“Così racconto gli imprenditori a cui non resta che il suicidio”

Il regista Fabrizio Cattani in “Cronache di una passione” racconta il percorso degli imprenditori colpiti dalla recessione e spinti al suicidio dalla mancanza di supporto dalle istituzioni. Un film autoprodotto che ha appena chiuso un tour in Veneto, una delle terre più colpite dal fenomeno

Passione

Una scena dal film “Cronache di una passione”, di Fabrizio Cattani

7 Dicembre Dic 2016 1130 07 dicembre 2016 7 Dicembre 2016 - 11:30

Fra i dati, le percentuali e le cifre che di solito si utilizzano per raccontare la crisi che dal 2008 ha colpito l’Occidente post-industrializzato, alcuni numeri sembrano sfuggire al calcolo. Uno in particolare: 709, le persone suicidatesi per motivazioni economiche dal 2012 al primo semestre 2016. A tenere il conto non è l’Istat, che da quattro anni ha sospeso la pubblicazione dell’indagine Suicidi e tentativi di suicidio, ma il Laboratorio di ricerca sociale Link Lab. Dietro a questi dati ci sono le storie di molti imprenditori e dipendenti che a causa del fisco, della burocrazia, delle banche e di un mercato sempre più competitivo in cui non basta l’iniziativa personale (a cui molto spesso fa difetto una cultura finanziaria adeguata) hanno deciso di farla finita. Come accade a Giovanni e Anna protagonisti di Cronaca di una passione, l’ultimo film di Fabrizio Cattani. Costato 70mila euro e girato in 18 giorni, il secondo lungometraggio del regista toscano racconta la vicenda di una coppia di sessantenni (lui esodato, lei proprietaria di una trattoria) costretti a compiere un gesto drammatico pur di non perdere la dignità di fronte al fallimento della propria attività. Martedì 22 novembre Cattani e il suo film sono arrivati a Bassano del Grappa (Vicenza) dopo un mini tour in Veneto. Una regione simbolo dove lo sportello InOltre voluto dal presidente Luca Zaia segue attualmente 460 persone a rischio suicidio. Ma anche un tessuto economico in cui «fallire significa sostanzialmente morire», afferma il regista.

Il film racconta una vicenda dagli esiti drammatici, molto simile a quelle di cui molte volte abbiamo letto sui giornali. Ci sono dei fatti di cronaca che l’hanno maggiormente colpita o da cui ha preso spunto?
Non riesco a identificarne uno in particolare. Più o meno l’effetto è stato tremendo per tutte le persone coinvolte. Quando leggi di imprenditori disperati che arrivano a prendere tutto senza nessun sostegno da parte di chi dovrebbe tutelarli come lo Stato, la Regione e simili, non c’è distinzione: è sempre una disperazione. Poi ovviamente dietro a queste vicende ci sono facce, storie, sacrifici, famiglie. Inoltre tutti i suicidi sono accomunati da motivazioni molto simili, così come il modus operandi di chi si toglie la vita.

Quale?
L’impiccagione, la morte per arma da fuoco o l’avvelenamento. I due protagonisti del film vivono tutto questo, ossia quello che hanno vissuto persone reali. Insomma, non mi sono inventato nulla. I fatti e le vicende raccontate sono tutte vere. E le persone in sala ne rimangono allibite.

Il trailer del film “Cronache di una passione ”

«Non mi sono inventato nulla. I fatti e le vicende raccontate sono tutte vere. E le persone in sala ne rimangono allibite»

Un esempio?
Ad un certo punto del film, il protagonista denuncia a un giornalista ciò che lui e la moglie hanno dovuto subire: il trasloco all’interno di una casa famiglia dove trovare ospitalità e un tetto sopra la testa – ma in due camerette separate - a spese del Comune. Il tutto per una cifra che si aggira attorno ai centomila euro. Quasi tremila euro al mese. Difronte a queste cifre Giovanni afferma che gli sarebbero bastati mille euro per vivere in due in modo dignitoso. Ecco, penso sia assurdo che le istituzioni spendano tre volte tanto per sconvolgere la quotidianità di una coppia di persone.

