
Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

In principio fu Jim Thompson: americano del Delaware, architetto di formazione, agente dell’Oss (predecessore della Cia) durante il secondo conflitto mondiale. Arrivato a Bangkok nel dopoguerra, dove la seta era un sapere domestico in via di estinzione, il futuro “Silk King of Thailand”, come verrà ricordato, si veste da campione d’intuizione e pragmatismo. Prima osserva – le tessitrici della comunità di Ban Krua – poi agisce e innova: rimette insieme telai, colori, competenze e nel 1950 fonda la Jim Thompson Thai Silk Company. Nel giro di pochi anni la seta thailandese diventa oggetto internazionale del desiderio, al punto che la sua abitazione affacciata sul khlong (canale) Saen Saep diventa una tappa obbligata per diplomatici e celebrità, John F. Kennedy e signora inclusi. La sua scomparsa in circostanze misteriose – 26 marzo 1967, durante una vacanza sulle Cameron Highlands in Malesia – non fece che alimentarne il mito (tra teorie di ogni genere). E se oggi la Jim Thompson House, un elegante insieme di sei strutture tradizionali in teak trasformate in museo – tappa obbligata a Bangkok – incarna perfettamente l’idea di contaminazione riuscita tra Oriente e Occidente, valori arcaici e modernità tecnologica, non è che l’inizio di un racconto che, da allora, la città non ha mai smesso di riscrivere.
Il rendez-vous è a Chinatown, in una strada quasi muta al calar del sole, eccezion fatta per qualche sparuto tuk-tuk e un paio di clienti in attesa di una zuppa d’anatra davanti a un chiosco. Dal buio lucido di un Suv nero scivola una donna la cui eleganza stride con quella della via. Uno sguardo rapido, circospetto, poi sparisce dietro la soglia di quella che un tempo era la stamperia della casa editrice Thai Wattana Panich, dilaniata da un incendio nel 2001 e abbandonata per quasi un quarto di secolo. Ad accoglierla un uomo in abito scuro, cravatta e sorriso impeccabili e un nome che negli ultimi due anni rimbalza sempre più spesso nei salotti buoni della capitale thailandese: Stefano Rabolli Pansera, che di questo enorme spazio sopravvissuto, e ribattezzato nel 2024 Bangkok Kunstahalle, è il direttore. L’occasione è il vernissage al piano terra dell’artista tessile Ploenchan Vinyaratn, uno dei tanti appuntamenti che contribuiscono a tenere alta l’attenzione su questa “officina” dell’arte che non ha uguali in città. «Questo non è un museo, non è uno spazio per mostrare le opere, noi le opere le produciamo», chiarisce subito Stefano, un passato da direttore nelle gallerie Hauser & Wirth di Londra e Saint Moritz. E prosegue: «Chiediamo agli artisti di scegliere un piano dove realizzare le loro opere, e mostra dopo mostra, piano dopo piano, gli artisti addomesticano gli edifici» Che sarebbero tre, collegati tra loro da scale, porte, corridoi e terrazze che si aprono su spazi inattesi e labirintici chiaroscuri.

Parliamo di 6000 mq che a Londra, Parigi o New York sarebbero stati fagocitati all’istante da fondi e developer, ma che qui sono rimasti tali e quali, contribuendo ad alimentare la personalità ibrida della città. Il segreto non sta in uno strano allineamento degli astri, ma nel fatto che «Bangkok avrebbe tutte le carte in regola per essere una metropoli di riferimento, ma è rimasta fin qui ai margini dell’impero del capitale», sottolinea Stefano. Ecco allora che la Kunsthalle da eccezione si rivela metafora di una metropoli-laboratorio urbano capace di offrire spazi di manovra e di creatività sempre più ristretti e inaccessibili in contesti analoghi a latitudini più occidentali.
Il messaggio è giunto in Europa come negli Stati Uniti, dove non pochi giovani hanno chiuso la porta di casa a doppia mandata, riconsegnato le chiavi e preso un volo per Bangkok mettendo in valigia un set completo di idee e determinazione, unite alle più disparate esperienze professionali. «Sono avvocato. Ad Amsterdam lavoravo in ambito legale, in particolare su questioni etiche legate all’utilizzo dell’Ai, robotica e machine learning. Ritmi infernali, rischio burnout… e così due anni fa ho detto basta e mi sono trasferita a Bangkok: avevo nostalgia di casa”. Padre olandese, madre thailandese, Fa Somers è co-fondatrice di 965bkk, spazio ibrido dai toni vintage – un po’ caffè, un po’ galleria d’arte, un po’ design store – racchiuso in un’ex bottega dai muri – volutamente – scrostati costruita due secoli fa, anche in questo caso in un antico vicolo periferico di Chinatown, al civico 965 di Soi Wanit 2. Charm in abbondanza, disperso tra sale, salette, rampe di scale e storie di antichi residenti che sospese tra leggenda e realtà. Sui tavolini disposti nel cortile interno planano drink nient’affatto scontati mentre i clienti più giovani si cimentano in quello che da queste parti più che un passatempo sembra un’attività full-time: il selfie, magari con beauty case e stylist al seguito.

