Inchiesta

Terremoto nel centro Italia, lo Stato dorme e la ricostruzione è fai da te

Nonostante quello che hanno detto il presidente Mattarella, e il futuro premier Gentiloni, la ricostruzione nelle zone terremotate spesso deve ancora cominciare. Per ora più che altro ci si affida all'iniziativa dei cittadini

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Giuseppe Bellini/getty images

12 Dicembre Dic 2016 0825 12 dicembre 2016 12 Dicembre 2016 - 08:25

È stato chiaro Sergio Mattarella: «il nostro Paese ­- ha detto al termine delle consultazioni - ha bisogno, in tempi brevi, di un governo nella pienezza delle sue funzioni», a partire dal «sostegno ai nostri concittadini colpiti dal terremoto». Non a caso anche il presidente del consiglio in pectore Paolo Gentiloni ha tenuto a ribadire, ieri, dopo il colloquio al Quirinale, che «tra le priorità c'è la ricostruzione delle zone colpite dal terremoto». Appunto. Ma qual è la situazione reale che il nuovo esecutivo si troverà davanti, a più di un mese dall’ultima terribile scossa che ha devastato l’Italia centrale?

Antonio ha un distributore di benzina proprio all’entrata di Norcia, esattamente di fronte al campo base della Protezione Civile. È da qui che si coordina tutta l’attività di soccorso e accoglienza. «Così ci dicono, perlomeno», ride sconsolato Antonio. La sua famiglia, cinque persone in tutto, ha casa inagibile, come tanti qui a Norcia. Eppure nessuno pare abbia pensato a lui. «La mia fortuna è stata che alcune aziende private mi hanno regalato una piccola roulotte». Ed è lì che Antonio e famiglia vivono nel gelo che si fa sempre più intollerabile da queste parti, usufruendo del piccolo bagno del distributore. Una situazione momentanea, certo. Ma che con grande probabilità si protrarrà a lungo, anche perché dalla Protezione Civile tutto tace. «Siamo scoraggiati – ci racconta la moglie – noi non sappiamo praticamente nulla, quando riapriranno la zona rossa o in che condizioni è casa nostra. Nulla di nulla». E niente si sa nemmeno del contributo di autonoma sistemazione, di cui Antonio e famiglia dovrebbero usufruire: «Hanno detto che è stato alzato da 600 a 900 euro mensili. Noi abbiamo consegnato tutti i moduli, ma nessuno ci dà aggiornamenti. Non sappiamo se e quando prenderemo questi soldi».

Eppure Matteo Renzi l’aveva promesso: l’intervento sarebbe stato immediato. «Noi per ora non abbiamo visto nulla», ci dice un altro abitante di Norcia: nel terremoto ha perso il suo ristorante che sorgeva a cento metri dalla porta d’ingresso del centro storico. «Qui a Norcia noi l’abbiamo ribattezzata “ricostruzione fai da te”: se hai modo di organizzarti, bene. Altrimenti sei finito. Qui c’è gente esasperata che va in giro tutto il giorno in cerca di risposte che non arrivano». E torniamo ai silenzi della Protezione Civile: «Lì 99 parlano e uno fa. Molti di noi nemmeno passano più per il campo base per chiedere informazioni». Quel che sembra, dunque, è che manca un vero coordinamento centrale, visti i pochi funzionari che operano nei centri principali. Ancora peggio va nelle frazioni, molte delle quali lasciate completamente sguarnite.

Qui a Norcia noi l’abbiamo ribattezzata “ricostruzione fai da te”: se hai modo di organizzarti, bene. Altrimenti sei finito

Un abitante di Norcia

Ma non è tutto. Perché non solo, dopo un mese dal terremoto, la situazione è in fase di stallo, ma anche se uno volesse realizzare una sistemazione per conto proprio, ecco spuntare i soliti cavilli che rendono il marchingegno immobile anche in caso di emergenza. «Chi ha una partita Iva è morto – ci racconta ancora il ristoratore – avevo provato a trovare una soluzione alternativa subito dopo il sisma ma mi è stato impedito». Gli avevano regalato un piccolo terreno per il quale aveva presentato immediatamente un progetto da 13mila euro, ma niente: la Protezione Civile ha bloccato tutto. «Mancava la Valutazione d’Impatto Ambientale, mi hanno detto. Ho subito presentato tutto ciò che serviva. Ma non mi hanno dato più risposte, né so che fine abbia fatto tutta la documentazione». Il ristoratore non si è perso d’animo, però. E ha tentato perlomeno di riaprire un briciolo dell’attività che aveva. «Ero pronto per ripartire in un container che già era qui. Ma anche così la Protezione Civile ha bloccato tutto: non potevo perché, hanno detto, devono ancora decidere la lottizzazione dove sistemare i container che devono arrivare. E devono essere i loro container, hanno detto, se no niente».

