L’ultima volta che qualcuno si era accorto dell’esistenza delle pagine culturali di Repubblica era poco meno di tre anni fa, luglio 2023. I lanzichenecchi di Alain Elkann nella pseudoprimaclasse di Italo. Teneteli a mente: poi nel racconto di oggi tornano, i lanzichenecchi.
Quella di oggi è una storia che non so bene con cosa abbia a che vedere, non riesco a capirlo benché ci rifletta da tre giorni: col giornalismo? Con l’attenzione? Coi regolamenti di conti? Con le notizie su cui il giornalismo si fissa non si sa bene perché? Con la trama di “Succession”?
La vicenda di partenza è quella di Erri De Luca, una roba da morire di noia come tutti i dibattiti che ruotano attorno all’uso del termine “genocidio”: De Luca, come è impossibile non sappiate, ha dato un’intervista in cui dice che lui non si siede a parlare con chi usa la parola “genocidio” (mai visto un simile feticismo attorno a una parola, per gli uni totem e per gli altri tabù: Freud avrebbe un’erezione).
Ne avevo scritto persino io: il pubblico di sua pertinenza, quel ceto medio complessato per cui “genocidio” è totem e non tabù, lo rinnega, lui aggiusta il tiro, si prevedono contrazioni del mercato all’uscita del suo prossimo libro.
Fatto sta che, nell’economia dell’attenzione in cui uno scrittore non ha nessuna possibilità di farsi notare se non tenendo dei birilli in equilibrio sul naso, Erri De Luca diviene l’unico marchio riconoscibile tra coloro che di mestiere scrivono libri. Ottiene da quell’intervista più notorietà (ma assai minor affetto da parte del ceto medio complessato) di quanta ne ebbe Scurati ai tempi in cui gli venne revocato un ingaggio in Rai (i modi in cui uno scrittore può guadagnare attenzione in questo secolo non hanno nulla a che fare coi libri).
Come tutti sapete, in Italia ci sono più festival culturali che pizzerie, e uno di essi si svolge nei prossimi giorni a Salerno. Condirettore del Salerno Letteratura Festival è Paolo Di Paolo, scrittore e collaboratore di Repubblica e di Radio 3 e di un po’ qualunque istituzione culturale italiana.
Se fossimo dentro “Succession”, Di Paolo sarebbe Tom Wambsgans. Come lui finirà per comandare tutta la baracca, e come lui ci arriverà non facendosi turbare da nessuna umiliazione reale o percepita. Nel luglio dei lanzichenecchi, Di Paolo fu l’unico a non mandare a quel paese le pagine culturali di Repubblica quando, tentando di arginare quello che loro credevano essere il danno reputazionale dell’articolo di Alain Elkann, cercavano uno scrittore che prendesse quello stesso treno e scrivesse un reportage. Di Paolo c’è sempre, quando alle sette di sera ti serve qualcuno che la prenda alta e ti faccia il corsivo culturale sul tabacchificio che sta per chiudere a Foggia.
Anni fa Claudio Giunta scrisse per la rivista del Mulino una cronaca di quando le pagine culturali di Repubblica gli proposero di scrivere per loro, e lui capì di non voler fare la fine di quello scrittore suo conoscente cui, mentr’erano in vacanza, toccò scrivere trenta righe sul tabacchificio di Foggia come metafora culturale. È un caso che Foggia sia dalle parti dei lanzichenecchi? Io non credo.
«A parte le chiamate a Ferragosto, i necrologi per i poeti morti stenografati in due ore, la necessità di condividere la prima pagina con gente con cui non vorrei condividere neanche la hall di un albergo, c’era il rischio di parlare, una volta su due, di argomenti su cui non ero abbastanza preparato, o che non m’interessavano, e quindi di scrivere male, di scrivere sciocchezze. Il rischio? La certezza. Praticamente tutti gli scrittori o gli studiosi che mi venivano in mente, diventati opinionisti in servizio permanente anche a Ferragosto, avevano finito – mi pareva – per guastare la loro reputazione e forse anche un po’ la loro intelligenza scrivendo spesso cose mal informate o superficiali o addirittura ridicole, perdendo anche un sacco di tempo per farsi un’idea intorno a questioni assurde o vane, o troppo complicate per poterne dire qualcosa di sensato senza prima studiare, come la chiusura del tabacchificio di Foggia».
Paolo Di Paolo non rifiuterebbe mai le trenta righe sul tabacchificio di Foggia e questo – chi ha frequentato un po’ i giornali lo sa – lo rende al tempo stesso prezioso (è quello che ti salva dal buco in pagina) e disprezzatissimo (i capiredattori non sono immuni all’influenza di quel dio la cui esistenza ci svelò Stefano Benni, Amikinont’amanonamikit’ama). Come Tom Wambsgans, Paolo Di Paolo non si fa desiderare.
Dunque Paolo Di Paolo – in questa vicenda che potrebbe avere per titolo quella domanda che poneva Fossati negli anni in cui Repubblica aveva lettori e la sinistra aveva elettori, «chi ha sbagliato più forte» – toglie dal programma di Salerno la prolusione di Erri De Luca.
Non si può far aprire il festival dall’unico scrittore notiziabile del momento. (Ti si nota di più se gli assegni la prolusione o se gliela revochi? Forse non ti si nota comunque, essendoci altri diecimila festival).
Ora, tutto questo non spiega ciò che succede venerdì, perché quello che succede venerdì è inspiegabile. Nel senso: sono giorni che parlo con gente più intelligente di me, e nessuno ha una spiegazione sensata.
