Il mondo capovolto: ora è chi esporta a essere nei guai

Il contributo dell’estero alla crescita dei fatturati delle imprese industriali italiani ormai è zero, se non negativo. La crisi del commercio mondiale sta cambiando una delle poche certezze delle nostre imprese nell’ultimo decennio

Export Sean Gallup

(Sean Gallup/Getty Images)

Sean Gallup/Getty Images

27 Ottobre Ott 2016 1221 27 ottobre 2016 27 Ottobre 2016 - 12:21
Messe Frankfurt

«La domanda interna si conferma trainante per il fatturato»; «il contributo da parte del canale estero alla crescita del fatturato è nullo»: diciamo la verità, non è facile abituarsi a leggere, negli studi economici, frasi come queste. Abbiamo alle spalle un decennio abbondante di domanda interna depressa, in cui le esportazioni sono state un’àncora di salvezza per le imprese italiane e l’internazionalizzazione il mantra da seguire. Il fatto è che i tempi sono cambiati e il rapporto di Intesa Sanpaolo sui settori industriali, giunto alla 90esima edizione, ne prende atto. A livello internazionale il commercio non solo per la prima volta da moltissimi anni cresce meno del Pil mondiale, ma è praticamente fermo: tra lo zero e l’uno per cento di crescita attesa. Pesano molti fattori: c’è il rallentamento dei Paesi emergenti, la frenata dei produttori di petrolio (che hanno trainato il nostro lusso), l’impasse della globalizzazione che si riverbera in incidenti come quelli sul trattato tra Europa e Canada (Ceta), Europa e Usa (Ttip), sanzioni alla Russia e dazi da e per la Cina. Ma non solo: «La produttività in tutti i Paesi del mondo tende a non crescere più - ha detto il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice -. Questo si deve anche a una minore spinta delle delocalizzazioni: chi doveva delocalizzare l’ha già fatto». In sostanza, anche se la metà della crescita mondiale viene da Paesi emergenti, loro spinta propulsiva è venuta meno.

E veniamo alle imprese italiane. La manifattura nostrana, dati alla mano, dimostra di avere più difficoltà ad agganciare le fasi di accelerazione, ma di cavarsela meglio quando le cose rallentano. in altri termini, abbiamo guadagnato quote sui mercati internazionali, facendo meglio dei concorrenti. Ma le buone notizie finiscono qui. Nel 2016 l’industria manifatturiera chiuderà con una crescita del fatturato a prezzi costanti dell’1,2 per cento. A maggio la previsione era stata del 2,1 per cento e a determinare la gelata è stata soprattutto la debolezza della domanda estera, in particolare dei Paesi emergenti. Così nel prossimo biennio «sarà soprattutto la domanda interna a sostenere una modesta accelerazione della crescita del manifatturiero, stimata all’1,5% medio annuo, a prezzi costanti», prevede lo studio di Prometeia per Intesa. Mentre l’export smetterà di portare crescita di fatturato, come mostra questo grafico, in maniera piuttosto chiara:

Fonte: Prometeia, Intesa Sanpaolo

Il contributo da parte del canale estero alla crescita del fatturato nel prossimo biennio sarà pressoché nullo

L’allarme rosso è per la moda e per la meccanica. L’abbigliamento e gli accessori avranno un fatturato 2016 in lieve diminuzione, mentre la redditività, anche se rimane alta, è in contrazione sia per le piccole e medie sia per le grandi imprese. «La moda paga la crisi dei mercati emergenti ed è schiacchiata tra concorrenti agguerriti anche in Europa: la Spagna sul fast fashion e la Francia sul lusso», commenta l’autrice della ricerca, Alessandra Lanza, partner della società di consulenza Prometeia. Sulla meccanica (2016 a crescita praticamente nulla) peserà non solo il venir meno della domanda degli emergenti, ma anche l’andamento meno positivo del previsto della domanda statunitense. Ma il 2016 vedrà una discesa dei fatturati anche degli elettrodomestici («sono evidenti le difficoltà competitive del tessuto produttivo italiano»), degli intermedi chimici e dei prodotti in metallo. Note migliori verranno dal largo consumo (cosmesi e detergenza della casa e della persona), e da intermedi come carta, gomma e plastica. L’automotive, infine, fa storia a sé: in questo caso è la domanda interna a trainare, ma non bisogna sottovalutare il fatto che anche in questo caso l’export è sceso e il saldo nei prossi anni tornerà negativo (più importazioni che importazioni).

Fonte: Prometeia, Intesa Sanpaolo

Se ne dovrebbe concludere che tutto vada male per le imprese italiane manifatturiere. Invece no: la redditività è in recupero e l’indebitamento continua a scendere. Ma la vera domanda è se gli investimenti torneranno

Se ne dovrebbe concludere che tutto vada male per le imprese italiane manifatturiere. Invece no: la redditività è in recupero e l’indebitamento continua a scendere. «A questo punto si pone un interrogativo diretto alla nostra industria: hanno di fronte un mondo in rallentamento e delle imprese più sane. La sfida è: torneranno a investire? Tutto è in mano agli industriali», dice Lanza. Se c’è infatti una certezza è gli investimenti, a differenza della redditività, non sono ripartiti. E, anzi, quelli pubblici sono scesi dal 2008 del 22% e quelli privati del 25 per cento. È da base di questa diagnosi che parte il Piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico.

La partner di Prometeia, tuttavia, pur prevedendo che avrà qualche effetto positivo, mostra più di un dubbio sul piano del governo. «Se gli imprenditori non investono - spiega - è per due motivi: per il clima di incertezza in Italia e all’estero e perché le imprese, soprattutto le piccole, hanno il problema di decidere su cosa investire. Per far ripartire gli investimenti c’è bisogno di più di una defiscalizzazione. Francia, Germania e Stati Uniti hanno dimostrato che il cambiamento si fa su grandi direttrici tecnologiche: c’è la necessità di dare un indirizzo certo». Il riferimento è all’impostazione del piano voluto dal ministro Carlo Calenda, che esclude i bandi, ritenuti responsabili del fallimento del piano Industria 2015, e lascia alle imprese la facoltà di scegliere su cosa sia più conveniente investire, applicando crediti d’imposta e super e iperammortamento. «L’incentivo è spesso una misura parziale e distorsiva e la storia economica dimostra che non è detto che facciano finire gli investimenti dove dovrebbero», continua Lanza. Il superammortamento già in essere lo scorso anno, per esempio, avrebbe portato soprattutto a un aumento di auto aziendali e flotte commerciali.

Fonte: Prometeia, Intesa Sanpaolo

«L’incentivo è spesso una misura parziale e distorsiva e la storia economica dimostra che non è detto che facciano finire gli investimenti dove dovrebbero»

Alessandra Lanza, partner Prometeia

In Italia, inoltre, sono venute meno le grandi aziende capofila che nei decenni passati svolgevano la funzione di trasferimento tecnologico, come la Fiat o la Olivetti. Per questo, piuttosto che sull’incentivo, bisognerebbe «puntare sulla logica di filiera». Mentre lo strumento indicato dal governo per indirizzare le Pmi verso un uso consapevole delle opportunità date dal piano Industria 4.0, i digital innovation hub, sono ancora da verificare. «Non credo agli hub - chiosa la partner di Prometeia -. Richiedono un tempo troppo lungo per partire. Inoltre è difficile che tante piccole imprese separate che pure si rivolgessero agli hub ne ricavino un aumento delle competenze. Se guardiamo alla filiera che va meglio in Italia, troviamo quella dell’aerospazio, si partecipa in filiera ai bandi e tutto il processo è seguito da clienti e fornitori».

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