Non solo in Francia, le elezioni sono la tomba dei Socialisti

Hamon, il candidato del partito del presidente Hollande, ha preso poco più del 6%. Lo stesso è accaduto ai laburisti in Olanda e al Pasok greco. Prossima chiamata, le elezioni britanniche: lì Corbyn è messo ancora peggio

Sinistra
24 Aprile Apr 2017 1255 24 aprile 2017 24 Aprile 2017 - 12:55

Proviamo a leggere il risultato delle elezioni presidenziali francesi al contrario. Partendo non da chi ha vinto il primo turno: Emmanuel Macron. O da chi potrebbe vincere il secondo: Marine Le Pen? Iniziamo dal fondo, da chi le ha chiaramente perse queste elezioni: il partito socialista francese, che aveva candidato Benoit Hamon. Hamon, che rappresentava l'ala più di sinistra del partito al governo negli ultimi cinque anni, ha preso il 6,3%, circa 2,2 milioni di voti. Una catastrofe, se si pensa che il presidente uscente, François Hollande, vinse il ballottaggio cinque anni fa contro Nicolas Sarkozy con numeri ovviamente opposti. Ma non è stata solo una sonora bocciatura del presidente più impopolare della storia recente francese. Le elezioni di questi anni, in Europa, hanno relegato ai margini i partiti (governativi) di ispirazione socialista. Fatte salve alcune clamorose eccezioni come la Germania, dove la Spd è tornata competitiva con la candidatura di Martin Schulz.

"Umiliazione", scrive Le Parisien del risultato di Hamon. "Autopsia" di una sconfitta, analizza Le Figaro. E' cambiata un'epoca per la sinistra di governo. Come è accaduto appena un mese e mezzo fa in un altro dei Paesi fondatori dell'Unione Europea. L'Olanda. Alle elezioni parlamentari, consumatesi sul rischio populista di Geert Wilders, l'alleato straniero della Le Pen, il partito laburista che era al governo insieme ai liberali di centrodestra è crollato: la Pvda in cinque anni è passata dal 25% al 5,7%.

Ma non è stata solo una sonora bocciatura del presidente più impopolare della storia recente francese. Le elezioni di questi anni, in Europa, hanno gettato i partiti socialisti ai margini un po' dappertutto

E' una crisi di identità profonda, quella della sinistra tradizionale europea, che sarebbe più corretto identificare come centro-sinistra. L'elettorato la abbandona perché la associa alle élite di governo che si sono succedute in questi anni, la accusa di non aver impedito le politiche di austerità che hanno cancellato la classe media, essendone anzi stata la garante come forza di governo. Persino lo stile di vita dei leader di questa sinistra ha finito per indignare i loro vecchi sostenitori: uomini di potere fatti e finiti, con amicizie nel mondo della finanza e consulenti di immagine, senza apprezzabili differenze rispetto ai loro avversari politici. Al loro posto furoreggiano dunque le stelle del populismo di sinistra, partendo dal greco Alexis Tsipras, per arrivare all'olandese Jesse Klaver, che in Olanda ha portato i Verdi vicini al 10%. E per finire con il capolavoro francese: un centro-sinistra moderato, europeista ma senza partito che condurrà il ballottaggio con Macron e una sinistra più radicale ed euroscettica guidata Jean-Luc Mélenchon, che alcuni avevano addirittura pronosticato sarebbe andato al ballotaggio con la Le Pen (ma si è fermato al 19,6%). Entrambi, Macron e Mélenchon, hanno abbondanotato per tempo il partito socialista, da posizioni opposte. E' questa la nuova sinistra ad avere un popolo di riferimento. Senza le etichette di un tempo, che fanno perdere voti.

Persino lo stile di vita dei leader di questa sinistra ha finito per indignare i loro vecchi sostenitori: uomini di potere fatti e finiti, con amicizie nel mondo della finanza e consulenti di immagine, senza apprezzabili differenze rispetto ai loro avversari politici

La vecchia sinistra è rimasta invece senza popolo e senza identità. E spesso, cadute in disgrazie le icone del passato come Hollande o Tony Blair, sceglie leader considerati troppo utopisti e incapaci di governare. E' su questa doppia debolezza, per esempio, che conta il primo ministro conservatore Theresa May, che ha ottenuto le elezioni anticipate in Gran Bretagna per l'8 giugno, allo scopo di ottenere un mandato pieno per il lungo negoziato della Brexit. I calcoli della May sono basati giocoforza anche sui sondaggi: i Tories sono dati intorno al 45%, i Laburisti guidati da Jeremy Corbyn sono intorno al 25%.

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