Papa Francesco sfida Trump, ma i cattolici americani stanno con il presidente

La politica universalistica e pro-immigrazione di Bergoglio è opposta all’“America First” di Trump. Le distanze tra i due sono enormi anche sul piano umano. Tuttavia molti settori cattolici tradizionalisti statunitensi stanno con il presidente

Trump Lieto

(NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images)

25 Gennaio Gen 2017 1513 25 gennaio 2017 25 Gennaio 2017 - 15:13

Il populismo generato dalla crisi e dalla paura comporta un rischio: quello che già si verificò nella Germania degli anni Trenta quando un Paese in frantumi, sfinito, cercava un leader, qualcuno che gli restituisse l'identità; a emergere, nel tumulto di quegli anni, fu un ragazzo il cui nome era Adolf Hitler. Papa Francesco non parla per allusioni, non usa metafore e va dritto al punto nel momento in cui, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais e pubblicata domenica scorsa, gli viene chiesto se è preoccupato per lo sviluppo dei populismi da una parte all'altra dell'Atlantico.

«Tutta la Germania votò Hitler – ha osservato ancora il Pontefice - Hitler non ha rubato il potere, fu votato dal suo popolo e dopo lo distrusse». «Cerchiamo un salvatore che ci restituisca la nostra identità – ha aggiunto – e ci difendiamo con muri, fili spinati o con altri mezzi dagli altri popoli che ci possono togliere l'identità. E questo è molto grave. Per tale ragione dico sempre: dialogate fra di voi, dialogate fra di voi». Ma il caso della Germania nel 1933 è tipico, ha insistito Bergoglio, c’era un popolo che attraversava una forte crisi e in quel contesto «apparve sulla scena questo leader carismatico» capace di promettere un'identità alla Germania, che diceva «io posso farlo», ma ne nacque «un'identità distorta, sappiamo che cosa accadde». Con chi ce l'aveva il Pontefice? Con la francese Marine Le Pen, con gli xenofobi tedeschi o austriaci, con Matteo Salvini o anche con Donald Trump, il presidente americano che pronunciava il suo discorso d'insediamento proprio mentre usciva l'intervista al giornale spagnolo? Le parole del Papa andavano lette come un allarme per ciò che può accadere nel prossimo futuro, non toccavano un caso particolare ma allo stesso tempo si riferivano a tutte queste vicende e ad altre ancora.

Sul nuovo inquilino della Casa Bianca, Bergoglio, nella medesima intervista, Francesco usava parole fredde ma prudenti: «vedremo cosa farà», inutile trasformarsi in profeti di sventura. E tuttavia poche ore prima, nel messaggio ufficiale inviato dalla Santa Sede - come da prassi - al nuovo presidente degli Stati Uniti per l'inizio del suo mandato, si leggeva: «In un tempo in cui la nostra famiglia umana è afflitta da gravi crisi umanitarie che esigono risposte politiche lungimiranti e unite, prego perché le sue decisioni siano guidate dai ricchi valori spirituali ed etici che hanno forgiato la storia del popolo americano e l’impegno della sua nazione per la promozione della dignità umana e della libertà in tutto il mondo». Subito dopo veniva espresso l'auspicio che sotto Trump, la grandezza dell'America potesse ancora essere misurata «in base alla sua sollecitudine per i poveri, gli emarginati e i bisognosi». Era dunque un messaggio che conteneva una sfida, in particolare in quel riferimento all'urgenza di affrontare le crisi umanitarie del nostro tempo. Un po' come chiedere a Torquemada un equo processo, magari pure un po' garantista.

Se i muri, gli “scartati”, i poveri, gli immigrati, la dottrina economica neoliberista, dividono Bergoglio dal 45esimo presidente americano, c'è anche una distanza umana fra i due: troppo lontano lo stile che si richiama alla sobrietà di Francesco, con lo sfoggio, a volte un po' kitsch, di ricchezza, potere, relazioni importanti di Trump

E del resto che il coriaceo papa Francesco non amasse il tycoon a stelle strisce lo si era capito da tempo: Bergoglio il sudamericano si è da tempo indignato per l'annunciato muro che dovrebbe sorgere – stando alle promesse elettorali ma la realtà è un'altra cosa – lungo il confine che separa gli States dal Messico, ma sopratutto a farlo arrabbiare sono state le parole non di rado sprezzanti e dure, venate di razzismo in alcuni casi, unsate da Donald Trump contro gli immigrati, i milioni di “indocumentados” che vivono in nord America, vi lavorano, spesso in condizioni di estremo disagio e povertà. E se i muri, gli “scartati”, i poveri, gli immigrati,la dottrina economica neoliberista, dividono Bergoglio dal 45esimo presidente americano, c'è anche – e non va sottovalutata - una distanza umana fra i due: troppo lontano lo stile che continuamente si richiama alla sobrietà e alla condivisione di Francesco, con lo sfoggio, a volte un po' kitsch, di ricchezza, potere, relazioni importanti, rapporti con le donne in stile non proprio cavalleresco, da parte del magnate americano. E davvero in tale divergere di personalità si può scorgere un distacco inedito fra Vaticano a Casa Bianca, un fatto nuovo nella storia contemporanea.