CONTAINER? NO GRAZIE

Già, i container. Il Governo ha promesso che arriveranno entro fine anno, in attesa delle casette, che saranno nelle zone terremotate non prima di aprile. «Fino a ottobre non si parlava minimamente dei container – ci racconta però il consigliere regionale M5S umbro, Andrea Liberati - sono stati una genialata del momento. Ma parliamo di casermoni: l’idea è quella di fare campi chiusi da 50 metri per 20 con dentro tutti i container che saranno micro cassoni da massimo tre persone, senza bagni differentemente da quanto accaduto in passato».

Insomma, i container saranno “inscatolati” dentro una tensostruttura con bagni in comune e non privati. «Ma lei immagina bambini piccoli e persone anziane in una struttura del genere, fino si spera a marzo-aprile? – ci chiede un altro abitante di Norcia - Ecco perché molti di noi stanno provvedendo da soli, spendendo parecchi soldi» Il rischio a quanto pare è che il noleggio di container possa rivelarsi un clamoroso flop. Anche perché, nel frattempo la Consip ha finora indetto ben tre bandi di gara, l’uno fotocopia dell’altro, per una spesa complessiva di 183 milioni di euro. Perché indirne tre e non direttamente uno? Semplice, perché, fanno sapere dalla Consip, «visto che le esigenze dei comuni sono ancora in corso di censimento e il fabbisogno si aggiorna progressivamente, la prima fornitura si è rivelata insufficiente». Domanda: chi si sta occupando del censimento? La Protezione Civile, appunto.

CASETTE SÌ, MA NON PER TUTTI

Insomma, nell’attesa che arrivino le casette e bypassando i container, non sono pochi coloro che si stanno organizzando anche autotassandosi. Siamo a Campi. Qui è crollata, nonostante inutili sollecitazioni già dal 24 agosto alla Soprintendenza, la Chiesa di San Salvatore, «l’unica esistente al mondo in stile romanico con due rosoni», ci racconta Virgilio Salani, che della Valnerina conosce ogni più piccolo segreto. Anche qui vige la politica del “fai da te”. Nel paesino non vediamo nessuno della Protezione Civile, tanto che a orchestrare e gestire gli abitanti rimasti ci pensa Roberto Sbriccoli, il presidente della Pro Loco, che sta sfruttando al meglio il capannone in suo possesso. «Qui mangiamo e dormiamo – ci racconta – le donne del paese che preparano da mangiare per tutti, sono a dir poco splendide». A Campi sono riusciti a creare un clima che quasi fa dimenticare la tragedia: si organizzano concertini, spettacoli, che rendono tutti quasi “normale”. E i container? «A noi non servono, lì non vogliamo andarci, anche perché non saranno qui a Campi, ma fuori: smembrano una comunità in questo modo. Attendiamo di sapere qualcosa in più sulle casette».

Ma l’ultima beffa è proprio dietro l’angolo. E a denunciarla in consiglio regionale è stato ancora Andrea Liberati con un’interrogazione nella quale si denuncia che «le nuove casette saranno assegnate soltanto a chi ha subito danneggiamenti di “tipo E” (inagibilità totale)», lasciando dunque senza dimora chi ha «subito grosse forme di inagibilità (tipo C-D)»: costoro, infatti, presumibilmente non avranno «possibilità di pronto intervento o rapida realizzazione di interventi per il ripristino dello status quo ante». Il timore, in altre parole, è che in tanti non avranno diritto alle agognate casette. Certo, c’è da dire che 550 casette (lascito del terremoto del ’96) sono state assegnate («anche se la Regione ci ha impiegato settimane»).

Ma è poca cosa: «qui gli sfollati sono oltre 4mila», chiosa ancora Liberati. Senza dimenticare che le più vicine si trovano a 40-50 km dall’epicentro del sisma, né si possono rimuovere perché, dicono dalla Protezione Civile, la crisi sismica si sta spostando in altre fasce. «Stanno distruggendo una comunità: qui in paese siamo rimasti circa 800 di 5mila che ne siamo», ci dicono a Norcia. «Ci stanno deportando». Una frase che ormai è diventata una litania. Tra le temperature che scendono e l’esasperazione che sale.

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