Pensa ci sia stata, dal 2008 a oggi, una sottovalutazione degli impatti della crisi economica sulla vita delle persone da parte della classe dirigente del nostro Paese? Insomma, nel 2011 si parlava ancora di «ristoranti pieni» mentre, come accade ai due protagonisti del film, basta un’azienda che delocalizza per mettere in difficoltà una trattoria.
Penso di sì. Anche se ciò che mi interessava maggiormente era mostrare la disperazione delle persone piuttosto che fare le pulci a politici e istituzioni. Perché la gente avrà pure i soldi per andare al ristorante, ma si sente tartassata. Basta una cartella di Equitalia per mandare tutto all’aria. Una cosa che, personalmente, trovo davvero inconcepibile. Anche perché chi ha non ha soldi è colpito più duramente di chi i soldi ce li ha e magari può accedere a un dilazionamento del pagamento. Perché questa cosa non succede con i poveri? Perché sono troppi e hanno, individualmente, troppo poco? Qual è la ragione di questi due metodi diversi per relazionarsi coi debitori?

Anche per arginare questa sensazione di disparità il governo Renzi ha messo mano a Equitalia. Pensa sia sufficiente?
Certamente l’aver tolto questo strozzinaggio legalizzato della mora è una primo passo. Ma ancora c’è da capire come sarà questa Equitalia 2.0 che, per lungo tempo, è stata il coltello messo in mano dallo Stato alla persona in crisi per uccidersi.

«Equitalia per lungo tempo è stata il coltello messo in mano dallo Stato alla persona in crisi per uccidersi. È ancora da capire come sarà l’Equitalia 2.0 promessa dal governo»

Eppure, più per necessità che per interesse, l’attenzione per i temi del lavoro, dell’occupazione, dell’economia è andata man mano aumentando.
Vero, ma contestualmente non si parla più degli effetti negativi di tutto ciò e delle possibili soluzioni. Ho appena concluso il tour di proiezioni in Veneto e là il governatore Zaia ha attivato un numero verde con cui entrare in contatto con delle bravissime psicologhe che aiutano le persone in difficoltà. Un’iniziativa meritevole, ma invisibile a livello nazionale. Così anche chi si suicida e muore per la crisi economica rischia di diventare un caduto anonimo.

Cosa può fare il suo film in questo senso?
Di una cosa sono molto contento: penso si sia acceso un lumicino. Soprattutto a livello mediatico si è tornati a parlare di questa piaga che colpisce non solo gli imprenditori, ma anche i dipendenti. Nel film, per esempio, Giovanni è un esodato. Lavora nella trattoria della moglie dopo aver perso la propria occupazione a due anni dalla pensione. E come capita a molti sessantenni, nessuno lo assume. Tant’è che anche dopo aver perso tutto Giovanni cercherà comunque di trovare un lavoro. Andrà da conoscenti ed ex clienti della trattoria, ma tutti gli faranno notare che l’età ha il suo peso.

Cronache di una passione è realizzato con la formula “The Coproducers” che prevede una co-produzione congiunta di tutti i partecipanti, i quali diventeranno, in cambio del loro contributo produttivo (finanziario, lavorativo o artistico), proprietari di una quota dei diritti di sfruttamento economico del film. Scelta artistica o economica?
Si tratta di una risposta a un modo di produrre cinema che è votato soltanto alla commedia e ai facili introiti al botteghino. In Italia c’è una grande difficoltà a produrre film autoriali perché sia al produttore che al distributore interessano i numeri. E questo film non fa numeri. Sincermante l’ho pure proposto a una decina di produttori. Tutti lo hanno trovato molto interessante, forte, però alla fine non se n’è fatto niente perché per loro non avrebbe fatto cassa.

Dopo il tour in Veneto, il film arriva a Milano (Cinema Orizzonti, il 2 dicembre). Pensa ci sarà un’accoglienza diversa rispetto alla provincia?
Non penso e soprattutto non punto a suscitare delle reazioni specifiche fra il pubblico. Piuttosto, ho deciso di accompagnare il film in ogni sua proiezione. Ho appena cominciato ed è già molto dura. Ma ne vale la pena perché vorrei incontrare fra le persone in sala qualcuno che effettivamente ha bisogno di un appoggio. Assieme a me, sul palco, ci sono sempre delle realtà locali che si occupano del tema. Ecco, vorrei che il mio film fosse un’occasione di incontro fra chi è in crisi e chi può dare una mano.

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