più profittevoli

Gli africani col cappellino

L’altra faccia dell’accattonaggio oggi è quello che coinvolge gli immigrati africani. Con l’aumento dei flussi dalla Libia e il blocco dei confini a Nord, agli angoli delle strade di Milano e non solo sono apparsi giovani ragazzi di colore. Tutti uomini, vestiti più o meno bene, e con un cappellino con la visiera in mano per raccogliere le monete dei passanti. Si trovano davanti ai bar, ai supermercati o nei mercati rionali. Nelle zone più affollate. Vengono tutti dall’Africa subsahariana, soprattutto dalla Nigeria. Alle spalle hanno spesso un viaggio via terra fino alla Libia, poi in mare fino all’Italia. E poi ancora verso Nord, per approdare nel capoluogo lombardo.

Alcuni di loro vivono ancora nei centri di accoglienza comunali, ma molti sono ormai usciti da queste strutture. L’attesa di una nuova vita, quella che sarebbe dovuta durare solo qualche mese, è diventata normalità. Da immigrati si sono trasformati in mendicanti. Molti sono migranti economici, passati ormai in secondo piano rispetto ai richiedenti asilo. Senza un lavoro, e soprattutto senza niente da fare da mattina a sera, finiscono a chiedere l’elemosina per strada. «È un fenomeno in crescita», spiegano dalla Casa della Carità. «L’alternativa all’elemosina di solito è il volantinaggio».

Il modo di presentarsi uniforme – cappellino da baseball rivolto ai passanti, stessi luoghi scelti per posizionarsi, con una distribuzione capillare – potrebbe far pensare a un fenomeno di emulazione tra connazionali. Ma il dubbio che dietro ci sia una sovraorganizzazione c’è. Come già accade per le prostitute nigeriane, costrette a pagare il debito di viaggio vendendo il proprio corpo per strada. Anche perché gli stessi ragazzi con il cappellino in mano si vedono anche in altre città di passaggio dei migranti, da Nord a Sud. Anche la Direzione nazionale antimafia nella sua ultima relazione scrive: «La principale forma di sfruttamento resta quella di tipo sessuale, anche se si registra un aumento dei casi di accattonaggio forzato». Il modus operandi dei trafficanti è costante: dopo il trasporto in Italia si è continuamente sottoposti alle richieste degli sfruttatori «che - scrive la Dna - si appropriano quasi interamente dei guadagni derivanti dalla prostituzione o dall'accattonaggio», a cui sono destinati circa il 30% delle vittime della tratta.

Il fenomeno, non a caso, ha attirato l’attenzione della polizia locale milanese. Che ha avviato un’indagine, ipotizzando l’esistenza di un racket dietro questi mendicanti tutti uguali. Qualcuno che su quegli spicci ci farebbe la cresta, insomma. Magari approfittando dell’ondata emotiva per i flussi dei migranti che ci fa mettere qualche moneta in più nei cappellini. E in effetti a parlare con questi ragazzi, non sembra proprio che si tratti di un’attività spontanea. K., 27 anni, nigeriano, è fermo davanti a una delle Esselunga del centro di Milano. «Vengo qui tre volte a settimana, un giorno sì e l’altro no», dice. Sempre gli stessi orari, dalla mattina al pomeriggio. E sempre lo stesso angolo di marciapiede. M., che viene dalla Liberia, staziona invece davanti a un bar del quartiere Brera, in attesa degli spicci del resto di chi ha consumato il caffè. Comincia al mattino presto, dopo pranzo va via.

E se qualcuno occupa questi spazi, c’è chi arriva a reclamarli, come è accaduto davanti alla stazione Cadorna. «Di solito c’è una spartizione del territorio in cui vince chi arriva prima. O, altre volte, il più forte caccia il più debole. Ovviamente i punti più in vista, quelli più trafficati, sono anche quelli più ambiti», spiega Furlan. Ragazzi che si trovano in un limbo dopo lunghi viaggi. «E così, senza un soldo in tasca, rischiano di entrare nella rete della criminalità, rubando o spacciando, o diventano vittime di organizzazioni criminali». Dal Comune di Milano, non a caso, si sta cercando di coinvolgerli in lavori di cura del territorio, destinando a chi si ferma per più tempo anche delle borse lavoro. «Se avessi un lavoro non starei qui», dice uno di loro.

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