Matteo Le Pen, ritratto di un leader non ancora pronto a vincere

Tra nostalgici secessionisti e nuovi leghisti terroni, la Lega cerca una nuova identità: David Allegranti spiega nel suo ultimo libro che per governare, però, alla Lega servono i voti di Berlusconi e Salvini non è ancora in grado di raccogliere l'eredità del Cav

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25 Ottobre Ott 2016 0900 25 ottobre 2016 25 Ottobre 2016 - 09:00

Cosa farà Matteo Salvini da grande? Il leader della Lega deve decidere che fare del suo partito, tirato per la giacchetta dai nostalgici separatisti che hanno paura perda l'identità padana, ma anche dalla nuova base di elettorale, molto più eterogenea per provenizenza politica e, soprattutto, geografica.

Ne parla David Allegranti nel suo Matteo Le Pen – Che destra che fa (Fandango libri, 2016, 14 €), cercando di sbrogliare le matasse più complicate del domani leghista ed evidenziando le contraddizioni del partito, tentato, appunto, da pulsioni molto diverse.

C'è il sogno, neanche tanto nascosto, di diventare il Front National italiano, riuscendo a farsi carico di quel malcontento popolare (e populista), conservatore e anti-europeista che in Francia è ben intercettato dal partito di Marie Le Pen, ma non è così facile. Tanto per iniziare, non è la prima volta che la Lega tenta di sfondare al di sotto dell'Emilia Romagna. Certo, con Salvini il tentativo sembra avere più probabilità di riuscita, ma è difficile pensare che la Lega, assieme all'omologo Noi con Salvini, possa ambire ad un 25-30% in ambito nazionale, come invece può permettersi il Front National al di là delle Alpi.

C'è poi la questione dei voti di Berlusconi: per vincere servono quelli, e nel centrodestra si cerca un leader in grado di raccogliere l'eredità del Cavaliere. Ne parla Allegranti in quest'estratto del libro:

«Oggi il centro destra è uno schieramento al bivio fra il populismo securitario leghista di Matteo Salvini, quello della chiusura delle frontiere e della caccia al migrante, e il liberalismo parecchio azzoppato dopo vent’anni di fallimenti berlusconiani. Insomma, il centro destra che farà? Chi vincerà la battaglia delle idee? Salvini o Stefano Parisi? Per capirlo bisogna affrontare la questione principale, il fattore B.e il fardello che rappresenta nel dibattito attuale. “Berlusconi – dice il senatore Riccardo Mazzoni, di Ala, ex berlusconiano, fallaciano, giornalista ed ex vicedirettore del Giornale – è come Totti. Spalletti dice ‘io lo venero, ma ho bisogno di vincere’. Berlusconi non è più in grado, ma finché c’è lui, le primarie non ci sono. E se ancheci fossero, le vincerebbe Salvini, un leader che a suo modo fa concorrenza a Grillo. Il popolo di centro, schifato, che non va a votare, probabilmente tappandosi il naso tra Renzi e Salvini voterebbe Renzi... In Francia la lotta era tra due partiti di centro, tra Giscard D’Estaing e Pompidou,e il Front National era tenuto fuori da tutte le competizioni. Qui invece ilc entro destra è di fatto guidato da un leader che sta scavalcando a destra la Le Pen»

«Il rischio è che il ruolo del liberale prima versione tocchi farlo a Renzi, anche se il premier non lo è; né per indole personale, psicologica, antropologica, né per storia politica. I pochi liberali stanno altrove. Animano dibattiti in convegni, pensatoi, organizzano sparute opposizioni intellettuali. Uno dei think tank più interessanti è quello dell’Istituto Bruno Leoni, dicui Alberto Mingardièil direttore. Ha pubblicato sulla rivista Nuova storia contemporanea un saggio sul neoliberismo, diventato, secondo Mingardi, il feticcio contro cui la sinistra si scaglia, come fa Luciano Gallino nel suo ultimo libro Il denaro, il debito e la doppia crisi (Einaudi). Eppure, scrive Mingardi sulla rivista: “La notizia del trionfo del neo-liberismo è abbondantemente esagerata”. “Il segreto del successo della Lega di Bossi e di Forza Italia di Berlusconi – dice il direttore dell’Istituto Bruno Leoni – è che hanno offerto una rappresentanza politica piena, senza vergognarsi, aiceti produttivi del Nord Italia, che per quarant’anni avevano votato Dc turandosi davvero il naso esenza averne in cambio granché. Berlusconi entra in politica dicendo che bisogna tagliare le tasse, in quarant’anni non lo aveva detto nessuno. Non rientrava nel galateo della politica contemplare la riduzione del raggio d’azione dello Stato. Sia la Lega che Forza Italia però hanno drammaticamente fallito nei confronti di queiceti produttivi e industriali che erano andati a votarli. Che cosa hanno portato a quegli elettori che li hanno votati per quindici anni? Pochissimo. Il federalismo è stato sostanzialmente un’eterna promessa che i leghisti non hanno mai realizzato e, per quanto riguarda Berlusconi, noi possiamo dire che ha fatto, dal punto di vista della spesa pubblica, tutto fuorché un programma di riduzione della spesa e quindi delle imposte.” Insomma, un disastro. “Io – riprende Mingardi – arriverei a scusare sotto un certo aspetto Berlusconi per un motivo semplice: quando quelle proposte sono state avanzate mancava il materiale umano per realizzarle.

