Elenco minimo di situazioni dalle quali sono passata nell’ultima settimana, di esponenti del paese reale (no quegli stronzi dei miei amici) con cui ho parlato, dei temi che essi hanno sollevato considerandoli in qualche misura rilevanti.
Sono a un tavolino di un bar di Firenze. I camerieri parlano dei turisti, e noialtre stronze al tavolo ci chiediamo: come abbiamo costruito delle città la cui economia dipende in così larga misura dai turisti e che i turisti rendono così invivibili per i residenti? Se odi quelli che ti danno da mangiare, come se ne esce?
Sono da un parrucchiere a Bologna. Quello che mi asciuga i capelli mi mostra incredulo un video in cui una tizia, che scopro essere assessore, dice che il problema dei graffiti sui muri è che i ricchi proprietari dei palazzi non li fanno ripulire. Il parrucchiere ha i capelli verdi, ed è più incredulo di me che all’amministrazione locale non venga in mente che il problema è chi scempia, non chi non si sbriga a ripulire.
Sono a un tavolo d’un ristorante di Ragusa. I residenti parlano del ponte sullo stretto, qualcuno racconta una barzelletta secondo cui un ponte che unisca la Sicilia all’Italia sì, ma uno che unisca la Sicilia alla Calabria è inaccettabile, finché parte l’elenco delle priorità. Sì però ad andare all’aeroporto di Catania ci si mettono due ore perché ci sono da chissà quanto i lavori che restringono l’autostrada a una corsia. Sì però qui non funziona l’aria condizionata. Sì però in albergo non funziona il wifi.
Sono in macchina a Bologna. L’autista mi dice che il giorno dopo sciopereranno gli autobus. Un passeggero esasperato da non so bene cosa è salito a bordo e ha morso l’orecchio all’autista. Ah, scioperano contro i morsi?
Questa è una di quelle circostanze in cui in genere gli autisti – gli esponenti del paese reale con cui più di frequente interagisco – borbottano qualcosa sugli immigrati, e io dico che il problema non è lo spostamento da un paese a un altro, ma il sovraffollamento complessivo: siamo otto miliardi, sullo stesso pianeta sul quale non trecento anni fa, ma quando io andavo a scuola, eravamo quattro miliardi. Per forza ci diamo fastidio, ma continuate pure a dire che bisogna fare più figli così possono pagarvi la pensione fino a centotré anni.
Stavolta non finiamo a parlare d’immigrati perché i giornali, che ormai se qualcuno coinvolto in un caso di cronaca nera è straniero omettono l’informazione per il terrore che poi i picchiatelli social diano loro dei razzisti, specificano sette volte in ogni articolo che il Mike Tyson di piazza Minghetti è italiano. Quindi non di immigrazione parliamo, ma dei matti che sempre più numerosi affollano le città.
Eccetera. Ho avuto, per ampliare l’elenco ma lasciandolo comunque incompleto per non dilungarmi, anche conversazioni su: che truffa sia il congelamento degli ovuli in cui le trentenni investono stipendi; se abbia fatto più danni la riforma dell’università, la regionalizzazione della sanità, la legge sull’autocertificazione (la tavolata non ha raggiunto un accordo, il personale del ristorante neppure, però avevano aneddoti strepitosi sugli effetti della regionalizzazione della sanità); come sia possibile che passiamo il tempo a differenziare e chiunque non viva a Milano vive comunque in posti pieni di spazzatura.
Poi ci sono quegli stronzi dei miei amici, quegli orrendi privilegiati, quel ceto medio con complesso al contempo di superiorità e d’inferiorità, quel paese irreale con le case al mare e le opinioni sui romanzi e come principale problema il fatto che la granita di gelso sia finita.
Ho avuto diverse conversazioni anche con loro, naturalmente, e anche qui possiamo stilare un piccolo elenco, tutto fatto di temi di cui probabilmente parla una minoranza della popolazione.
Temi che vanno da come è cambiato il commercio dei libri da quando Romano Montroni, morto la settimana scorsa, era a capo delle librerie Feltrinelli, al timore che si finisca, come in certi posti in California, coi taxi guidati dall’intelligenza artificiale, e insomma io non mi fido di stare su un veicolo guidato da un umano e non pensi anche tu che la robottizzazione del mondo porterà solo guai?
