Intervista

Il sociologo De Masi: “Per battere la disoccupazione, bisogna lavorare gratis”

Nel nuovo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti” Domenico De Masi propone che i disoccupati irrompano sul mercato del lavoro offrendo la propria opera gratuitamente, in modo da portare a una redistribuzione dell’occupazione

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Domenico De Masi (Flickr/Senado Federal)

25 Marzo Mar 2017 0830 25 marzo 2017 25 Marzo 2017 - 08:30

Il Movimento cinque stelle gli ha commissionato una ricerca sul futuro del lavoro, che ha preso forma in un volume di 300 pagine dal titolo Lavoro 2025, con l’elenco degli impieghi a più alto tasso di sostituzione da parte delle macchine. Ora il sociologo Domenico De Masi, uno dei più apprezzati accademici italiani sui temi dell’occupazione, mentre è impegnato a scrivere un libro «più corposo» sul lavoro nel ventunesimo secolo, è in libreria con il testo Lavorare gratis, lavorare tutti. Sottotitolo: il futuro è dei disoccupati. E già dal titolo si intuisce quale sia la soluzione che il sociologo propone per far fronte all’alto tasso di disoccupazione. «Per dare un lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre di poco l’orario di lavoro degli occupati», dice. «Ma questo non avverrà, per cui l’unica cosa che i disoccupati possono fare è scompaginare la situazione, offrendo gratuitamente la propria opera finché non ci sarà una redistribuzione dei carichi di lavoro». De Masi propone un piano d’attacco in undici tappe, compresa la creazione di una piattaforma informatica per l’incontro tra domanda e offerta. «Spero che diventi anche proposta politica e che qualcuno si muova», spiega. «Ad oggi il Movimento cinque stelle sembra il più adatto per un progetto di questo tipo. Che potrebbe anche avere ricadute importanti in termini di voti, visto che in Italia ci sono 3,1 milioni di disoccupati».

Quindi il tasso di disoccupazione non calerà.
La disoccupazione non è l’effetto di una crisi passeggera. Anzi, è destinata a crescere. Sia per l’effetto di sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine. Sia per l’effetto della globalizzazione: non produciamo più nei nostri confini, ma compriamo dove si produce a un costo più basso.

La tecnologia distrugge più lavoro di quanto ne crea?
Per uno che progetta una macchina, ci sono migliaia di persone che non lavorano. Pensiamo a quanti cassieri di banca sono scomparsi con l’arrivo del bancomat. Quante persone ci saranno volute a progettare un bancomat? Meno delle migliaia di cassieri che hanno perso il lavoro. L’automazione e l’intelligenza artificiale sostituiscono il lavoro umano. I lavori più a rischio sono le attività ripetitive, ma ormai anche medici e giornalisti vengono sostituiti.

Ogni mese però i dati sull’occupazione italiana generano proclami politici a ogni minimo segno più.
Sono esibizioni di statistiche ridicole, di oscillazioni minime da zero virgola. E infatti in Italia ci sono ancora oltre tre milioni di persone che non hanno un lavoro, non sanno come vivere e come mangiare. Nonostante le facili soluzioni proposte con il Jobs Act, questi disoccupati esistono. È chiaro che c’è qualcosa che non va.

Per uno che progetta una macchina, ci sono migliaia di persone che non lavorano. Pensiamo a quanti cassieri di banca sono scomparsi con l’arrivo del bancomat

Ma ci sono Paesi in cui l’occupazione cresce, come gli Usa o in Germania.
Bisogna innanzitutto tenere conto dei diversi metodi di calcolo degli occupati, dell’orario di lavoro più basso e della maggiore presenza di studenti universitari, che non rientrano nel conteggio della forza lavoro. L’Italia, avendo pochi giovani che studiano, anche per questo soffre di un tasso di disoccupazione giovanile alto. E poi bisogna vedere di che tipo di lavori parliamo. Molti nuovi lavori sono i cosiddetti bad jobs, ovvero manodopera sottopagata dai big dell’economia digitale.

Pochi lavoratori e molto profitto. Lei lo ha chiamato “sviluppo senza lavoro”.
Se i negozi tradizionali impiegano 47 dipendenti ogni dieci milioni di dollari generati, Amazon ne impiega solo dieci e quei dieci dipendenti vengono spremuti a ritmi incredibili. Oggi si possono accumulare ricchezze inaudite con l’apporto di un numero esiguo di lavoratori. Tutto grazie a piattaforme tecnologiche, software e algoritmi. Per fare un esempio, ad oggi un dipendente di Facebook vale 25 milioni di fatturato.

Il suo libro non è solo una fotografia del lavoro che scompare, ma lei propone anche delle soluzioni. Cosa bisogna fare?
Bisogna puntare a creare nuovi lavori, cosa che sta già avvenendo con una fantasia infinita spronata dal bisogno. Ma in attesa di questi nuovi lavori, bisogna redistribuire quelli che già esistono. È inutile pretendere il lavoro per i disoccupati se gli occupati fanno straordinari, sono sempre disponibili, anche nel week end e si fermano in ufficio ogni giorno oltre l’orario di lavoro senza essere per questo retribuiti.

Significa che lavoriamo troppo?
In Italia lavoriamo 1.800 ore all’anno. È la quantità di ore maggiore in Europa. In Francia e in Germania ci si ferma a 1.500 ore. In Italia ci sono almeno 2 milioni di impiegati e manager che fanno ogni giorno un paio d’ore di straordinario non retribuito. Parliamo di 110 milioni di giornate lavorative, cioè 500mila posti di lavoro. Oggi lavorare oltre il dovuto sembra quasi un vanto. Ma non dovrebbe essere così.

In attesa dei nuovi lavori, bisogna redistribuire quelli che già esistono. È inutile pretendere il lavoro per i disoccupati se gli occupati fanno straordinari, sono sempre disponibili, anche nel week end e si fermano in ufficio ogni giorno oltre l’orario di lavoro senza essere per questo retribuiti

E cosa dovremmo fare?
Bisogna redistribuire il lavoro, riducendo gli orari. Passando magari dalle 40 alle 36 ore settimanali. In questo modo non avremmo disoccupati. Ma è difficile da applicare: oggi chi ha il lavoro non lo vuole certo mollare.

E quindi che si fa?
Serve che i lavoratori occupati e pagati cedano un po’ di lavoro. Siccome non amo la violenza, ho proposto che i disoccupati mettano la loro forza lavoro sul mercato gratuitamente. In questo modo il mercato si spacca, si altera. E gi occupati, arrivati alle strette, cederanno una parte del lavoro.

Nel suo libro lei indica undici tappe da seguire per mettere in atto questa strategia.
Sì, anzitutto bisogna pianificare l’introduzione di un salario minimo e di un reddito di cittadinanza, e creare una piattaforma informatica come Uber che consenta di mettere in connessione domanda e offerta di lavoro. In questi giorni ho ricevuto molte telefonate di persone che hanno letto il mio libro, disposte a finanziare una piattaforma di questo genere.

Ma la sua proposta si trasformerà anche in una proposta politica?
Spero che qualcuno si muova. C’è una preoccupazione ampia tra i partiti sul futuro del lavoro. Il movimento cinque stelle sembra quello più adatto e più coraggioso in questo momento. Anche perché un programma sul lavoro che parla ai disoccupati muove anche molti voti, visto che in Italia quelli che non hanno un lavoro e non riescono a trovarlo sono ancora oltre 3 milioni.

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