Tutto quel che avreste voluto sapere da un vegano (e non avete mai osato chiedere)

Un dialogo-interrogatorio davanti a un veggie burger tra un neo “convertito” al veganesimo e una meridionale educata ai piaceri di carne e pesce

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31 Dicembre Dic 2016 0830 31 dicembre 2016 31 Dicembre 2016 - 08:30

Ho un amico a cui è successa una cosa terribile, assurda, pazzesca, che mi ha lasciata interdetta, diffidente, un po’ turbata persino: è diventato vegano. Non vegetariano, badate, VEGANO. Ciò significa che non solo non mangia la carne e il pesce (scelta ormai praticata da circa il 10% della popolazione italiana), ma neppure il latte, le uova, i formaggi, il burro e in generale qualsiasi alimento di derivazione animale. Ciaoproprio al 95% del nostro regime alimentare. Ciao alla PIZZA margherita. Ciao alla parmigiana di melanzane. Alle crocchette di patate. Al cappuccino e brioche al bar. Alla lasagna. Alla carbonara. All’amatriciana. Agli agnolotti burro e salvia. All’agnello pasquale. Ai tortellini in brodo. Al risottino allo scoglio. Alla cotoletta. Ciao a qualunque cosa.

Se ti invito a cena, di grazia, che cazzo ti faccio mangiare?

«Esistono alimenti sostitutivi per tutto», mi ha detto. Ma io ero troppo sotto shock per ascoltarlo, perché va fatta una premessa: io sono italiana (pure lui, in effetti) e in Italia la tradizione gastronomica, si sa, è un pillar culturale primario, legato alla convivialità, al godimento condiviso, a valori affettivi, d'appartenenza, d'identità persino; di più, sono meridionale; peggio mi sento: sono PUGLIESE. Cioè io non solo — come tutti — sono cresciuta con il classico “mangia la carne che fa bene”, “mangia il pesce che diventi intelligente” e “bevi il latte che ti fa le ossa forti”, io vengo da un posto nel quale la virilità di un uomo si misura in kg di arrosto che riesce a ingerire; non assaggiare i formaggi (la burratina, la stracciatella, i nodini di mozzarella, la scamorza affumicata, il caciocavallo) dopo la pasta al forno e il polpettone con le patate di contorno, è tipo un CRIMINE. Dove il capocollo è una fede. Dove è sempre il momento giusto per arrostire qualche spiedino di BOMBETTE. Dove nelle ricette si usa la mortadella, invece del prosciutto cotto, che così viene tutto più saporito. Dove le polpette al sugo alla domenica sono un rito più trasversale e più sacro della Santa Messa. Dove non c’è nulla che possa inebriarti quanto il profumo di una bella frittura di pesce, che se ti impregna i capelli e i vestiti va bene, non è puzza, è allure.

Va detto pure, tuttavia, che da anni sono sensibile al problema della qualità della carne e del pesce che mangiamo, che di solito, nei dibattiti sul tema, riassumo in “mangiamo la merda, gli ormoni, gli antibiotici”. Quindi l’argomento mi incuriosiva e così, con il mio amico, abbiamo fissato un pranzo insieme, in una veg-burgeria, a Milano (Flower Burger in Via Vigevano, se v'interessa), per farmi spiegare come gli è successa questa disgrazia del veganesimo.

Mi ha raccontato che è partito tutto per caso, con un paio di mesi di prova da vegetariano. Poi che è inciampato in un documentario su YouTube, poi in un altro, poi che ha letto due o tre libri sul tema, e che gli si è aperta la mente, che gli è sembrato assurdo non averci pensato prima. E come nessuno ci pensi, in generale.

«A cosa?», gli ho chiesto.

«A quanto sia insostenibile, in termini etici e ambientali, il nostro regime alimentare. E su quante menzogne si fondi, su quale radicata distorsione culturale si basino i nostri costumi a tavola. In primis c’è l’idea di aver bisogno di proteine animali, come se fossimo degli atleti, quando poi esistono atleti vegani che stanno benissimo, che le proteine le prendono dai legumi, dai semi, dalle verdure, dalla frutta».

