Il ritorno del Cnel. «Volevano abolirci, ora chiediamo più competenze»

Scampato il referendum, ecco l’autoriforma. «C’è stata una campagna becera, sono state dette menzogne, ma ora ci prendiamo le nostre responsabilità» spiega il vicepresidente Gualaccini. Cambia la composizione, aumentano le funzioni. Tornano anche gli stipendi? «Questo lo deciderà il Parlamento»

Cnel

Foto FPA Srl/Flickr

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28 Febbraio Feb 2017 1517 28 febbraio 2017 28 Febbraio 2017 - 15:17

Sembrava destinato a scomparire per sempre. La riforma costituzionale approvata in Parlamento ne aveva decretato l’abolizione immediata. Ma dopo il referendum dello scorso dicembre, il Cnel resta vivo e vegeto. Anzi, adesso reclama più spazio. L’istituzione di Villa Lubin lavora al suo rilancio. Pochi giorni fa è stato approvato un disegno di legge che ne modifica la struttura, aumentandone funzioni e attribuzioni. Un’operazione che ha il vago sapore della rivincita. Negli ultimi mesi il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è stato dipinto come il simbolo delle inefficienze pubbliche e degli sprechi. «Sono state raccontate davvero troppe menzogne sul nostro conto» racconta il vicepresidente Gian Paolo Gualaccini. «Ma gli italiani hanno deciso che il Cnel deve continuare ad esistere».

E così è tempo di un tagliando. Come promesso durante la campagna referendaria, i vertici hanno deciso di rilanciare l’istituzione. Lo scorso 21 febbraio il Cnel ha approvato un ddl per modificare la legge ordinaria che ne disciplina il funzionamento. Una norma del 1986, oltre trent’anni fa. Il documento è già stato trasmesso al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e, come da prassi, sono stati informati i presidenti di Camera e Senato. «Abbiamo sempre detto che il Cnel non doveva essere abolito - insiste il vicepresidente Gualaccini - ma era da riformare per essere utile a Governo e Parlamento». Da qui la necessità di un’autoriforma. «È vero, l’esito del referendum ci ha salvato, ma ha anche aumentato le nostre responsabilità. Ci abbiamo messo la faccia, siamo un organo di rilevo costituzionale come il Csm e il Consiglio di Stato. Adesso chiediamo che il Parlamento faccia la propria parte e non ci lasci a bagnomaria».

Da qualche anno i consiglieri del Cnel lavorano senza retribuzione. Il dubbio è lecito: non è che l’autoriforma reintrodurrà le indennità abolite? «Il ddl non tocca questo aspetto, è un intervento che lascia i costi invariati». Questo non vuol dire che non ci saranno novità. «È una responsabilità che dovrà assumersi il Parlamento. Secondo lei i vertici del Csm o della Corte dei Conti lavorano gratuitamente?»

In attesa che il disegno di legge venga calendarizzato, il vicepresidente illustra le novità. Come cambierà il Cnel? Anzitutto nella sua composizione. Fino a pochi anni fa erano in carica 121 consiglieri. Dal 2012 i componenti sono passati a 64. «Nella riforma il numero resta lo stesso», spiega Gualaccini. Non si poteva fare un’ulteriore sforbiciata? «In una prima fase avevamo pensato a una riduzione, ma siccome la riforma aggiunge nuove funzioni abbiamo deciso di non tagliare i consiglieri». Quella che viene modificata, però, è la modalità di selezione. «Più veloce e trasparente. Prima ci volevano nove mesi, quasi sempre si creavano malcontenti e si finiva con una montagna di ricorsi. Da domani a nominare i consiglieri sarà il Consiglio dei ministri, sentite le rappresentanze sociali. Basteranno due mesi». Il presidente del Cnel, invece, sarà nominato direttamente dal presidente della Repubblica. «Tutto è stato previsto nell’ottica del più amplio pluralismo - insiste Gualaccini - E proprio per questo abbiamo riservato un posto anche a un rappresentante dell’Anci, dell’Upi e della conferenza delle Regioni». Un passaggio inevitabile, a suo modo. «Non puoi fare da consulente al governo e al Parlamento senza avere il parere degli enti locali». Gualaccini insiste parecchio sul pluralismo dell’ente. «Vogliamo che il Cnel del futuro rappresenti tutte le forze sociali: deve essere sintesi e condivisione. Da questo punto di vista è significativo che il disegno di legge sia stato approvato all’unanimità».

