In Europa le riforme si fanno lo stesso, anche coi governi di minoranza

Svezia, Polonia, Paesi Bassi: riforme shock e Pil che vola, nonostante governi di minoranza e quei sistemi elettorali proporzionali che non dovrebbero garantire governabilità

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12 Ottobre Ott 2016 1237 12 ottobre 2016 12 Ottobre 2016 - 12:37

Non si voterà direttamente sulla legge elettorale, eppure il giudizio degli italiani sarà anche sull’Italicum. Così del resto era stato voluto dal premier Renzi, che ha sempre detto che il futuro dell’Italia potrà essere più roseo anche dal punto di vista economico solo se si spezzerà il bicameralismo egualitario, certo, ma anche se si potrà anche sapere il vincitore delle elezioni la sera stessa, se questo sarà solo uno, con la maggioranza assoluta, e si elimineranno le coalizioni.

Insomma, se ci si allontanerà sempre più da un sistema proporzionale. Ma cosa succede nel resto d’Europa?

Nel Continente il sistema prevalente è proprio quello proporzionale, pur nelle diverse versioni. Con collegi piccoli o grandi, con sbarramenti più o meno alti, normalmente intorno al 4%, come per esempio in Svezia, o al 5%, come in Polonia (l’8% per le coalizioni), o anche zero, come avviene nei Paesi Bassi.

In tutti questi Paesi, e, anzi, anche in altri 16 in Europa, dal Belgio all’Austria, dalla Grecia alla Svizzera, vige qualche forma di preferenza (Open list), si può scrivere o votare un singolo candidato di una lista, rovesciando l’ordine predefinito deciso dal partito, al contrario di ciò che avviene con le liste bloccate (Closed list), che invece prevalgono in una minoranza di Paesi.

Fonte: ACE Project

Una conseguenza frequente di tali sistemi è un esito elettorale che vede il gruppo più grande in Parlamento conquistare non più del 30-40% dei seggi, costretto a governare in coalizione, assieme ad altri 3-4 partiti, o addirittura in minoranza, cercando i voti di volta in volta in Parlamento.

Quindi leggi proporzionali, preferenze, maggioranze di coalizione con l’appoggio dei “partitini”, o addirittura governi di minoranza, nessun vincitore assoluto la sera delle elezioni, una ricetta horror agli occhi di Matteo Renzi, ma anche di coloro che hanno dominato la Seconda Repubblica italiana dopo il 1993, non dimentichiamo che Berlusconi era a favore della modifica al “porcellum” per assegnare il premio al singolo partito invece che alla coalizione nel 2009.

Qual è la conseguenza di questi sistemi in Europa? Governi che nascono e muoiono nel giro di pochi mesi? Ricatti dei piccoli partiti? Impossibilità di fare riforme e politiche clientelari per soddisfare ogni minuscola lobby che potrebbe far cadere l’esecutivo?

Niente affatto. La Svezia nei primi anni ‘90 era il malato d’Europa: era calata dal quarto al 14esimo posto per PIL pro-capite tra i Paesi OCSE, aveva la tassazione più alta del mondo, una crescita inferiore alla media europea, il debito pubblico che saliva sempre più, l’occupazione stagnante, una situazione, insomma, che noi italiani conosciamo bene.

A cominciare dal 1991 fu varata una riforma fiscale che tagliò radicalmente le tasse sulle imprese, dal 50% al 30%, e sulla persona, che allora raggiungevano picchi dell’80% finanziando questi sgravi con l’aumento dell’IVA.

Sono stati tagliati anche i trasferimenti agli enti locali e parte del welfare, modificati i processi di concertazione sui salari, tanto da abbattere la crescita di questi dal 10% annuo al 3% circa negli anni ‘90, liberalizzati i settori dell’energia, delle ferrovie, dei media, dei taxi, prima i più regolati d’Europa.