L’ho ascoltato e mi ha spiegato che alla base del veganesimo c’è il rifiuto ideologico dello “specismo”, secondo il quale una specie (la nostra) è superiore alle altre e ha pertanto diritto di sfruttarle per sostentarsi, quando NON è necessario farlo. Ho appreso che c’è innanzitutto un tema etico, dunque. La scelta consapevole, politica persino, di non supportare l’industria alimentare che tortura, stupra, ammazza milioni di animali ininterrottamente; che, se ci pensi, un maiale non è diverso da un cane; un gatto non è diverso da una gallina; che sono tutti esseri senzienti, dotati di istinto di sopravvivenza, riluttanti a soffrire e a morire; che non arrivano in natura confezionati sotto forma di pancetta, o di salsiccia, e che prima di diventare pancetta o salsiccia, conducono una vita di merda, in cattività, fatta di costrizioni, di sofferenza, fino a essere macellati. E questo è il piano etico, per sommi capi. E vale anche per i pesci, che ci pensiamo meno, ma basta guardare un video girato su una tonnara, per capire quanto anche quella sia una vera e propria mattanza. I tonni non nascono già inscatolati pronti a farsi tagliare con un grissino.

«Ci sono quelli che sono quasi infastiditi dalla tua scelta, che la vedono come una forma di fanatismo, di estremismo, senza capirla, senza approfondire. Il razzismo all’incontrario, mi spiego? Io non pretendo di evangelizzarti, secondo me i vegani che assumono quell’atteggiamento sbagliano, perché mettono l’interlocutore sulla difensiva»

«Per non parlare dell’industria casearia - mi fa -. Di tutti i falsi miti che ci sono attorno al latte, del fatto che non esiste una sola altra specie in natura che, in età adulta, beva il latte, di un’altra specie per giunta!». In effetti, non puoi darci torto, neppure su questo punto. Come non si può negare che quello che subiscono le vacche è letteralmente uno stupro continuo. Non è che quelle il latte ce l'abbiano infinito, di default, a babbo morto. Lo producono quando sono gravide, quindi vengono continuamente inseminate artificialmente (il vitello poi viene separato dalla madre appena nato) e nel frattempo ci sono le pompe attaccate alle mammelle che ciucciano, per dare a noi la sottiletta da metterci dentro il toast.

«E se, per esempio, ti rifornisci da allevamenti etici? Se ti fai arrivare i prodotti a casa, direttamente dalla cascina?»

“Ci ho pensato, ma a parte che non puoi sapere DAVVERO come vivano gli animali, e comunque li stai sfruttando, stai condizionando la loro vita. Poi cosa vuol dire ‘allevamento etico’? Esiste un modo per ammazzare eticamente? Esiste uno stupro gentile? Ti sequestro e ti uso per i miei scopi, ma lo faccio con carineria? Non è un po’ ipocrita?”

«Ma allora non dovresti neppure indossare il piumino di piume d’oca, perché pure quelle non fanno una bella vita»

«Infatti sì. È assurdo anche che la gente si senta figa ad avere l'auto coi sedili in pelle, senza chiedersi di chi sia quella PELLE. Però è anche vero che si parte sempre da un punto, e poi si mette a posto il resto. Certo, se pensi di essere solo una goccia nell’oceano ti deprimi, ma è una scelta personale, è pur sempre qualcosa ed è di esempio».

«A questo proposito, come reagisce la gente? Per esempio, i tuoi genitori?»

«Mia madre non è mai stata particolarmente carnivora, del resto nessuno di noi lo è, biologicamente parlando. Tu non assomigli a un leone, la tua mandibola non si divarica come quella di una tigre, non hai gli artigli e i canini appuntiti. Tu assomigli più a un gorilla…»

«Molte grazie!»

«No, hai capito cosa intendo. Che vive mangiando vegetali. Banane, bambù, ed è un animale fortissimo. Mio padre, invece, mi guarda pensando che sia un fuori di testa. Ma mio padre ha 70 anni…»

«E i tuoi amici?»

«La maggior parte delle persone rispetta la scelta, molti ne sono incuriositi. Secondo me il trend aumenterà esponenzialmente nei prossimi anni o, per lo meno, me lo auguro. Naturalmente poi le teste di cazzo ci sono…»

«Cioè?»