A cinque minuti a piedi in direzione Sud, atmosfere e architetture ruotano di 360 gradi: affacciato sul lungofiume (lato orientale), un parallelepipedo di vetro formato maxi con un passato da centro commerciale, fa oggi da involucro per River City Bangkok, principale art hub della capitale. Gallerie d’arte, mostre internazionali, installazioni (instagram friendly, ça va sans dire), collaborazioni museali, fiere, antiquari e sbarluccicanti ibridi come Art Focus, ecosistema fumettoso dove curiosare tra pop art, gadget, tomi da librerie hipster e poltrone di pelle color crema dove sorbire lo smoothie d’ordinanza, anch’esso meravigliosamente fotogenico. Tutto molto interessante, ma tutto un filo algido, tanto che dopo un po’ ti vien voglia di rimetterti in cammino in cerca della vera Bangkok.
Fanno altri cinque minuti a piedi, in direzione di quel vicolo – Charoen Krung 36 – che 26 anni or sono il regista Wong Kar-wai, anch’egli in cerca di autenticità perduta per il suo capolavoro In the Mood for Love, “spacciò” per un angolo di Hong Kong classe 1962. Intendiamoci, oggi non c’è granché da vedere, se non con l’aiuto dell’immaginazione, ma poco distante fa da calamita Warehouse 30, ex magazzino per il riso – cent’anni or sono – rinato grazie al progetto dell’architetto Duangrit Bunnag) e farcito come conviene di negozi, gallerie d’arte, un caffè-torrefazione e un inconfondibile murales di Gongkan, alias Kantapon Metheekul, realizzato su commissione di Warner Music Thailand per promuovere nel 2021 il lancio dell’album dei Coldplay Music Of The Spheres. Per lo street artist nato nel 1989 e cresciuto a Bangkok, galeotta fu una parentesi newyorkese di tre anni. Fu nella Big Apple, durante i suoi studi d’arte, che sviluppò i tratti di quella Teleport Art (un mondo surreale fatto di portali spazio-temporali e figure umane sospese, raccontato attraverso una grafica piatta e controllata), che una volta tornato in patria l’avrebbe proiettato nella galassia internazionale dell’arte, con personali a Parigi, Los Angeles, come a Beijing o Seoul.

Si arriva comodi, comodi a bordo della Bts Sukhumvit Line, o linea verde della metropolitana sopraelevata lunga 54 km, fermata Ari, come il nome del quartiere che la circonda. E per un istante ti senti davvero come se fossi uscito da un portale di Gongkan: Londra o Bangkok? La seconda, ma col beneficio del dubbio. Perché la prima cosa che ti viene in mente, al cospetto della sagoma e dei pattern triangolari di The Pearl (25 piani, 149 metri, 2016), è che sia cresciuto stesso orto del The Gherkin (40 piani, 179.8 metri, 2004), il cetriolo firmato Foster and Partners che abita lo skyline della capitale britannica. Con la differenza che qui non siamo in centro, il progetto nasce a Hong Kong (P & T Group) e The Pearl resta una presenza riconoscibile ma laterale, segno che le forme globali, atterrate in città, imparano a convivere senza imporsi.
I dintorni della “perla” sono infatti di ben altra pasta: look and feel anni 60-80, edifici bassi, case unifamiliari, uffici, chioschi, botteghe… la normalità fatta Bangkok. Talmente normale e fuori dal caos da suggestionare professionisti, creativi, freelance e piccoli imprenditori desiderosi di stare in centro ma senza soccombervi. Ma in pochi avrebbero scommesso anche un solo baht (la moneta locale) su “Ari quartiere di tendenza 2026”: oggi, invece, si ritrovano tutti qui: ai tavolini del Nana Coffee Roasters (specialty coffee a prezzi di New York), a bordo di un tuk-tuk con destinazione Gump’s Ari Community Space – cortile urbano 2.0 dove attecchiscono locali, studi creativi e spazi di ardua interpretazione – e, soprattutto, lungo Ari Soi 1, vicolo multiuso e multietnico con delega alla ristorazione in tutti i formati. Perché a Bangkok tutto si somma e si rimescola: nomi, cose, luoghi e persone. Un gioco, alla fine, chiamato città.