Quesiti linguistici

“Nientepopodimenoché” è corretto? Risponde la Crusca

La parola è stata inventata dall’attore romano Mario Riva, conduttore de “Il Musichiere” negli anni Cinquanta, che la usava per presentare i suoi ospiti

Mario Riva

Mario Riva

1 Luglio Lug 2017 0830 01 luglio 2017 1 Luglio 2017 - 08:30

Tratto dall’Accademia della Crusca

Nientepopodimeno costituisce la forma univerbata della locuzione niente po’ po’ di meno, che ha il significato di ‘addirittura’ e può essere usata assolutamente come semplice esclamazione, ma che più spesso, per lo più seguita da che, introduce un elemento della frase mettendolo in particolare rilievo. La base è, ovviamente, costituita dalle locuzioni niente meno o niente di meno (entrambe già presenti in italiano antico; oggi vengono per lo più univerbate), al cui interno si è inserito un po’ (forma apocopata di poco) opportunamente reiterato. Del resto, come segnala il GRADIT, anche po’ po’ (in funzione nominale) può assumere, antifrasticamente, un valore enfatico (con quel po’ po’ di fortuna che ti trovi, vincerai senz’altro tu, ecc.). Nel Vocabolario Treccani si legge che, raddoppiato, po’ “indica, con tono di meraviglia o con enfasi, quantità o misura notevole: guarda che po’ po’ di sudiciume!; hai sentito che po’ po’ di sfacciataggine?”, mentre il GDLI, s.v. poco, segnala che “iterato nella forma tronca po’” si usa “con riferimento a una quantità o a una durata alquanto consistente” (gli esempi probanti, sul piano sintattico e semantico, risalgono alla fine dell’Ottocento). Questa possibilità non si ha, almeno nell’italiano moderno, con poco: dunque la forma niente poco di meno, segnalata da un lettore, sarà un occasionalismo, prodotto in una delle aree del Paese dove la forma ridotta po’ per poco non è di uso comune.

Il GRADIT qualifica giustamente il lemma nientepopodimeno come scherz[oso] e lo data al 1958 (datazione confermata in altri dizionari). In effetti, in questo caso possiamo dire con certezza chi e quando ha inventato la parola: si tratta dell’attore romano Mario Riva, che, alla fine degli anni Cinquanta, presentava (oggi si direbbe conduceva) un programma televisivo (a metà tra il quiz e il varietà) che ebbe uno straordinario successo: Il Musichiere (90 puntate tra il 1958 e il 1960). Mario Riva usava la formula niente po’ po’ di meno (che) per presentare ospiti di particolare prestigio. E ce ne furono moltissimi: attori americani di passaggio in Italia con cui l’attore dialogava in un improbabile ma divertentissimo italo-inglese (o meglio angloromanesco), cantanti lirici, sportivi come Bartali e Coppi (che duettarono sulle note della canzone Come pioveva!, ecc.).

Al contrario di tante parole ed espressioni nate alla tv che hanno avuto un effimero successo, questo niente po’ po’ di meno (che), forse anche per il suo carattere non “lessicale”, ma “grammaticale”, anzi relativo a un settore particolare della lingua come quello della testualità (si può infatti classificare tra i focalizzatori o le cosiddette particelle modali), è sopravvissuto al suo inventore: Mario Riva infatti scomparve prematuramente nel 1960, in seguito alle ferite riportate dopo una caduta, mentre stava presentando uno spettacolo all’arena di Verona (e l’Italia ne rimase profondamente commossa); nientepopodimeno è entrato nell’italiano comune (così lo classifica il GRADIT) e solo coloro che hanno più di sessant’anni (come il sottoscritto, ahimè!) ricordano chi è stato il suo “inventore”.

La nascita televisiva e quindi l’utilizzo prevalentemente orale (oltre che scherzoso) dell’espressione rendono il suo reperimento nello scritto difficile (ma gli esempi non mancano, anche in testi editi dopo il 2000). In ogni caso, sono accettabili tanto la grafia analitica niente po’ po’ di meno quanto quella univerbata, di cui propongo un esempio letterario (tratto dal PTLLIN): “Persone che non l’avevano mai salutata, o l'avevano salutata così tanto per salutarla, la riverivano, le cedevano il passo. Nientepopodimeno il capitano della milizia, uomo austero e che si recava in federazione senza mai ridere, le andò incontro (Domenico Rea, Ninfa plebea, 1993). Sarebbe accettabile, sebbene più rara, anche la grafia nientepopodimenoché (in alternativa a nientepopodimeno che), ma richiede l’accento sulla é finale (diversamente dal titolo di una trasmissione televisiva del 2001, che presentava l’univerbazione ma non l’accento grafico).

Nel caso del semplice po’ po’, invece, è consigliabile la grafia separata, con i due po seguiti dall’apostrofo, come in questo esempio, tratto dallo stesso romanzo di Rea sopra citato: “Nel sentir questo po’ po’ di roba Catuccio tremava come una canna al vento”. La grafia popò è meno appropriata, anche perché viene a collidere con quella che si usa per rendere una voce propria o comunque originaria del linguaggio infantile, che indica il sederino o le feci del bambino (sei caduto e ti sei fatto male al popò!; fare la popò, così come fare la pipì). È vero che qualche esempio scritto di popò in questo senso si trova, come il seguente, tratto ancora dal PTLLIN: “poi, vedete come va a finire, pensate a Piazzale Loreto e a quel popò che è successo in una città come Milano in quei giorni” (Raffaele La Capria, Ferito a morte, 1961); il passo è registrato anche nel GDLI, ma con la grafia popo', con l'apostrofo invece dell'accento, e si direbbe che proprio in base a questa isolata attestazione, il dizionario abbia inserito nel lemmario popo'.

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