«Quelli che sono quasi infastiditi dalla tua scelta, che la vedono come una forma di fanatismo, di estremismo, senza capirla, senza approfondire. Il razzismo all’incontrario, mi spiego? Io non pretendo di evangelizzarti, secondo me i vegani che assumono quell’atteggiamento sbagliano, perché mettono l’interlocutore sulla difensiva. Per contro però mi fa piacere se mi chiedi informazioni, e in generale mi piacerebbe se rispettassi la mia decisione senza trattarmi come un caso umano, senza fare battute ogni volta che a tavola arriva un tagliere di salumi, o qualunque altro cibo che ho escluso dalla mia alimentazione…»

«Ma, fammi capire, è come quando sei a dieta? Che arrivano le patatine fritte a tavola, e tutti si ingozzano, e tu soffri in attesa delle tue verdure grigliate?»

«No, quando sei a dieta non PUOI mangiare le patatine fritte. Io NON VOGLIO mangiare il salame. È differente».

«Ma non ti mancano gli alimenti che ti piacevano fino a 3 mesi fa?»

«A volte sì, naturalmente. Specialmente all'inizio. Poi pian piano alcune cose non rientrano più nella categoria "cibo" e viene più spontaneo»

«Perché è un lavoro culturale insomma»

«Esatto. E poi è importante non concentrarsi su ciò a cui si rinuncia, ma su ciò che si ha a disposizione; che è un UNIVERSO alimentare nuovo, ricco di cibi, alcuni anche buonissimi».

E, in effetti, il veggie burger che ho strafogato mentre ci facevamo questa chiacchierata, era davvero molto buono.

«Quindi tu vai al supermercato e trovi tutti surrogati?»

«Al supermercato e anche nei negozi dedicati»

«Costa di più mangiare vegano?»

«Io a volte mi faccio infinocchiare e spendo 50 euro di semi e bacche, ma in linea di massima no, se pensi a quanto costano la carne e il pesce»

“E quando vai a cena fuori?”

«Quello è un problema; la ristorazione non è pronta per la clientela vegana. O vai in ristoranti appositi, oppure ti trovi in situazioni in cui puoi davvero ordinare solo riso in bianco. Però, devo essere onesto, ho trovato anche ristoratori che si sono ingegnati per prepararmi una pietanza più elaborata, vegana»

«Come ti senti, fisicamente? Indebolito? Normale? Hai fatto le analisi prima e le farai dopo?»

«Le faccio il prossimo mese. Fisicamente mi sento benissimo, ho più energia, nessun disturbo digestivo, magari è un effetto placebo, ma comunque va bene! Il fatto che si sviluppino carenze è un altro falso mito. Poi a me piace cucinare, sto sperimentando nuove ricette, esistono centinaia di vegan-blog, pieni di spunti che ti aiutano a pensare piatti equilibrati, non è difficile».

«Ammetterai però che non è neppure semplice o immediato»

“Non lo è, devi documentarti un po’, studiare un minimo per garantirti di assumere tutti gli elementi nutritivi di cui hai bisogno. Ma basta avere l’apertura mentale e riformulare la propria alimentazione. Inizia una nuova stagione della tua vita, non so come dire; come quelli che fanno coming out”, conclude, sorridendo.

Tra una chiacchiera e l'altra è emerso un secondo tema legato al veganesimo, ed è quello dell’inquinamento. Pare esista il cosiddetto “agriculture pollution”, di cui si parla molto poco e che ha un impatto ambientale decine di volte superiore rispetto a quello derivato dai combustibili fossili (per questo vi rimando al documentario Cowspiracy, prodotto da Di Caprio e disponibile su Netflix).

E poi c’è il tema della salute. Che mangiare tutta questa carne e tutto questo pesce contaminati, queste uova prodotte da galline che vivono in cattività ammassate le una sulle altre, questo latte che il cagotto ce lo fa venire non a caso, ecco tutto questo forse tanto bene non ci fa.

Sono tornata a casa con diversi pregiudizi in meno e mediamente affascinata da chi fa questa scelta. Con la voglia di approfondire ancora. Di valutare l’opzione. Certo, al momento non posso permettermi di prendere alcuna decisione avventata, non a pochi giorni dal Natale in Puglia (darei un dolore troppo grande alla mia famiglia, probabilmente capirebbero meglio se mi bucassi, se battessi per vivere, se rubassi, se scegliessi di cambiare genere, se entrassi in Scientology, ma NON se rifiutassi ciò che mi mettono in tavola).

Però ci penso. E ci penserò. E una riflessione, forse, per capire meglio di cosa parliamo, dovremmo farla tutti.

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