Se neppure la malattia riesce a fermare l’odio in Rete

Il premier Gentiloni ricoverato al Gemelli e sul web un esercito di commentatori si augura la sua morte. Tra insulti e maledizioni, è un triste copione che si ripete. Poche settimane fa era capitato alla presidente Boldrini, operata a Pisa. Prima di lei a Bersani, in rianimazione dopo un ictus

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12 Gennaio Gen 2017 1301 12 gennaio 2017 12 Gennaio 2017 - 13:01

«Meno male, ogni tanto anche i ricchi piangono». Ecco uno dei tanti commenti apparsi in Rete dopo il malore di Paolo Gentiloni. E non è neppure uno dei peggiori. Sui social network di diverse testate ancora compaiono decine di messaggi dello stesso tenore. Il presidente del Consiglio era ancora ricoverato al Policlinico Gemelli per un intervento di angioplastica e un esercito di utenti già si augurava la sua morte. Rigorosamente online. La lista dei commenti è un inquietante campionario dell’odio e del livore covato sul web. «Dovrebbe tirare le cuoia», «Ma prima di morire dovrebbe soffrire», «Le macumbe fanno effetto». Tra i quotidiani interessati loro malgrado dall’incredibile travaso di bile online, c’è il Messaggero. Il giornale romano che già nella giornata di ieri ha preso le distanze dal fiume di insulti con alcuni articoli di condanna.

Il deputato Pd Michele Anzaldi solleva il problema. «Vergogna per i messaggi di odio al premier Gentiloni - scrive su twitter - Che ne pensano nuovo capo della polizia postale, Agcom e Autorità garanti?». Intanto ci si torna a interrogare su questa diffusa forma di delirio. L’avversione contro l’establishment può giustificare tanto becerume? È possibile che neppure una malattia fermi l’odio verso il Palazzo? E così i social network e le versioni web dei quotidiani si trasformano in un collettore della frustrazione pubblica. Colpisce la diffusione del fenomeno. Schiere di commentatori si lasciano andare a sfoghi verbali irrefrenabili. Senza trovare un argine neppure di fronte al tabù della morte, un tempo inviolabile. Ognuno pubblica con tanto di nome, cognome e fotografia, evidentemente rassicurato da un falso senso di impunità.

«Meno male, ogni tanto anche i ricchi piangono». Ecco uno dei tanti commenti apparsi in Rete dopo il malore di Paolo Gentiloni. E non è neppure uno dei peggiori. Il premier era ancora ricoverato al Policlinico Gemelli per un intervento di angioplastica e un esercito di utenti già si augurava la sua morte. Rigorosamente online. La lista dei commenti è un inquietante campionario dell’odio e del livore covato sul web

Il copione si ripete con sinistra frequenza. In pochi se ne sono accorti, ma qualche settimana fa era accaduta la stessa cosa a Laura Boldrini. Ricoverata a Pisa per un piccolo intervento chirurgico, la presidente della Camera è diventata il bersaglio di centinaia di insulti online. In Rete non è difficile trovare traccia, ancora oggi, di quella volgare forma di isteria collettiva. Sulla versione online del quotidiano Libero, sotto la notizia “Laura Boldrini finisce sotto i ferri: ricoverata e operata”, segue una serie di violenti commenti: «Allora Dio esiste», ha scritto qualcuno. E un altro: «Peccato, speravo nella sua morte». Sulle pagine Facebook e Twitter dello stesso giornale il campionario di insulti prosegue. «Crepa», «Vedo che le nostre preghiere sono state esaudite». Ma sono numerose le testate online che raccolgono commenti dello stesso tenore. Ancora una volta i social network diventano uno sfogatoio globale, il teatro di un distillato d’odio purissimo. Basta leggere per farsi un’idea: «Speriamo che sia morta», «Peccato, ci saremmo sbarazzati di una parassita»…

È possibile che neppure una malattia fermi l’odio verso il Palazzo? E così i social network e le versioni web dei quotidiani si trasformano in un collettore della frustrazione pubblica. Colpisce la diffusione del fenomeno. Schiere di commentatori si lasciano andare a sfoghi verbali irrefrenabili. Senza trovare un argine neppure di fronte al tabù della morte, un tempo inviolabile

Ogni politico costretto in ospedale subisce la stessa gogna. A gennaio 2014 era toccato all’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani. Mentre era ricoverato in rianimazione dopo un’emorragia cerebrale, in Rete si era già scatenata la batteria dei commenti denigratori. Con le stesse maledizioni, gli insulti e i festeggiamenti, gli identici auguri di morte. Il fenomeno non è nuovo, sia chiaro. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta Radio Radicale decise di pubblicare senza censura i messaggi registrati in segreteria telefonica. Anche allora finirono in diretta ore e ore di offese e parolacce. Quello che cambia, oggi, è il mezzo. Dall’etere al web, i commentatori hanno trovato una nuova platea per dare sfogo alle proprie frustrazioni. Intervenire è possibile? Una recente sentenza della Corte di Cassazione offre un nuovo spunto di riflessione sull’argomento. Qualche giorno fa i magistrati hanno condannato il gestore di un sito, considerato responsabile dei commenti di alcuni lettori. Una vicenda particolare, certo, che però obbliga a un ulteriore ragionamento sul rapporto tra giornali e lettori. E sulla necessità di rivalutare il limite tra libertà d’opinione, offese e diffamazione. Ecco perché la moderazione dei commenti diventa sempre più un’esigenza per le testate online. A tutela del lavoro giornalistico ma anche, più semplicemente, per salvaguardare gli utenti che vogliono alimentare un dibattito civile.

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