Il mucchio selvaggioLa grazia a Mario Roggero legittimerebbe la vendetta privata in nome della sicurezza

La condanna del gioielliere di Grinzane Cavour non punisce una reazione necessaria, ma un’esecuzione compiuta a pericolo ormai cessato. Le sentenze ribadiscono un confine essenziale che la propaganda securitaria tenta di cancellare per raccogliere consenso elettorale

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Nel 1971 uno dei grandi registi «fascistoidi» del cinema americano (secondo la critica militante), Sam Peckinpah (autore di film epocali come “Il mucchio selvaggio” e “L’ultimo buscadero”), girava “Cane di paglia” con protagonista Dustin Hoffman nel ruolo di un mite professore americano che, nella pacifica provincia della Cornovaglia inglese, dove si è ritirato a studiare con la moglie, deve subire le angherie di alcuni giovani bulli locali. Il professor Sumner subisce di tutto, compreso lo stupro della moglie, di cui finge di non accorgersi.

Il giorno in cui da lui si rifugia un giovane disabile accusato di analoga violenza su una giovane del paese, il professor Sumner reagisce come «un cane da pagliaio» (vero e corretto titolo), invaso nel suo territorio, e come un riparatore dei torti dei più deboli. In lui Peckinpah fonde le grandi contraddizioni di una certa America: la violenza nascosta, la legge del taglione, la difesa del territorio e la protezione dei reietti. Sumner, figlio della pacifica controcultura Usa degli anni ’60, uccide spietatamente tutti sotto il ghigno beffardo del grande regista americano.

La vicenda del gioielliere della sonnacchiosa Grinzane Cavour evoca quel modello, fatta eccezione per il fatto che l’unico tema che ha mosso Mario Roggero, nuovo simbolo della destra fascio-garantista (copyright Francesco Cundari) italiana, è esclusivamente l’offesa alla sua proprietà. Ogni discorso su una presunta legittima difesa cessa allorché il derubato, dopo aver sparato e già ucciso uno dei rapinatori in fuga, insegue il secondo, ferito e disteso per terra, e lo fredda con un colpo di pistola. Un’esecuzione senza un accenno di alcuna pietosa esitazione.

In punto di diritto, come già ampiamente evidenziato da decine di giuristi, ogni bercio sul concetto di legittima difesa cessa di fronte alle limpide parole della sentenza di secondo grado, poi confermata integralmente dalla Cassazione. Osservano i giudici della Corte d’appello di Torino che «anche dopo le modifiche introdotte dalla legge n. 36 del 2019 (governo Conte-Salvini), l’uso di un’arma può essere ritenuto reazione sempre proporzionata nei confronti di chi si sia illecitamente introdotto, o illecitamente si trattenga, all’interno del domicilio o dei luoghi a questo equiparati, a condizione che: i) il pericolo di offesa sia attuale; ii) l’impiego dell’arma sia necessario a difendere l’incolumità propria o altrui, ovvero i beni; iii) non siano praticabili altre condotte alternative, lecite o meno lesive; iv) con specifico riferimento alle aggressioni a beni patrimoniali, ricorra un pericolo di aggressione personale».

Ciò premesso – si legge nella sentenza – «deve osservarsi che la condotta tenuta dall’imputato, ossia l’inseguimento dei rapinatori e l’esplosione di colpi di pistola a distanza ravvicinata, direttamente verso i corpi medesimi, è stata posta in essere in un momento in cui l’aggressione da parte dei rapinatori era totalmente conclusa, tanto che gli stessi erano usciti dalla gioielleria e si stavano apprestando ad allontanarsi, salendo sull’automobile. Dunque, in una situazione in cui difettavano i requisiti del pericolo attuale di un’offesa ingiusta a un diritto proprio o altrui e della necessità di reagire a scopo difensivo».

