Altro che povertà, l’euro e la globalizzazione ci hanno salvato lo stipendio

Beni importati e prodotti all’estero alla stessa qualità permettono di contenere le spese e tenere salda l’economia. Ogni ipotesi sovranista per uno Stato europeo è dannosa: può valere per un grande mercato come quello Usa, ma non per le nazioni europee

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LIU JIN / AFP

2 Febbraio Feb 2017 0820 02 febbraio 2017 2 Febbraio 2017 - 08:20
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Fa ormai parte della vita quotidiana di ognuno di noi, e neanche ci facciamo caso. Eppure ogni giorno acquistiamo prodotti creati all’estero, scegliendo tra una moltitudine di alternative sempre più ampia, con sempre maggiori possibilità di risparmio. Tanto che, seppur lentamente, i prezzi di moltissimi beni di consumo sono in calo.

È stato calcolato da Prometeia, importante società di ricerca economico-finanziaria, che gli elettrodomestici hanno visto i propri prezzi in diminuzione nel 2015 e nel 2016 rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%, valori inferiori al pur ridotto tasso d’inflazione italiano in questi anni, +0,1% e -0,1%, e ancora più bassi se confrontati con l’inflazione depurata dal prezzo dell’energia, +0,8% e +0,4%. È stato anche rilevato che un’utilitaria, che negli anni ‘80 costava 10 stipendi di un operaio, oggi ne richieda solo otto.

Una conferma in più ci arriva dai dati mensili dell’Istat, sull’inflazione: in generale gli andamenti dei prezzi dei beni, per esempio abbigliamento e calzature, sono al di sotto del tasso medio. A innalzare l’inflazione sono i servizi, primi fra tutti quelli sanitari, ma anche quelli all’istruzione. Guarda caso proprio i servizi, che per ovvi motivi sono made in Italy, mentre i beni, i manufatti, sempre più sono di provenienza estera, importati.

È la globalizzazione, in altre parole. Quella che in questi anni ha permesso ai prezzi di diminuire, tramite l’enorme possibilità di scelta di beni da importare da tutto il mondo.

Lo vediamo dai dati Istat che mostrano come in generale i prezzi all’importazione dell’ultimo periodo siano stati minori dell’inflazione, sia i prezzi all’import dall’area euro, da cui compriamo il 46% circa dei prodotti (dati MISE), sia quelli dall’area non euro, ovviamente soggetta a maggiori fluttuazioni per la variabilità del tasso di cambio. Dalla fine del 2014, anche questi ultimi prezzi sono comunque inferiori all’inflazione italiana.

Prezzi all’import e costo della vita italiano, Fonte: ISTAT

Nell’ultimo anno è aumentata la quota d’import proprio dai Paesi dell’eurozona, soprattutto da Germania, Francia, Spagna. Anche grazie al fatto che prendendo l’andamento dei prezzi all’importazione dei beni di consumo sia durevoli (in rosso) che non durevoli (in arancione), questi rimangono più bassi non solo dell’inflazione generale, ma anche dell’andamento dei prezzi relativi all’abbigliamento (in azzurro) e ai prodotti alimentari (in verde), tipicamente inferiore all’inflazione stessa ultimamente.

Prezzi all’import di beni di consumo e costo della vita italiano, Fonte: ISTAT

L’andamento dei prezzi all’import dei beni di consumo durevoli (in rosa) provenienti dall’esterno dell’area euro è invece maggiore di quello dei beni alimentari (in verde) o legati all’abbigliamento (in blu), se prendiamo il 2010 come punto di partenza.

Prezzi all’import di beni di consumo e costo della vita italiano, Fonte: ISTAT

Se invece prendiamo il 2012 questi sono in realtà rimasti uguali o diminuiti, minimizzando la distanza da quelli interni. E questo nonostante un contesto che ha visto l’euro indebolirsi in modo deciso sia rispetto al dollaro che rispetto allo Yuan cinese da metà 2014.

Euro necessari per un dollaro, Fonte: Oanda.com

Euro necessari per un Yuan, Fonte: Oanda.com

Questi dati devono farci pensare a cosa accadrebbe se invece dell’euro avessimo una lira “sovrana”. In un contesto di sempre maggiore dipendenza dall’estero oggi riusciamo a frenare molto bene l’impatto del cambio dell’euro. Innanzitutto questo è più stabile della vecchia lira, rappresentando un’area con 340 milioni di abitanti e 11 mila miliardi di euro di PIL, e soprattutto crea un mercato interno in cui eventualmente cercare sostituti all’importazione di prodotti extra-europei divenuti troppo cari.

L’euro infatti fa in modo che i prezzi all’importazione che abbiamo visto, in questo caso per la manifattura, siano molto simili ed omogenei tra i Paesi dell’eurozona. Si veda invece le traiettorie diverse del Regno Unito.

Prezzi all’import della manifattura, Fonte: Eurostat

Le fluttuazioni della lira annullerebbero i due vantaggi che nonostante tutto negli ultimi 15 anni abbiamo avuto.

Da un lato la globalizzazione, che ci ha portato l’offerta di un’ampia varietà di prodotti di consumo, spesso a basso costo, e un’inflazione molto bassa, frutto del resto anche del progresso tecnologico. Non sono pochi infatti gli economisti che non si stracciano le vesti per la deflazione o l’inflazione a zero, ricordando come sia più una conseguenza di cambiamenti nell’offerta (appunto, più varia e meno costosa, anche per le nuove tecnologie) che di una crisi della domanda. Dobbiamo invece pensare che anzi è probabile che la disponibilità di molti prodotti low cost abbia alleggerito la crisi per molte fasce di popolazione, soprattutto i più poveri.

L’altro vantaggio è appunto l’effetto dell’euro, che ha permesso, ripetiamolo, una stabilità di prezzi e costi di cui non abbiamo mai goduto, e la creazione di un’area in cui poter commerciare e a cui poter ricorrere in caso di shock esterni.

C’è infatti un paradosso che caratterizza le posizioni dei “sovranisti”. Questi appoggiano le scelte isolazioniste del neo presidente americano Trump invocando simili misure in ognuno dei Paesi europei in cui si trovano, chiedendo la fine della Ue e naturalmente dell’Eurozona.

Il punto è: se nel breve periodo l’isolazionismo di Trump potrebbe forse anche avere discrete possibilità di successo in Usa, un mercato di 330 milioni di abitanti più giovani e con un buon tasso di crescita (grazie agli immigrati in realtà, altro paradosso), e in cui è già in atto un re-shoring di industrie, in Europa parliamo di Paesi anziani con un quinto della popolazione, un mercato interno pesantemente condizionato dalla demografia e con una struttura industriale pesantemente ridimensionata dalla crisi (almeno in Italia).

La forza delle singole monete, e soprattutto della lira, non potrebbe essere minimamente paragonabile a quella che a torto o a ragione gode il dollaro. Solo un Paese di dimensioni simili agli Usa, con una moneta unica per centinaia di milioni di persone, una struttura industriale ampia e complementare al proprio interno, potrebbe forse permettersi una sorta di protezionismo, e questo Paese non potrebbe che essere l’Europa.

Da qui il paradosso: l’unica opzione per i sovranisti è essere sovrani come Europa, proprio quell’Europa che vogliono distruggere.

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