Ecco perché il protezionismo rovinerà l’Italia (e Trump è il nostro peggior nemico)

Il saldo commerciale italiano verso gli Stati Uniti è superiore a quello che ha la Germania. Le esportazioni non hanno solo tenuto a galla il Pil italiano: hanno portato anche benefici evidenti per i lavoratori. Tornare a un mondo di dazi sarebbe disastroso

Container Divelti

Container rovesciati a causa del tifone Meranti nel porto di Kaohsiung , Taiwan, nel settembre 2016

SAM YEH / AFP

15 Aprile Apr 2017 0830 15 aprile 2017 15 Aprile 2017 - 08:30
WebSim News

Meglio della Germania, più veloci della Cina. Queste sono le performance del commercio italiano con gli Usa negli ultimi anni, quando il nostro saldo, già in attivo da decenni, è schizzato in alto fino a creare un gap tra esportazioni in America e importazioni più ampio di quello di cui gode la Germania, e con un aumento superiore a quello cinese, che pure ha naturalmente l’attivo commerciale maggiore.

L’Italia aveva già raggiunto nel 2005 il record di un export verso gli Usa che valeva il 169% in più dell’import, ma con la crisi nel 2010 si era scesi al 100%, ovvero “solo” il doppio, ma in cinque anni si è recuperato e andato oltre il record storico, con le esportazioni che hanno superato del 172,5% le importazioni. Nel 2016 poco di poco meno, del 169,9 per cento. Per il 2017 ci sono in realtà solo i valori di gennaio, ancora insufficienti. Sono differenze tra import e export mai raggiunti dalla Germania, appunto, e una crescita del saldo commerciale non verificatasi neanche per la Cina, che anzi dopo i record del 1999-2000 oggi ha ne ha uno percentualmente inferiore.

Differenza tra export e import, dati US Census Bureau

Parlando di miliardi si tratta per il nostro Paese di un saldo positivo ora di più di 28 miliardi di dollari, risultato di una progressione dell’export (che dal lato americano è visto come l’import dall’Italia) che ha raggiunto i 45 miliardi.

Dati US Census Bureau, in milioni di dollari

Dati US Census Bureau, in milioni di dollari

E nei primi due mesi del 2017 il trend non sembra cambiare molto, l’export verso gli Usa è tra quelli che sono più cresciuti, del 17,45% dopo quello verso l’Asia emergente e la Russia, ma in quest’ultimo caso si tratta di un rimbalzo.

Crescita export italiano, dati ISTAT

Il World Economic Forum ha usato la Francia, uno dei Paesi più simili all’Italia tra quelli del G7, per verificare che all’aumentare della tendenza all’export di un’azienda vi è un aumento del salario medio orario

Questa sfilza di dati non serve solo a capire come sia assolutamente auto-distruttivo elogiare, dall’Italia, le intenzioni protezioniste di Donald Trump, ma più in generale a mostrare come il commercio estero sia diventato ormai una componente fondamentale, spesso la più importante, per l’economia e la crescita dei Paesi.

Già a livello empirico, numerosi studi nel passato avevano confermato come ci fosse una stretta correlazione tra liberalizzazione dei commerci e crescita. Il lavoro di Wacziarg e Welch, della Banca Mondiale, aveva analizzato 141 casi di liberalizzazione in tutto il mondo, e aveva trovato come dopo queste la crescita annua del Pil salisse di circa l’1,5%, e gli investimenti del 1,5-2 per cento.

Fonte: Wacziarg - Welch

Certo, la crescita è una grande media, ma sui salari dei lavoratori il libero commercio che effetto ha?

Il World Economic Forum ha usato la Francia, uno dei Paesi più simili all’Italia tra quelli del G7, per verificare che all’aumentare della tendenza all’export di un’azienda vi è un aumento del salario medio orario. Non solo, la correlazione non diventa negativa neanche quando è tra salari e tendenza all’offshoring, ovvero alla delocalizzazione all’estero. Persino tra gli operai.

