Processo alla Flat Tax: diagnosi giusta, ricetta sbagliata

L'Italia è il paese europeo che passa più tempo a occuparsi di tassazioni, ma nessuno ne parla. Le radici dei problemi riguardo tassazioni e fisco partono da elementi che pochi prendono in considerazioni.

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19 Luglio Lug 2017 1140 19 luglio 2017 19 Luglio 2017 - 11:40
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«Tra i Paesi che hanno adottato la Flat Tax non c’è nessuno dei grandi Paesi occidentali». Nicola Rossi e l’Istituto Bruno Leoni hanno l’onestà intellettuale di ammettere subito qual è l’obiezione più naturale a proposte che, come quella che formulano, ruotano attorno all’idea di introdurre un’aliquota unica per tutti i redditi delle persone fisiche. E, tuttavia, nulla esclude che sia l’intero Occidente ad aver, finora, sbagliato. Che l’Arabia Saudita e la Russia abbiano ragione a tassare tutti in maniera proporzionale e che sia possibile realizzare proprio in Italia ciò che non è neppure nei programmi di Donald Trump.

Il limite più grosso della proposta di Nicola Rossi, semmai, è che unisce frettolosamente almeno quattro battaglie epiche. Più precisamente, la riforma del fisco, la riduzione della spesa pubblica, la risposta alla richiesta di un sussidio universale per chi è in una situazione di povertà e la riforma del welfare. Quattro battaglie giuste ma che messe insieme rischiano di diventare velleitarie.

Nessun Paese occidentale ha, dunque, mai, interamente accettato la proposta più radicale dei monetaristi che furono consiglieri di Reagan e della Thatcher. A partire da quel Milton Friedman che diede all’idea della semplificazione del sistema fiscale la dimensione morale che questo argomento merita. Certo ci sono Paesi, anche europei, che adottano un sistema di tassazione “piatta”. Ma buona parte di essi sono le nazioni – dalla Russia alla Bulgaria – che per mezzo secolo non avevano, neppure, conosciuto la nozione della proprietà privata.

Nessun Paese occidentale ha mai interamente accettato la proposta più radicale dei monetaristi che furono consiglieri di Reagan e della Thatcher

E, tuttavia, la proposta della “flat tax” ha il merito di evocare uno dei più problemi più grossi e meno discussi dell’Italia.

Pochi lo sanno ma tra tante classifiche economiche che ci vedono agli ultimi posti, quella che più ci bastona è sul livello di complicazione del sistema fiscale. Nel 2017 siamo, secondo la Banca Mondiale, al 126esimo posto: subito prima della Repubblica Domenicana e dopo il Kenya; lontani dal penultimo Paese dell’Unione Europea (la Bulgaria che naviga attorno all’ottantesima posizione) e ancora di più da quella Grecia, la cui crisi è stata, in parte, spiegata dall’assoluta inefficienza del suo sistema di accertamento e riscossione. Siamo penalizzati – prima ancora che per il livello della tassazione (elevato ma ci sono, comunque, almeno sei Paesi in Europa dove la pressione fiscale è più elevata) o per la sua pessima distribuzione tra percettori di rendita e chi lavora – per il numero esorbitante di adempimenti e per il tempo che dobbiamo spendere a farlo: paghiamo le tasse quattordici volte l’anno e un imprenditore passa, mediamente, 240 ore all’anno con il proprio commercialista. Una complicazione che, ovviamente, è la migliore possibile alleata dell’evasione fiscale; ed è figlia di mille pressioni di lobby scomposte che hanno reso il sistema fiscale profondamente iniquo. Al punto che fa sorridere chi si oppone a proposte come quella di Nicola Rossi aggrappandosi ad una Costituzione che chiede che le tasse siano pagate in ragione della loro “capacità contributiva” e “secondo criteri di progressività”.

Ha ragione, dunque, chi chiede una fortissima semplificazione del fisco. Tuttavia, non è necessaria un’unica aliquota per rendere più civili i rapporti tra fisco e cittadino, questo sì necessario se volessimo sopravvivere. Tra i Paesi dove il Fisco non è percepito come un nemico ci sono Paesi europei con aliquote multiple e progressive. Con una differenza, però rispetto all’Italia: c’è certezza nei rapporti tra lo Stato e i cittadini ed essa è considerata un elemento minimo per dare dignità al cittadino e legittimità allo Stato. Nel caos, invece, il suddito prova a sottrarsi al proprio dovere e la stessa burocrazia fa errori. Laddove, forse, una proposta più modesta ma sicuramente efficace sarebbe quella di far corrispondere all’aggio che compensa lo Stato che riscuote un credito a cui ha diritto, una compensazione – di uguale misura ma direzione contraria – al contribuente nel caso in cui sia lui ad avere ragione.

E, invece, oltre alla proposta di avere un’aliquota unica, la proposta di Rossi introduce anche l’idea di un contributo automatico per chi si trova in condizione di bisogno (una tassa negativa) e l’ipotesi di una revisione della spesa pubblica, finalmente, seria. Tutte ipotesi giuste ma che rischiano di mettere troppa carne a cuocere. Di aprire troppi fronti senza chiarire i dettagli. E disperdere il già sottile capitale politico di chi vuole rendere questo Paese normale. Rendendo vulnerabile una proposta politica che, forse, però, voleva solo essere una provocazione.

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