Più discusso il tema economico. Da qualche anno, dopo le polemiche sull’inutilità dell’ente, i consiglieri del Cnel lavorano senza retribuzioni. Il dubbio è lecito: non è che l’autoriforma reintrodurrà le indennità abolite? «La riforma non tocca questo aspetto - continua il vicepresidente - è un intervento che lascia i costi invariati». Non vuol dire che non ci saranno novità. «Questa è una responsabilità che dovrà assumersi il Parlamento. Secondo lei i vertici del Csm o della Corte dei Conti lavorano gratuitamente?». Il nodo dei costi resta centrale. Durante la campagna elettorale che ha preceduto il referendum in molti hanno puntato il dito contro il Cnel. Simbolo degli sprechi e del clientelismo. «Adesso lo possiamo dire, è stata una campagna becera. Sono state dette menzogne e falsità», dice Gualaccini. Ma insomma, quanto costa il Cnel? «I bilanci sono pubblici, basta andare su internet. Il bilancio preventivo per il 2017 è di 7,1 milioni di euro. Fondamentalmente sono i costi del personale e della manutenzione della struttura». Spese, è bene ricordare, che non sarebbero state eliminate neppure con l’abolizione del Cnel. Inutile dire che i vertici di Villa Lubin non hanno particolarmente apprezzato i toni della campagna elettorale. «Ci hanno dipinto come un ente inutile, la nostra istituzione è stata raccontata come un girone dell’inferno dantesco». I rapporti con l’ex premier Matteo Renzi, che ha spesso insistito sulla necessità di abolire il Cnel, non devono essere particolarmente cordiali. «Il passato è passato, lasciamo perdere» insiste Gualaccini. «Adesso il Governo e il Parlamento si mettano una mano sulla coscienza e facciano funzionare il Cnel».

«Adesso lo possiamo dire, nei nostri confronti c’è stata una campagna becera. Sono state dette menzogne e falsità», insiste Gualaccini. «Il bilancio preventivo per il 2017 è di 7,1 milioni di euro. Fondamentalmente sono i costi del personale e della manutenzione della struttura». I rapporti con l’ex premier Matteo Renzi, che ha spesso insistito sulla necessità di abolire l’istituzione, non devono essere particolarmente cordiali. «Il passato è passato, lasciamo perdere. Adesso Governo e Parlamento si mettano una mano sulla coscienza e facciano funzionare il Cnel»

Un’altra questione riguarda la legittimità dell’autoriforma. Dei 64 consiglieri previsti - una dimissione dopo l’altra - oggi restano in carica solo in 23. Ma un terzo dei componenti può promuovere un disegno di legge che rivoluziona la natura dell’organismo che rappresenta? «Il Cnel è vivo e lotta insieme a noi» sorride Gualaccini. «In termini giuridici è pienamente nell’esercizio delle proprie funzioni». E allora quali sono le nuove competenze dell’ente? Tra le novità c’è la previsione di pareri obbligatori, ma non vincolanti, sui principali atti di finanza pubblica. «È il caso della legge di Bilancio, ma anche del Def e la nota di aggiornamento al Def». E ancora, «il nostro disegno di legge prevede che il Cnel diventi l’ente certificatore del grado di rappresentatività nazionale delle organizzazioni sindacali nel settore privato». Per il settore pubblico se ne occupa l’Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche amministrazioni. «Mentre per il privato non lo fa nessuno. È un lavoro complesso, che richiede una conoscenza specifica. Il Cnel, la casa delle formazioni sociali, vuole attribuirsi questo onere».

Tra le nuove competenze c’è poi la predisposizione di un rapporto congiunto con l’Istat, pubblicato a cadenza annuale, in tema di misurazione del benessere equo e sostenibile. «Una serie di indicatori da affiancare al Pil- spiega Gualaccini - per capire come va il Paese». In attesa della risposta parlamentare, i dirigenti di Villa Lubin hanno già iniziato a muoversi. Nei giorni scorsi hanno incontrato il presidente dell’Inps Tito Boeri, a breve è previsto un vertice con il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Scampato all’ennesimo tentativo di abolizione, il Cnel è pronto a cambiare pelle? «Adesso c’è un nuovo governo. Spero che approvi la nostra autoriforma, magari modificandola. È necessario dare una forma stabile a un organismo che, come hanno deciso gli italiani, deve continuare ad esistere».

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