Di più: in questa assenza di sintonia fra la Chiesa di Roma e gli Usa trumpiani, si può forse individuare un aspetto imprevisto della nuova stagione multipolare: al protagonismo di un numero più ampio di nazioni rispetto al passato sulla scena mondiale, all'affermarsi di nuove potenze economiche, si affianca anche una conflittualità inattesa, un separarsi di alleanze storiche di fronte a obiettivi diversi: da una parte la necessità proclamata da Trump di “difendere” gli americani e rifare grande l'America, dall'altra la rinnovata universalità della Chiesa che se vuole vivere e far vivere il messaggio evangelico, deve andare oltre i confini dell'Occidente. Francesco, d'altro canto, aveva spiegato con grande chiarezza quale parte della storia degli Stati Uniti sentiva sua quando nel settembre del 2015, pronunciò uno storico discorso davanti al Congresso di Washington. «Una nazione – affermò nell'occasione - può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton».

Allo stesso tempo non mancano i settori cattolici, in Europa come negli Usa, anche all'interno degli episcopati, che considerano in modo positivo la vittoria politica di Trump. Temi come il deciso rifiuto delle unioni omosessuali o delle legislazioni che consentono l'aborto, fatti propri dal neoeletto presidente degli Stati Uniti, hanno incontrato il plauso di frange e settori tradizionalisti del cattolicesimo, o che vivono con malessere il pontificato di Bergoglio; in special modo su questa linea si colloca tutto il mondo “pro-life” d'Oltreoceano che può contare su organizzazioni radicate, vescovi, ambienti istituzionali, alleanze trasversali con correnti evangeliche.

Temi come il deciso rifiuto delle unioni omosessuali o delle legislazioni che consentono l'aborto, fatti propri dal neoeletto presidente degli Stati Uniti, hanno incontrato il plauso di frange e settori tradizionalisti del cattolicesimo, o che vivono con malessere il pontificato di Bergoglio

Se infatti è vero che la dottrina della Chiesa non è cambiata su questi temi, è pure un fatto che il Papa ha chiesto, senza giri di parole, di non farne più il centro della fede, dell'annuncio cristiano, di aprire il cuore alla comprensione dell'altro e alla sua condizione qualunque essa sia. È la scelta della misericordia come chiave per comprendere il mondo contemporaneo che diventa, per i suoi detrattori, un annacquamento della dottrina e in definitiva dell'identità cattolica. E proprio qui si trova un punto di caduta decisivo di tutta la questione: per molti politici, i populisti evocati da Francesco per dirla in breve, il cristianesimo e quindi il cattolicesimo, devono essere strumento unificante per stabilire le differenze con l'altro e gli altri, tracciare confini e muri reali e identitari, muri sociali e culturali se necessario. Francesco vira decisamente verso un cristianesimo inclusivo, che abatte con la non violenza i muri e probabilmente è molto più attento alla lettera e alla proposta del Vangelo; eppure è anche lungo questa faglia che si misurano le diverse strade della Chiesa e del cattolicesimo del prossimo futuro.

In tal senso, la proposta del papa, che oggi deve navigare attraverso i venti di numerose crisi, se vista dall'America ha una chance in più: ovvero che il cattolicesimo è anche la fede delle grandi migrazioni (a differenza di quanto avviene fra Europa e Africa o Medio Oriente). Per questo, per esempio, sta crescendo il ruolo di un uomo come l'arcivescovo di Los Angeles, José Gomez, di origini messicane, alla guida di una delle più importanti diocesi del mondo. Gomez, scuola Opus Dei, è legato a una concezione assai moderata o tradizionale sui temi cosiddetti bioetici, eppure è un fiero difensore delle comunità di “latinos” e di immigrati che vivono in America. Il quadro, insomma, è più frastagliato di quanto si possa pensare, e le cose sono in movimento. Se poi, sul piano internazionale, potranno nascere nuove collaborazioni fra Casa Bianca e Santa Sede, magari per risolvere qualcuna delle tante crisi o dei conflitti che attraversano il mondo, questo è un fatto che si potrà osservare in seguito: diplomazia e realpolitik, in simili casi, seguono strade proprie.

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