La caduta di Maria Elena Boschi, la madre del referendum ripudiata da Renzi

In difesa di Maria Elena. Ha scritto lei la Riforma Costituzionale, eppure da qualche tempo la si tiene in disparte, e in tv ci va solo il Premier. La retorica della rottamazione non funziona più, quindi Matteo non ha più bisogno di lei

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21 Ottobre Ott 2016 0829 21 ottobre 2016 21 Ottobre 2016 - 08:29

C’era una volta Maria Elena Boschi, e adesso non c’è più, e toccherà parlare in sua difesa perché vedere la politica italiana costruire enfant prodige – solitamente donne – e metterli in prima linea, sfruttarne la novità, la biografia in qualche modo interessante, talvolta anche l'appeal televisivo ed estetico - che sia quello della Pitonessa o della Fatina - e poi ricacciarle nelle retrovie quando non servono più oppure diventano troppo iconiche, troppo caratterizzanti, comincia a diventare disgustoso.

Dunque Meb. La Riforma costituzionale l’ha fatta lei, lei che è ministro delle Riforme, tessendola attraverso sei interminabili passaggi parlamentari nei quali è successo di tutto a cominciare dal continuo disallineamento delle alleanze, con conseguente necessità di inseguire maggioranze d’aula sempre più complicate. Lei ci mise la faccia. Persino su Wikipedia quella legge si chiama Riforma Renzi-Boschi. Lei, anche in virtù di questo, fu cantata dai poeti del primo renzismo come l’incarnazione stessa della Leopolda «che avanza nelle imparruccate istituzioni con il tacco a spillo acuminato», un po’ Beatrice un po’ Moana, e si sprecarono aggettivi iperbolici: prometeica, fredda, piena di nuance che confondono, bella e implacabile, occhi di tigre. Crozza ebbe gioco facile a raffigurarla come una Madonna portata in processione: oggettivamente lo era. I cronisti parlamentari di maggior corso ne chiosavano ogni gesto con devota meraviglia, «l’imbarazzata dolcezza», le mani «che teneva giunte per precisare il concetto», fino al top di Bruno Vespa su “Panorama” che ne associò l’allure «alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa» raccontandola come una novella Santa Teresa d’Avila «che acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina».

Beh, e adesso dove sta Maria Elena? Dove è finita? I retroscena ipotizzano una frattura profonda col premier, con la conseguente decisione di cancellarla dalla tv, spedirla all’estero quando si può – vedi viaggio in America Latina – e insomma far dimenticare che c’è la sua firma e la sua faccia sopra la riforma costituzionale che determinerà il destino del governo. Lo storytelling di Matteo Renzi è cambiato. Egli non è più il rottamatore, non è più il Fonzie scanzonato e bullo che va in giro con la più bella della scuola, ora è il primo ministro in giacca e cravatta che viene ricevuto da Obama e gli servono altri accessori, una first lady adulta e altera, il cotè rassicurante dei Benigni e degli Armani, gesti meno scapigliati. La first girl torna a fare tappezzeria. E sbaglia chi attribuisce la sua disgrazia esclusivamente ai casini paterni di Banca Etruria: altri papà – pure quello di Renzi, pure quello di Lotti – hanno avuto o hanno guai equiparabili, e però la cosa è stata largamente metabolizzata. Ma Meb no, Meb non è stata perdonata.

Renzi cerca i voti dei vecchi, di chi ha a cuore la stabilità senza avventure, e per paradosso ora gli farebbe più comodo una Rosy Bindi, una rediviva Iotti, persino una Camusso, piuttosto che una ragazza bionda che secondo l’orribile stereotipo italiano è troppo bella per essere pure competente, intelligente, affidabile

Maria Elena non va più in tv. Ci è andata con Matteo Salvini, ma solo perché quello accusava il governo di vigliaccheria e ce l’hanno dovuta mandare per forza. C’è andata con Stefano Parisi, ma solo perché incaricata di mostrare il volto gentile del renzismo (e pure questa missione, dicono i suoi nemici, è stata fallita). Maria Elena non fa più notizia, e con l’infallibile istinto dell’In&Out che hanno i giornalisti persino i suoi vestiti – un tempo commentatissimi – non vengono più notati nemmeno se fa il red carpet alla Festa del Cinema con cascata di perle e tuta pantalone senza spalline. Ed è ovvio perché succeda: nella disperata guerra referendaria, l’idea che la Costituzione di Calamandrei, De Gasperi, Terracini, Moro, Amendola, sia stata riscritta sotto la guida di una parlamentare di 35 anni con un’esperienza politica riassumibile in dieci righe, non risponde più agli interessi propagandistici del momento. Renzi cerca i voti dei vecchi, di chi ha a cuore la stabilità senza avventure, e per paradosso ora gli farebbe più comodo una Rosy Bindi, una rediviva Iotti, persino una Camusso, piuttosto che una ragazza bionda che secondo l’orribile stereotipo italiano è troppo bella per essere pure competente, intelligente, affidabile.

Maria Elena Boschi sembra aver accettato il suo destino senza proteste, ma se ha solo la metà delle doti che le sono state attribuite ci si dovrà guardare anche da lei nel dopo-Referendum, comunque vada. Anche Santa Teresa appariva molto docile, ma non bastò uno squadrone di soldati e la rivolta di un'intera città per cacciarla dal primo monastero che aveva deciso di fondare ad Avila. Quindi meglio aspettare gli eventi prima di darla per dispersa, perché è persino possibile che, pur essendo stata indubbiamente avvantaggiata da uno sponsor potente e determinato, sia capace di camminare da sola e anche di tirar calci per conto suo, «col tacco a spillo acuminato» come chioserebbe qualcuno dei suoi vecchi ammiratori.

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