Fu inserita la competizione nella sanità e nell’istruzione, tramite i voucher, quando fino a fine anni ‘80 questi ambiti erano monopolio statale. Le pensioni passarono da un sistema retributivo ad uno contributivo. Il risultato è stato un aumento della crescita del PIL, dopo metà anni ‘90, a livelli superiori a quelli dei Paesi OCSE e della UE.

Crescita del PIL - Fonte: OCSE

Ebbene, chi ottenne questi risultati? Una serie di governi diversi dal 1991 in poi: all’inizio uno di centrodestra, che non aveva neanche la maggioranza assoluta in Parlamento, ed era appoggiato da una coalizione di 4 partiti differenti. Il governo cadde in anticipo, ma le riforme proseguirono con un governo socialdemocratico, di minoranza anch’esso.

I Paesi Bassi tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 si ritrovarono in condizioni simili a quelle svedesi: la “Dutch disease” aveva colpito il Paese, la crescita era inferiore alla media europea, solo +1,22% all’inizio degli anni ‘80, l’industria petrolifera aveva drogato l’economia e i calo dei prezzi del greggio aveva portato la crisi in un sistema tra l’altro molto rigido, sindacalizzato e pieno di monopoli. Nel corso degli anni ‘80 cominciarono le privatizzazioni, gli aumenti salariali furono tagliati (solo +5% nel 1983 - 1993, contro il +37% in Germania).

La crescita del PIL tra il 1985 e il 1994 raddoppiò, superando finalmente la media europea.

A varare queste misure fu una coalizione di liberali e cristiano-democratici, sostituita da una di cristiano-democratici e socialdemocratici, tutti usciti da un voto proporzionale. Oggi la politica olandese è sempre meno polarizzata, da tempo nessun partito supera il 30% dei voti (e dei seggi), le coalizioni comprendono spesso 3 partiti e cambiano anche con lo stesso premier, eppure i Paesi Bassi sono al quarto posto al mondo per competitività secondo il World Economic Forum.

La Polonia ha un passato molto diverso rispetto a Svezia e Paesi Bassi, è un Paese comunista, ma dagli anni ‘90 in poi è stata sottoposta a riforme shock che hanno portato alla liberalizzazione di tutti i settori, alla trasformazione dell’istruzione, della sanità, delle pensioni, con l’introduzione del privato. Oggi è l’unico Paese a non avere subito una recessione nel 2008-09, tra i più competitivi d’Europa, con una crescita molto più alta non solo della media europea, ma anche degli altri Paesi emergenti dell’Est

Crescita del PIL - Fonte: Commissione Europea

Eppure fin dal 1991, quando nessun partito ebbe più del 12%, la politica polacca è stata dominata dall’instabilità, ogni maggioranza fino al 2011 (quando Tusk vinse un secondo mandato) fu sconfessata alle successive elezioni, nessun vincitore ebbe la maggioranza assoluta dovendo affidarsi a coalizioni con junior partners che la volta prima si erano alleati agli avversari, ma ogni esecutivo portò avanti le riforme del precedente, e l’economia non subì scossoni dalle bizze della politica

Cosa ci dicono queste esperienze? Che probabilmente non è il sistema elettorale, o quello istituzionale, a determinare l’efficienza dei governi, la loro capacità di scrivere riforme strutturali necessarie, è inutile nascondersi dietro la “palude” del proporzionale, le preferenze o le coalizioni litigiose, sono tutti alibi per nascondere l’assenza di una volontà riformatrice, il coraggio di prendere misure impopolari ma indispensabili, la disponibilità a perdere le prossime elezioni amministrative, europee, anche le politiche, pur di non rinunciare a fare ciò che è giusto.

Ci venga risparmiata la litania, che dura da più di 20 anni, sulle riforme istituzionali, sulle leggi elettorali come causa o panacea di tutti i mali. Abbiamo perso già fin troppo tempo dietro tutto questo. E’ del coraggio dei leader che abbiamo bisogno.

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