Discorsi che vanno dalla transessualità come trucco per aggirare la legge sulla fecondazione assistita – se invece che due lesbiche siete una rimasta ufficialmente donna e una che s’è fatta cambiare i documenti facendocisi scrivere che è uomo senza bisogno di scempiarsi con ormoni o chirurgia, tanto ormai si può, allora avete diritto alla vostra brava fecondazione senza espatrio – all’impossibilità di sapere le cose che bisogna sapere una volta venuta meno l’istituzione che erano i giornali: come faccio a essere sicura di non essermi persa niente, magari c’è una notizia importantissima che gira in un angolo d’algoritmo che non vedo.
Sapete di cosa non mi ha parlato nessuno in una settimana, ma neanche in un mese, ma neanche in un anno, ma proprio in questo secolo? Sapete di cosa non si parla in nessuna conversazione, a tavola o al telefono, tra intellettuali o tra analfabeti (due insiemi con un’ampia intersezione), in spiaggia e in libreria, tra elettori d’una parte politica o dell’altra (di nuovo: insiemi con intersezione non certo vuota) – sapete di cosa, nel mondo fuori dai social, non parla nessuno?
Di fascismo e antifascismo, l’ossessione più imbecille a sinistra e a destra, ma una destra e una sinistra che esistono solo in quella camera dell’eco che sono ormai i giornali (vabbè, insomma: quel che ne resta) e quella parte di social non abitata da gente che passa di lì, scrolla due cose, mette like ai matrimoni degli amici e alle cresime dei nipoti e poi torna alla propria vita, no, non nei social dei normodotati: in quella parte abitata da un’umanità abbastanza stolida e psicotica da pensare di cambiare il mondo dal telefono, di influire sulla qualità della vita pubblica spolliciando.
Solo lì, in quei posti che dopo vent’anni ancora non avete imparato a frequentare non con la sovreccitazione dei bambini cui hanno dato troppi zuccheri, solo lì, nel 2026, ci si accanisce a considerare importantissima la posizione che qualcuno tiene o non tiene rispetto a una dittatura di cent’anni prima. Lì, e su giornali che ormai da Vongola75 e Brocco81 si fanno dettare la linea, tentando disperatamente d’esistere.
Persino i taxi guidati dall’intelligenza artificiale sono considerati un tema cogente da una parte della popolazione maggiore di quella che considera fascismo e antifascismo temi di attualità.
Sei abbastanza privo di senso del ridicolo da fare il saluto romano? Non ne sono lieta, il senso del ridicolo mi pare importante, ma non ce l’ha più nessuno, se ce l’avessero non si tatuerebbero o non s’accenderebbero la telecamera del telefono in faccia; mi sembra però più importante sapere come intendi risolvere il fatto che un ospedale di Roma non veda il fascicolo sanitario d’un paziente residente a Milano, o il fatto che i ragazzini escano da scuola senza sapere la grammatica, o il fatto che le città siano ormai devastate dal turismo, dai graffiti, dagli ubriachi che pisciano per strada.
Meno rilevanti del fascismo e dell’antifascismo ci sono solo le fiere di libri, un’altra nicchia che interessa solo a gente priva di vita interiore e pure di vita esteriore, e potevano i social in questi giorni essere monopolizzati da altro che dall’intersezione tra queste due psicosi, il fascismo e le fiere di libri? Non potevano, perché se c’è una scemenza nascosta in un angolo i social si precipiteranno a scovarla e renderla centrale nelle loro vuote giornate, e quindi eccoli lì, politici adeguati ai social, intellettuali adeguati ai social, dibattito al ribasso che parla solo e sempre di cose di cui non importa a nessuno se non ai dibattenti.
Quand’ero giovane andava di moda dire che non bisognava abbassare il livello perché, abbassandolo acciocché nessuno si sentisse escluso, si finiva per fare il “Maurizio Costanzo Show”. Non c’è giorno che non ci pensi e che non senta di dover chiedere postumamente scusa a Costanzo, adesso che, in confronto al dibattito pubblico di veementi stronzate da cui siamo quotidianamente afflitti, un programma che aveva sì i suoi bravi casi umani, ma pure Carmelo Bene e Valerio Mastandrea, sembra Bloomsbury. Adesso che quell’epoca lì pare il secolo dei lumi, in confronto a questi invasati noiosissimi e perentori.