Venerdì, nelle pagine della cultura di Repubblica, compaiono dieci righe non firmate in cui il giornale dice di aver letto «con sorpresa» le parole con cui Di Paolo toglie la prolusione a De Luca, dicendo d’averlo deciso a causa del modo in cui De Luca aveva articolato il concetto.
«Quanto siano decisivi i tempi e l’articolazione di un concetto lo testimonia plasticamente proprio Di Paolo che [..] poco più di una settimana fa si scagliava contro la persecuzione a De Luca biasimando che il legittimo dissenso rispetto a un’opinione potesse trasformarsi in “stupida ferocia” […] si domandava il Di Paolo 1. Pochi giorni ed entra in scena il Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente».
Nessuno se ne accorgerebbe, se non succedesse ciò che era successo ai tempi dei lanzichenecchi: qualcuno fotografa il corsivo e lo mette sui social. I quali hanno per una volta qualcosa di concreto di cui parlare: non accade tutti i giorni che un giornale pubblichi un corsivo non firmato in cui dà del coglione a un suo collaboratore.
Il responsabile delle pagine culturali è via da un paio di settimane (era via anche la volta dei lanzichenecchi: Freud intravedrebbe un pattern), a qualcuno pare di riconoscere la prosa di uno dei vicedirettori, e nel telefono senza fili si sparge presto la voce che il corsivo l’abbia composto nientemeno che il direttore stesso.
Il comitato di redazione, che quando c’è da fare la gara a chi sbaglia più forte s’impegna sempre molto, sabato scrive le sue venti righe in cui dice che «senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale […] questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro […] Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social» (eccetera, sono pure amareggiati), e immediatamente le pubblica su Facebook, facendo immagino contentissimo Mario Orfeo.
Domenica, per guastargli ulteriormente l’umore, decido di chiamare Orfeo. Che non conosco, lo preciso perché altrimenti il tenore beckettiano della conversazione potrebbe sfuggire. Mi presento, gli chiedo se sappia cosa si dice di quel corsivo, mi risponde che non lo sa e neppure gli interessa. Gli dico che si dice l’abbia scritto lui, lui dice che non è vero ma non importa, perché tutto quel che esce sul giornale è riconducibile alla direzione. Mi chiede perché me ne interessi.
Gli dico che intendo oggi scrivere quest’articolo, e che perciò mi sembrava cortese, prima di affermare che il direttore di Repubblica si è incomodato a fare un corsivo contro un collaboratore neppure particolarmente di peso, chiedergli di confermare o smentire.
Lui a quel punto alza la voce e mi sgrida: se intendo scrivere devo dirlo prima, invece di carpirgli dichiarazioni senza annunciare le mie intenzioni. Pensava che una tizia che non conosce lo chiamasse di domenica pomeriggio per domandargli del corsivo contro Paolo Di Paolo per quale altra ragione? Credeva avessi trovato il suo numero su Tinder? Che fossi in cerca di nuovi amici? Che intendessi propormi per scrivere dei tabacchifici di Foggia?
Dice Orfeo – nella parte di telefonata successiva al disvelamento delle mie losche intenzioni – che non c’è niente di strano in quel corsivo. Io chiedo se Di Paolo sia stato avvisato, lui mi chiede col tono che si usa per rivolgersi a interlocutori particolarmente stolidi «siamo soliti avvisare coloro di cui scriviamo?». Io obietto che non accade spessissimo si faccia un corsivo per dire che un proprio collaboratore è imbecille, e lui risponde che loro mica l’hanno criticato «nelle sue mansioni di collaboratore di Repubblica, non abbiamo criticato qualcosa che aveva scritto per noi». La separazione delle carriere è finalmente compiuta, almeno per Di Paolo.
Dice anche, Orfeo, che lui certo non guarda i social (gli avevo detto che erano pieni di opinioni in merito) e che non gli risulta che questa storia interessi a nessuno (sono a quel punto passate ventiquattr’ore dall’amarezza del comitato di redazione). E dice che l’unica ragione per cui il corsivo non è firmato è che i quadratini di dieci righe non si firmano (qualcuno avvisi Berizzi).
Purtroppo sono troppo impegnata a chiedermi come sia sopravvissuto tanti anni in Rai uno che non ha la furbizia d’essere falsamente cortese con una che forse scriverà un articolo su di lui per fargli l’unica domanda che andrebbe fatta (e alla quale comunque non risponderebbe): perché? Cioè non è che Paolo Di Paolo sia Roberto Saviano: se hai deciso che non lo vuoi più sulle tue pagine basta smettere di chiedergli di prendere l’Italo per andare al tabacchificio di Foggia, basta non rispondere più alle sue proposte di articolo. Non sarà il primo né il centesimo collaboratore di Repubblica che smette d’essere tale.
Ma chi te lo fa fare di armare questo casino che costringe un po’ tutti a solidarizzare con Di Paolo? (Compreso il capo della cultura, che se ne sta lamentando moltissimo con tutti: la direzione usa le sue pagine per prendersela con collaboratori che anche lui disprezza, e a lui tocca fare il poliziotto buono).
È che puoi prendertela solo coi pesci piccoli, e non sai che quel pesce piccolo è Tom Wambsgans e prima o poi te la farà pagare? O è che anche tu, come tutti, devi farti notare, e nell’economia dell’attenzione i giornali se non fanno un po’ di casino muoiono, e un pezzo ad Alain Elkann non lo puoi più chiedere? O è che, quando centoun anni fa Eliot diceva che il mondo non sarebbe finito con un botto ma piagnucolando, diceva «mondo» ma intendeva le pagine culturali di Repubblica?