In questo caso c’è comunque un aumento del 5% dei salari dei colletti blu delle aziende che delocalizzano al massimo rispetto a quelli dei lavoratori delle imprese che non lo fanno.

Mentre è evidentissimo il vantaggio sugli stipendi nell’appartenenza a un’azienda esportatrice sia per operai che colletti bianchi. Questi ultimi tra l’altro godono degli stessi benefici anche in caso di delocalizzazione.

Correlazione negli operai tra salario e percentile della concentrazione di export e offshoring per dipendente, Dati WEF

Correlazione nei colletti bianchi tra salario e percentile della concentrazione di export e offshoring per dipendente, Dati WEF

Lo stesso studio sottolinea poi come proprio per gli operai i migliori differenziali nei salari in concomitanza di una maggiore propensione all’export e delocalizzazione avvengono quando è presente un accordo di contrattazione a livello di azienda, piuttosto che nessun accordo o uno di settore.

Le aziende che si pongono sul mercato internazionale, in diretta concorrenza di quelle di Paesi in cui i costi sono magari inferiori, sono obbligate a un salto di produttività, a una competitività, che normalmente sono collegate a salari maggiori. Anche la delocalizzazione costringe l’azienda a specializzare le produzione rimaste in patria, a ricercare nicchie ad alto valore aggiunto, con gli stessi effetti salariali. E spesso trattandosi di nicchie richiedono accordi a se stanti.

Il libero commercio non è dunque solo la fortuna di quei Paesi emergenti, come la Cina e quelli asiatici, che non a caso ora difendono il libero mercato più di quanto facciano le culle del liberismo come gli Usa di Trump e il Regno Unito della Brexit.

Ma può esserlo e di fatto lo è stato anche per quelli maturi. E torniamo all’Italia, che nel terribile periodo 2011-2013, quando abbiamo subito la più lunga e dolorosa recessione della storia, ha visto la caduta del Pil attenuata solo dal contributo del saldo commerciale, che in ogni caso anche successivamente non è quasi mai stato negativo.

Dati ISTAT

Senza il buon andamento del commercio estero avremmo avuto una recessione peggiore, che avrebbe costretto i governi a vere misure di austerità e sacrifici ben maggiori di quelli affrontati, per esempio.

Non si tratta solo della diminuzione delle importazioni dovuta alla minore domanda, no, l’Italia è riuscita a mantenere in questi anni anche le quote di commercio mondiale che negli anni precedenti alla crisi erano andate man mano calando.

Una maggiore competitività che, come accaduto con il Pil, ha frenato la caduta dell’occupazione nel settore manifatturiero, quello più martoriato dalla crisi: così come prima di questa le aziende esportatrici erano le uniche a vedere una crescita degli occupati, così durante la recessione la perdita di posti di lavoro in queste è stata decisamente inferiore.

L’Italia è uno di quei Paesi, fra quelli industrializzati, che più soffrirebbero da un ritorno al protezionismo, da una crisi del commercio mondiale, perchè uno dei più fragili tra quelli che più dipendono da questo, con un mercato interno che ancora stenta a decollare, con una struttura produttiva spesso poco competitiva che ha un gran bisogno di un confronto con il mondo per migliorarsi e fare crescere il proprio valore aggiunto.

Purtroppo però le nostre dimensioni hanno la loro influenza: troppo piccoli per sperare di scampare alle immediate conseguenze negative del protezionismo, ma contemporaneamente abbastanza grandi perchè a qualcuno venga la tentazione di pensare che “fare da soli”, in una replica dell’autarchia di 80 anni fa, sia fattibile.

È un pensiero affascinante e velenoso, che colpisce più noi o la Francia di Paesi come Belgio o Svezia, e probabilmente rappresenterà il terreno di confronto e scontro politico dei prossimi anni.

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