È ora di dirselo: l'Italia dei comuni, dei campanili (e del partito dei sindaci) è un disastro

Gli enti locali in dissesto aumentano in modo esponenziale anno dopo anno. Non si contano più i Comuni sciolti per mafia. Così l'Italia "provinciale" arranca, e i sindaci possono (o sanno) fare poco o niente per migliorare le cose

Chiara Appendino
4 Aprile Apr 2017 0723 04 aprile 2017 4 Aprile 2017 - 07:23

L’Italia dei sindaci, l’Italia dei Comuni, dei campanili, l’Italia “local” che funziona bene in contrapposizione all’Italia “glocal” che arranca, l’Italia che ci piace esaltare per luogo comune, quella del mitizzato “territorio” che sarebbe poi l’insieme di forze politiche, economiche, sociali che fanno rete per gestire le città: sicuri che sia vera? Viene da chiederselo dopo il litigio tra Chiara Appendino e Maria Elena Boschi sui fondi Imu e Ici da restituire a Torino, che ha rivelato nervi tesi da entrambe le parti ma soprattutto un colossale deficit della Città della Mole, solitamente considerata feudo di efficienza nordica. Senza quei soldi, dice la sindaca Cinque Stelle, Torino dovrà tagliare i fondi a scuole paritarie, cultura, turismo, oltreché le agevolazioni alle famiglie a basso reddito sulla tassa rifiuti. Magari esagera. E però se una città come Torino sta messa così, figuriamoci il resto, figuriamoci dove la rinomata eccellenza sabauda non ci sta.

Sono 146 gli enti locali in pre-dissesto, 84 quelli in dissesto vero e proprio (praticamente falliti). Nell’elenco c’è persino Taormina, la “Perla dello Jonio” scelta da Matteo Renzi per il G7 del prossimo maggio. L’escalation negli ultimi anni è esponenziale. Nel 2009 c’erano solo due Comuni in bancarotta, e facevano notizia: oggi si è così abituati che le classifiche non vanno nemmeno più sui giornali malgrado le imponenti conseguenze per i cittadini. A Casal di Principe, per citare un esempio al top, restano inevase 700 domande di assegni familiari per mancanza di assistenti sociali che le esaminino, le scuole non hanno ottenuto il certificato di agibilità sanitaria e più di metà dei 20mila cittadini non usufruisce dell’acqua corrente. Fosse solo questione di soldi, si potrebbe dire: è la crisi. Ma tra il 2011 e il 2012 sono aumentati del 380 per cento anche gli scioglimenti di comuni per infiltrazioni mafiose, e un altro balzo del 220 per cento si è registrato l’anno successivo.

Sono 146 gli enti locali in pre-dissesto, 84 quelli in dissesto vero e proprio (praticamente falliti). Nell’elenco c’è persino Taormina, la “Perla dello Jonio” scelta da Matteo Renzi per il G7 del prossimo maggio. L’escalation negli ultimi anni è esponenziale. Nel 2009 c’erano solo due Comuni in bancarotta, e facevano notizia: oggi si è così abituati che le classifiche non vanno nemmeno più sui giornali

Il “partito dei sindaci”, nonostante ciò, è il solo partito italiano a cui non siano state fatte le bucce. Questa categoria gode di simpatie sconosciute al resto della politica, un po' perché eletta direttamente dal popolo, un po’ perché talmente abile nel gioco dello scaricabarile – la colpa è sempre di qualcun altro – da aver resistito assai bene all’offensiva contro le caste che ha messo in ginocchio le classi dirigenti nazionali. Con le sue ordinanze creative – dal divieto di rovistaggio alle multe per il pallone ai giardinetti, dalle sanzioni ai burqa a quelle per chi dorme sulle panchine – alimenta l’immagine di saggio e severo pater familias, e grazie al contenzioso col governo può giustificare ogni inefficienza con l’avarizia delle autorità centrali. Il combinato disposto delle due cose, paternalismo e ossessione contabile, ha trasformato l'arte di costruire città in amministrazione di condominio e il risultato è un'«Italia dei Comuni» assai malmessa, immobile, anche anagraficamente vecchia - nei piccoli centri l'indice di vecchiaia è quasi cento punti sopra la media nazionale, 226 contro 144 – che ha abbandonato ogni ambizione e progetto oltre la routine della sopravvivenza.

Non sarà da questo tipo di territorio che potranno arrivare energie per il Paese, e dovremmo tutti mettere un punto all'astratta esaltazione della dimensione “local”, rovinosa anche sotto altri profili: basta vedere la vicenda delle banche popolari, con i loro traffici di paese, e i costi che sta comportando per tutti i contribuenti (oltrechè per i loro clienti). Piccolo non è bello. O almeno, è bello se fai parte del “giro” dei feudatari del villaggio, pessimo per tutti gli altri che infatti fuggono nelle grandi città, nazionali ed estere, in cerca di fortuna. Piccolo non è necessariamente virtuoso. Piccolo oggi è diverso dal passato, piccolo è spesso povero, spaventato, prigioniero dei clan. E un soffio metropolitano ed europeo è l'unica speranza per questa Italia piccola, che scivola nell'indigenza senza che nessuno se ne accorga, privata anno dopo anno dei servizi più banali, dai trasporti pubblici all'acqua potabile, soffocata dalla piccineria di chi la amministra.

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