Così i super-stipendi dei vertici hanno messo nei guai le banche italiane

Vale la pena riflettere sulla lunga catena di errori politici, economici e culturali che ci hanno portato dove siamo. Tra questi, gli incentivi perversi ai manager bancari, che hanno originato strategie suicide e creato voragini nei bilanci degli istituti di credito

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GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

5 Gennaio Gen 2017 1020 05 gennaio 2017 5 Gennaio 2017 - 10:20
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Le difficoltà strutturali del fare banca oggi derivano da diverse cause. Con tassi d’interesse così bassi i margini d’intermediazione sono minimi e la tradizionale attività di erogazione di prestiti consente a fatica di coprire il costi. Le banche hanno una dotazione infrastrutturale (sportelli) decisa prima della rivoluzione della rete che oggi appare assolutamente ipertrofica e obsoleta, visto che i clienti svolgono ormai gran parte delle loro attività online. A questo si aggiunge il problema di un sistema di remunerazione dei vertici che produce incentivi perversi.

Non si tratta soltanto di un problema di livelli salariali (che pure sono molto elevati e mediamente in rapporto di 57 a uno rispetto al salario del dipendente meno pagato). La questione vera è che una quota troppo elevata è rappresentata da forme di bonus e incentivi legati alla dinamica dei profitti o del corso delle azioni. E che in caso di crisi della banca i vertici non pagano nulla ed escono di scena con liquidazioni miliardarie. Poiché come è noto progetti e strategie sono ordinate su una retta crescente rendimento-rischio - ciò che rende potenzialmente di più tende anche ad essere più rischioso - questo modello di remunerazione crea nei manager l’incentivo a scegliere strategie potenzialmente ad alto rendimento e sicuramente ad alto rischio. Il contrario di quello che i regolatori e i risparmiatori vorrebbero per un banca. La pressione implicita della quotazione in borsa alla massimizzazione del profitto per rendere massimi i benefici per gli azionisti completa il quadro.

Le risposte date a questi problemi di fondo appaiono del tutto inadeguate. Il dibattito italiano degli ultimi tempi è stato dominato da una serie di “veline” che si limitavano a citare pappagallescamente le parole chiave di “risiko” e “consolidamento” facendo intendere semplicisticamente che bastasse la crescita dimensionale per risolvere i problemi. Dimenticando le lezioni della crisi del 2007 dopo la quale il rapporto Liikanen degli esperti di diversi paesi dell’Unione Europea sottolineava il problema delle dimensioni eccessive e del “too big to fail” e dimenticando anche che i problemi del Monte dei Paschi di Siena derivano dal peccato originale di una crescita dimensionale dissennata perseguita attraverso l’acquisto di Antonveneta a prezzi folli. Il governo ci ha messo del suo ritenendo che il problema fondamentale fosse l’abolizione del modello della banca locale a voto capitario - “troppe banche e troppi banchieri” - procedendo ad un’operazione verticistica senza precedenti in nessun altro paese del mondo. L’idea di partenza è stata per fortuna in parte rettificata dando luogo al processo di riforma autogestito dal credito cooperativo e limitando l’obbligo di trasformazione delle popolari alle banche al di sopra degli 8 miliardi di totale dell’attivo.

Non si tratta soltanto di un problema di livelli salariali (che pure sono molto elevati e mediamente in rapporto di 57 a uno rispetto al salario del dipendente meno pagato). La questione vera è che una quota troppo elevata è rappresentata da forme di bonus e incentivi legati alla dinamica dei profitti o del corso delle azioni. E che in caso di crisi della banca i vertici non pagano nulla ed escono di scena con liquidazioni miliardarie

La risposta vera al problema bancario in Italia si gioca sul fronte della biodiversità riconoscendo peculiarità, complementarietà e caratteristiche di ciascun modello di banca e lavorando per emendare gli specifici limiti e difetti. Guardando con maggiore attenzione alle ricette proposte da modelli innovativi come quello di Banca Etica (nessuna sede offshore per eludere il fisco, una percentuale di sofferenze lorde sotto il 3% contro il più del 10% del sistema, un rapporto 5 a 1 tra salario massimo e salario minimo senza incentivi perversi per i dirigenti apicali), modificando i sistemi di remunerazione dei manager nelle altre banche, portando a termine la riforma del credito cooperativo con la costruzione di un unico gruppo forte e realizzando con successo il risanamento nella temporanea nazionalizzazione di Mps.

Un suggerimento finale per il dibattito. Siamo passati dall’era berlusconiana nella quale al politico era tutto consentito a quella “francescana” attuale nella quale si controlla ogni scontrino con un’attenzione parossistica agli stipendi. Dimenticando i ben più lauti salari e meccanismi d’incentivo dei manager bancari che non sono una questione privata ma assolutamente pubblica perché, come insegna il recente caso MPS, i danni alla fine li pagano i contribuenti. Sarebbe bene che Grillo e i Cinque Stelle evitassero gli eccessi di pretendere il voto di povertà dai politici (producendo inevitabilmente un vuoto di competenze) tornando a orientare i riflettori verso i vertici aziendali. Il Grillo che tuonava alle assemblee degli azionisti era forse più socialmente utile del Savonarola che fustiga i costi della politica.

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