Il trionfo di Trump è la lotta di classe contro le élite

L'esito del voto negli Usa non è questione di populismo o ignoranza. Michael Moore lo aveva predetto: è la vittoria di lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall'effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici

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9 Novembre Nov 2016 0840 09 novembre 2016 9 Novembre 2016 - 08:40

Non è stato scontro politico, è stato scontro di classe, uno scontro di classe alla rovescia con i lower-income, i bassi redditi, i poveri ma anche il ceto medio stremato dalla crisi, i meno istruiti, l'enorme platea disillusa dal sogno americano, decisi ad affidare il loro riscatto alla destra ancora in gran parte misteriosa di Donald Trump anziché al progressismo solido incarnato da Hillary Clinton. Con la più imprevista delle conclusioni. Perché i lower-income hanno vinto non solo su Hillary ma anche sul colossale apparato che si era mosso con lei, e che infatti alle prime luci dell'alba faceva registrare comportamenti da panico: le Borse a capofitto, il galoppo delle quotazioni dell'oro, gli establishment finanziari totalmente presi in contropiede dall'uppercut dell'elettorato. Trump è da oggi l'Evita Peron americana, reginetto dei descamisados, e la democrazia Usa stupisce ancora perché nel contesto occidentale è la prima ad aprire le porte alla tumultuosa rivolta contro le elite che contagia tutti ma che tutti hanno tenuto a bada, fuori dal palazzo, usando il lecito e l'illecito per marginalizzarla. «E' il bello dell'America» dice Barack Obama, in un discorso davvero nobile in cui rassicura il Paese e l'elettorato democratico dicendo: tranquilli, il sole sorgerà ancora.

Trump vince non solo contro l'avversaria e i poteri a lei collegati, ma anche contro i vertici del suo partito, che lo avevano abbandonato al suo destino. Vince nel voto popolare. Prende la maggioranza alla Camera e al Senato, una cosa che non succedeva dal 1928. Si aggiudica il voto delle minoranze in crescita, che sulla carta erano tutte della Clinton (compresa la Florida dei latinos) e persino il consenso di una larga parte dell'elettorato femminile: un grafico pubblicato dal Times mostra come la Clinton abbia intercettato il voto delle americane in misura più o meno analoga a quel che fece Obama quattro anni fa, non molto di più. Trump vince soprattutto contro i mitici “mercati”, che in blocco avevano suggerito il voto per la sua avversaria, spendendosi non solo con le donazioni in dollari ma con tutti gli strumenti di persuasione possibili, a cominciare dal sistema dei media che sconsigliava unanimemente il “tuffo nel buio”.

Una vittoria così non è spiegabile solo con il carisma populista del candidato repubblicano, come un po' tutti hanno fatto nelle ore dello spoglio, man mano che l'impossibile diventava probabile e poi concreta notizia. Ed è stupidamente consolatoria la reazione di chi, a sinistra o comunque nell'area progressista, si affida ancora una volta alle parole “populismo”, “ignoranza”, “manipolazione propagandistica”. Si prenda atto dell'esistenza di un conflitto sociale e politico su larga scala. Si prenda atto di uno scontro di classe in corso a livello planetario. Si accetti l'idea che la globalizzazione e il suo portato sono rifiutati da larga parte degli elettorati occidentali, e chi si schiera da quella parte perde. Si metabolizzi il pensiero che Trump non ha vinto solo nella sfida finale con Hillary Clinton, ma che ha macinato uno dopo l'altro tutti i suoi concorrenti più moderati e filo-establishment della scena repubblicana. Si vada a rileggere il profetico Michael Moore, il solo che aveva capito tutto in anticipo, raccontando agli americani i cinque motivi per cui Trump avrebbe vinto: il primo era il dato dei «lavoratori arrabbiati, amareggiati, ingannati dall'effetto a cascata di Reagan ed abbandonati dai Democratici che ancora cercano di predicare bene ma, in realtà, non vedono l'ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs che firmerà un gran bell'assegno prima di uscire dalla stanza».

Ed è stupidamente consolatoria la reazione di chi, a sinistra o comunque nell'area progressista, si affida ancora una volta alle parole “populismo”, “ignoranza”, “manipolazione propagandistica”. Si prenda atto dell'esistenza di un conflitto sociale e politico su larga scala. Si prenda atto di uno scontro di classe in corso a livello planetario. Si accetti l'idea che la globalizzazione e il suo portato sono rifiutati da larga parte degli elettorati occidentali, e chi si schiera da quella parte perde.

E' necessario, insomma, “riconoscere” il conflitto in corso, smetterla di interpretarlo come folklore o generico sentimento di rabbia, e capire che quel campo lì – il campo dei perdenti della globalizzazione – è arato da figure improbabili, da leader bizzarri e quasi sempre inaffidabili, perché gli altri, gli affidabili, i competenti, si sono finora rifiutati di prendere atto dello scontro epocale in corso e di misurarsi con esso, preferendo affidarsi a un continuismo esangue e senza idee. Resta la curiosità, ad esempio, di sapere come sarebbero finite queste elezioni americane se a Trump si fosse contrapposto Sanders, che interpretava a suo modo la nuova lotta di classe anziché negarla. Resta il dubbio di come sarebbero andate le cose se l'area democratica invece di lavorare sulla impresentabilità di Trump, sul suo sessismo, sulla sua xenofobia, avesse elaborato pensieri nuovi sul Ttip che terrorizza la cintura agricola del Midwest, o rassicurazioni per i Millennials atterriti da una vita da adulti poveri. Ora che lo choc c'è stato, che la prima potenza del mondo è guidata da un Presidente di cui si sa pochissimo, il primo della storia Usa senza alcuna esperienza politica o militare, magari servirà a svegliarsi da sonno, e a misurarsi con la realtà vera anziché con la versione edulcorata del reale in cui “i buoni”, quelli che hanno passato tutti gli esami, i presentabili, i decenti, i politicamente corretti, vincono sempre a prescindere.

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