Non basta più dire meno tasse, devi avere un ceto politico, devi avere un tecnico del diritto, persone che scrivono leggi e una certa rete di supporto nel mondo delle idee.” Basta pensare, dice Mingardi, alla flat tax che Berlusconi proponeva nel 1994 – e che oggi torna tra qualche nostalgico, in rete – “ma non aveva persone e professionalità per trasformarla da idea in norma”. Ciò che paga oggi il centro destra è, di nuovo, “l’assenza di persone. E questo è dovuto in parte a Berlusconi,cheè una specie di tappo e impedisce la formazione di cose alternative in quell’area. Poi però c’è anche la tendenza della società civile liberale ad affidarsi a persone che dovrebbero risolvere problemi – Berlusconi, ma anche Renzi – piuttosto che tentare di esprimere essi stessi una rappresentanza politica o una forma di impegno più o meno diretto. E questo pesa. Dopotutto la politica è fatta di persone che fanno le cose. Non dico che non ci siano persone di sentimenti genuinamente liberali ma non sono persone che hanno una posizione preminente”. Mingardi stavolta è “d’accordo a metà” con Orsina sulla domanda di destra che c’è nel paese ma che non trova un’offerta. “Credo che, al posto di soluzioni liberali, ci sia piuttosto una domanda più rilevante di sicurezza. C’è un forte pezzo dell’elettorato spaesato che ha bisogno di punti fermi,che non capisce come si comportino i governi davanti all’immigrazione, che ha paura del terrorismo, che è preoccupato rispetto a certe evoluzioni della società e quindi vuole risposte più di destra che di taglio liberale.

La domanda è: quali sono gli spazi di libertà in un mondo nel quale gli ideali di sicurezza sono sempre più sentiti? È una di quelle questioni nelle quali è l’offerta che fa la domanda. Servirebbero dunque una classe dirigentee una leadership che provassero a costruire delle risposte in quel senso.” Il problema sta tutto in una questione di numeri. I liberali sono pochi in termini di movimento organizzato. E nessun capo politico emergerà finché “non ci saranno solo economisti liberali o politologi liberali, ma anche un romanziere liberale, un idraulico liberale e quindi anche un leader liberale. E per ora i liberali sono quattro gatti, sovente impegnati a litigare con gli altri per dire che ‘nessuno è veramente liberale quanto lo sono io’”. Mingardi però intravede qualche speranza. “C’è un segnale che ha del provvidenziale e che è inaspettato e incomprensibile rispetto alla situazione di un centro destra sgangherato come questo: la candidatura di Stefano Parisi a Milano, una figura che appartiene alla società civile, con una carriera notevole, anche nell’associazionismo d’impresa e dotato di sentimenti liberali strutturati. Forse da un caos totale come questo può anche venire qualcosa di molto buono.” Aspettando Godot.

Nei primi mesi del 2016 si sono confrontate due idee politiche, ma anche duestili diversi. Un duello che poi si è replicato a metà settembre con due assemblee pubbliche: da una parte Stefano Parisi a Milano, che ha riunito società civile e società politica (poca Forza Italia, molti centristi), annunciando nel giro di quattro mesi un programma di governo. “Qui a Milano è nata una nuova comunità politica. Noi siamo la vera alternativa al centrosinistra”. Dall’altra a Pontida Matteo Salvini, che si è fatto subito riconoscere commentando la morte dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. “Come per tutti, umano cordoglio e un pensiero alla famiglia. Senza dimenticare però che fu uno dei tanti (da Napolitano a Scalfaro, da Prodi a Monti) a svendereil lavoro, la moneta, i confini e il futuro dell’Italia”. Si è trattato di bieco marketing politico in vista di Pontida, ma denota un punto interessante: Salvini conferma per i prossimi mesi la rotta della sua destra populista e antiUnione Europea, che passa da sparare su Roma ladrona a Bruxelles (via dall’Ue, via dall’euro) essendo alternativo non solo al centrosinistra ma anche allo stesso centrodestra.

Non ci può essere complementarietà, al momento, fra Salvini e Parisi, perché offrono due opzioni politiche differenti e anche due stili differenti. D’altronde non c’è spazio per la dialettica poliziotto buono/poliziotto cattivo in una eventuale coalizione di conservatori, perché qui anzitutto c’è in gioco la leadership di un’area politico-culturale orfana di Berlusconi, di cui ilcentrodestra avrebbe ancora bisogno, se fosse nel pieno delle sue forze. Può darsi che alla fine, quindi, ognuno vada per la sua strada. Anche perché il modello Milano – Parisi leader, coalizione riunita, con Salvini che accetta di non farsi vedere in prima persona e, di fatto, di non fare campagna elettorale – non è replicabile in tutta Italia (occhio però alla legge elettorale). Salvini, se facesse così, scomparirebbe in poco tempo. Al capo leghista il suo storytelling cattivista piace perché funziona. Una parte dell’elettorato è convinto chesi debba uscire dall’euro,chei migranti vadano cacciati a pedate dall’Italia, che a Bruxelles ci sia gente “mangiapane a tradimento”. I liberali conservatori non trovano pace dai tempi della Destra storica, sono sempre alla ricerca di qualcosa che non arriva, alla fine paresiano tutti dietro, appunto, a Godot. Neanche Berlusconi ha soddisfatto le aspettative, tant’è ches i parla di rivoluzione liberale fallita. Il berlusconismo però aveva una sua ideologia, anche forte, della società. Offriva sogni che non potevano essere mantenuti, spacciava ottimismo anche quando non doveva esserci. Era nazional-popolare in senso autentico, era parte dello spirito degli italiani, per questo ha retto tanto a lungo (e continua a reggere nelle sue esondazioni e ramificazioni)».

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