La fine del lavoro è adesso, e solo una rivoluzione ci può salvare (soprattutto in Italia)

Le trasformazioni tecnologiche, dopo la globalizzazione, minacciano di fare ulteriori danni al nostro tasso di occupazione. Il rimedio? Niente leggi né riforme. La controrivoluzione parte dalle imprese e dalle scuole

Getty Images 160023947
23 Gennaio Gen 2017 0820 23 gennaio 2017 23 Gennaio 2017 - 08:20

Nei giorni scorsi a Davos ha continuato ad agitarsi uno degli spettri che, maggiormente, inquieta le classi dirigenti mondiali: quello della “fine del lavoro”. Se lo scorso anno se ne parlava, però, come se fosse solo una transizione – imposta da una nuova rivoluzione industriale - da forme di lavoro obsolete a nuove occupazioni che, inesorabilmente, emergeranno nel processo, quest’anno il pessimismo è dilagato. Certamente ci sarà un riaggiustamento complessivo come altre volte è successo nella storia e, tuttavia, non è escluso che la velocità di certi processi possa rendere, molto pericoloso. stavolta, il viaggio che dovrebbe portarci da un mondo vecchio che sta evaporando a uno nuovo di cui fatichiamo a intravedere i contorni. E allora diventa urgente capire cosa finora non ha funzionato nelle ricette tradizionali e cosa un’Europa e un’Italia già debilitate possono fare per prepararsi allo tsunami.

A leggere le conclusioni del famoso rapporto dell’università di Oxford con il quale – nel 2013 – si provò a prevedere il “futuro del lavoro”, solo i preti, i dentisti e i preparatori atletici possono stare tranquilli; tutti gli altri lavori – compreso, quello dell’economista – sono a rischio, mentre è praticamente certa la scomparsa di professioni come quella della promozione commerciale al telefono e dell’agente immobiliare. Ad essere in pericolo sono interi mestieri: non solo quelli con scarso contenuto intellettuale, ma tutti i lavori che non prevedono un rapporto personale molto forte o una forte imprevedibilità che costringe a risolvere problemi sempre nuovi. Si può essere in disaccordo più o meno forte con alcune di queste valutazioni, ma la conclusione è ormai sufficiente consolidata: circa la metà delle occupazioni di cui oggi viviamo rischiano di fare la fine di tante altre che sono scomparse per effetto delle ondate tecnologiche che periodicamente cambiano la storia.

La novità è che oggi il fenomeno è “solo” molto più veloce. Per effetto di due spinte potenti, distinte ma convergenti: la possibilità per imprese e persone di localizzare la propria attività laddove essa costa di meno; e quella ulteriore di sostituire le persone con robot che non costano affatto e neppure si lamentano. In questa situazione, normali meccanismi riallocativi finiscono con il ridurre la quantità di lavoro domandata; dovunque, ma in maniera più forte nei Paesi che hanno un differenziale di costo non compensato da più elevata conoscenza.

Oggi il fenomeno è molto più veloce, per effetto di due spinte potenti, distinte ma convergenti: la possibilità per imprese e persone di localizzare la propria attività laddove essa costa di meno; e quella ulteriore di sostituire le persone con robot che non costano affatto e neppure si lamentano

Che fare, dunque?

Nessuno, neppure il Presidente dello Stato più potente del mondo, può pensare di spegnere queste due spinte – globalizzazione e tecnologie – perché nessuno ha, oggi, la forza per fermare processi che sono, insieme, globali e virtuali. Si può, però, ricominciare dalla conoscenza. Quella diffusa che fa il potenziale di crescita di una società. Tenendo, però, di un paio di complicazioni, anch’esse legate alle novità che affrontiamo.

L’idea del ciclo di studi – più o meno lungo – seguito da un qualche forma di apprendistato ed, infine, da una carriera che segue una progressione grossomodo lineare (e, infine, dalla pensione) è, da tempo, superata. È vero, ancora, che “conviene” studiare ma, come avverte un’analisi dell’Economist della settimana scorsa, ancora più importante è organizzarsi per studiare tutta la vita e, non necessariamente, seguendo un modello tedesco che ha la fabbrica come suo orizzonte.

In Italia ciò è ancora più decisivo. Studiare garantisce un premio sempre minore: il tasso di occupazione è tra quelli che hanno, appena, concluso un diploma o una laurea è molto inferiore (48%) rispetto al tasso di occupazione generale (60%), laddove il contrario succede nel resto d’Europa.

Abbiamo più bisogno di formazione che avvicini scuola e lavoro che di riforme che assorbono tantissimo capitale politico e che, regolarmente, partoriscono topolini. Ed, invece, la percentuale di adulti che in Italia che partecipano a momenti di formazione è la metà di quello che si registra in Francia o nel Regno Unito. L’Italia prova a rispondere con l’intuizione importante dell’alternanza scuola lavoro; essa, tuttavia, deve ancora diventare parte centrale dell’offerta formativa.

Non meno importanti sono, del resto, gli stessi centri per l’impiego: è questa l’infrastruttura per avvicinare domanda e offerta per tutti i lavori non immediatamente interessanti da agenzie professionali; inclusi molti di quelli che sono nuovi e che non, necessariamente, trovano clienti consolidati. Avremmo bisogno di una rete di professionisti in grado di offrire consulenza personalizzata sia alle persone, ma anche alle imprese che hanno bisogno – tanto quanto gli individui – di esplorare nuove forme di organizzazione per poter migliorare. E la remunerazione, le carriere di chi svolge un servizio pubblico così importante, dovrebbe, ovviamente, dipendere dal numero di posti di lavoro generati (distinti per fascia di età, regione, tipo di occupazione). Ed, invece, c’è una burocrazia nella quale non ha senso investire ulteriori risorse senza averne realizzato una riforma radicale.

Per riuscire a vincere una battaglia sulla quale ci giochiamo la sopravvivenza del benessere al quale siamo abituati, c’è da riorganizzare economia, società e stili di vita. Occorre cominciare ad articolare la visione di un mondo nuovo. Con meno lavoro e organizzato in maniera molto diversa. E il pragmatismo per dotarsi dell’organizzazione e delle persone che sono indispensabili per poter misurarsi in una partita di modernità che si gioca non tanto sulle modifiche di leggi, ma caso per caso, tra le imprese e le persone.

Potrebbe interessarti anche