In sostanza, anche ai sensi della legge voluta dal primo governo populista (ahimè, non l’ultimo), non sussiste alcuna legittima difesa: solo la vendetta di un esemplare cittadino di destra offeso dalla violenza esercitata sui suoi beni. Di più: è da dire che il concetto di «reazione proporzionata», espressione diretta del principio di «proporzionalità» contenuto nell’art. 3 della Costituzione, secondo cui il sacrificio inevitabile di più diritti inviolabili in capo a più persone deve essere simmetrico e reciprocamente equilibrato, fu introdotto nei codici italiani dal fascistissimo codice penale italiano di Alfredo Rocco nel 1930, ancora in vigore nella nostra democrazia.

Secondo il giurista fascista e secondo l’art. 52 del codice in vigore, la non punibilità della legittima difesa si configura «sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa». La ragione di tale disposizione non è certo in un qualche scrupolo umanitario, bensì nella necessità di ribadire l’esclusivo uso della violenza legittima in capo allo Stato, unico detentore autorizzato della funzione repressiva. Pertanto, gli scandalizzati liberali immaginari di casa nostra vengono meno proprio ai canoni di quel pensiero conservatore cui dichiarano di ispirarsi.

Tuttavia, il problema è un po’ più vasto ed è trasversale all’intera società italiana e al suo pensiero politico in materia di sicurezza. Si è sviluppata nell’ultimo ventennio una vera e propria cultura «vittimologica» che ha trovato il suo culmine, dopo diverse normative (vedasi il «codice rosso» nei reati sessuali), nella recente modifica costituzionale dell’art. 24 della Costituzione, votata, non a caso, all’unanimità dalle Camere, secondo cui «la Repubblica tutela le vittime da reato».

Da più parti si è espressa preoccupazione che tale inciso rischiasse di alterare l’equilibrio costituzionale di alcuni diritti, primo fra tutti quello a un giusto processo e al concetto di «parità delle armi» tra accusa e difesa. Pochi hanno riflettuto che l’evoluzione di tale indirizzo avrebbe fatalmente portato a uno squilibrio e all’affermazione, sotto traccia, del diritto a un’autarchica «legge del taglione».

Stranamente, nessuno ha rievocato un altrettanto agghiacciante precedente, quello dell’imprenditrice Cinzia Dal Pino, di Viareggio, che si è fatta giustizia da sé per uno scippo, investendo col Suv il ladro e lasciandolo agonizzante sulla strada, non senza avere accuratamente recuperato la preziosa borsetta che il disgraziato aveva avuto l’ardire di sottrarle.

Se verrà concessa la grazia «riparatrice» a Roggero, altrettanto spetterà alla donna, condannata anche lei a 14 anni. Per opporsi a una tale deriva, che accomuna trasversalmente strati diversi del Paese, la sinistra non deve elucubrare particolari strategie e piani pluriennali. Deve rifarsi all’ultima vera forza rivoluzionaria e universale rimasta: il cristianesimo.

Come bene ha fatto notare Andrea Riccardi di Sant’Egidio, la dottrina cattolica, in quanto ideologia universale, è la naturale contrapposizione dei miserabili e bottegai interessi nazionali, del sovranismo aggressivo e fascista che incombe. Non è un caso che a Donald Trump si sia opposto papa Leone XIV; non è un caso e non sarà l’ultima volta. Il futuro della sinistra italiana non è Giuseppe Conte: sono semplicemente i valori cristiani che hanno fondato la cultura occidentale. Oggi, a sinistra, come gli intellettuali liberali di un secolo fa, «non possiamo non dirci cristiani», e il rispetto della vita umana ne è un cardine.

PS: Intanto diamo un consiglio al dolente Matteo Salvini e a tutto il centrodestra oggi solidale con Roggero. Non occorre la grazia: basta che voi reintroduciate la norma che consente anche agli imputati di omicidio di poter chiedere il giudizio abbreviato allo stato degli atti davanti al Gip, norma da voi abrogata a furor di popolo perché si faceva un favore ai colpevoli di femminicidio. Se ci fosse ancora, Roggero avrebbe avuto un terzo di pena in meno. Il resto sono cialtronate.

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