Tutte le balle sull’acqua pubblica

Non è vero che gli investimenti si sono fermati. Non è vero che le perdite sono il primo problema dei servizi idrici. Non è neanche vero che il referendum sia stato nefasto. Anzi: il compromesso che ne è uscito ha reso l’Italia un Paese normale

Acquedotto 1

FREDERIC J. BROWN / AFP

FREDERIC J. BROWN / AFP

26 Luglio Lug 2017 0822 26 luglio 2017 26 Luglio 2017 - 08:22
WebSim News

Nei giorni scorsi si è letto di tutto e di più sui servizi idrici in Italia, dopo la decisione della Regione Lazio di interrompere i prelievi di acqua dal lago di Bracciano e la conseguente prospettiva di cominciare a razionare l’acqua a Roma. Si è gridato, a seconda di dove si voleva portare il discorso, ai disastri delle privatizzazioni o ai disastri delle gestioni pubbliche, senza prendersi la briga di fare verifiche.

Il dato di partenza, non contestato da nessuno, è quello delle perdite stimate di acqua dalle condotte, che a livello nazionale sarebbero pari al 39% del totale, dato contenuto in una scheda di Utilitalia. La stessa associazione datoriale del settore spiega però le difficoltà della stima: la maggior parte del territorio italiano non ha ancora un sistema adeguato di misurazione e molto spesso le amministrazioni comunali si limitano a dividere la spesa della bolletta in base ai metri quadri. Non a caso nelle oltre 50 pagine che l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici dedica alla qualità dell’acqua in Italia nelle relazioni annuali, il dato sulle perdite non c’è. Le cifre più ufficiali sono quelle dell’Istat, che parla di perdite reali nei capoluoghi di provincia pari al 35,1% nel 2015. Le perdite totali, ossia quelle che considerano anche allacci abusivi ed errori, arrivano al 38,2%. È un dato in salita rispetto al 35,6% nel 2012, a conferma dello stato di disagio in cui versa l’infrastruttura idrica. Una conferma viene da altri dati Istat, che considerano le rilevazioni dei soli capoluoghi di regione. Anche in questo caso si può vedere un peggioramento nei numeri: 32% di perdite totali nel 2008, 33% nel 2012 e 37,5% nel 2015.

Appurato che le perdite sono elevate e che la situazione è peggiorata, è però il caso di verificare una serie di altre affermazioni che sono state affermate in questi giorni. Spesso vero bufale. Vediamole, tralasciando il caso specifico di Roma e allargando lo sguardo a tutta Italia.

“Gli investimenti si sono fermati”

Siamo all’anno zero degli investimenti nei servizi idrici? Lo si è letto molto spesso. La risposta più corretta è: lo siamo stati nel 2012. Già nel 2015 gli investimenti pianificati erano saliti del 55%, cifra che è destinata a salire tra il 2016 e il 2019. Un po’ di dati. Nel 2012 gli la spesa per investimenti (al netto degli interventi pubblici) è stata di 961 milioni di euro. Nel 2015 erano saliti a 1,49 miliardi. Tra il 2016 e il 2019 gli investimenti saranno pari a 7,8 miliardi di euro, considerando solo quelli che si pagano con le tariffe. Se si conta anche l’intervento pubblico, la cifra sale a 9,9 miliardi di euro. Si tratta di circa 2,5 miliardi all’anno, media tra i 2,2 miliardi del 2016 e i 2,6 programmati per il 2018 e 2019. Lo riepilogano i dati dell’Aeegsi e della società di ricerche Ref.

Figura 1. Investimenti complessivi pianificati per il quadriennio 2016-2019. Fabbisogno di investimenti pianificato in M€

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

In termini di spesa pro-capite nel 2016-2019 saremo poco sopra i 50 euro di investimenti. Ancora molto sotto gli 80 euro a testa che sarebbero necessari per adeguarci alle media europea, ma in risalita. Come si legge nel Blue Book 2017 di Utilitalia, nel periodo 2014-2017, gli investimenti pianificati pro-capite sono stati di 32 euro all’anno, che salgono a 41 euro tenendo conto anche della quota di finanziamenti pubblici e contributi. Ma è una media che comprende anche il misero dato di 14 euro a testa investiti al Sud.

Figura 2. L’andamento degli investimenti nel settore idrico 2008-2019 (investimenti pro capite euro/abitante/anno)

*Investimenti programmati in media annua Fonte: elaborazioni Laboratorio REF Ricerche su dati gestori, AEEGSI, ripresi da Lavoce.info

Gli investimenti dopo il picco negativo del 2012 sono raddoppiati

“Non è cambiato niente rispetto a prima del referendum”

Una delle frasi più lette, in questi giorni, è che nulla sarebbe cambiato rispetto alla legge pre-referendum, con la possibilità per i privati di continuare a intascarsi le rendite senza investire. In realtà, guardando il già citato metodo tariffario dell’Authority, si percepisce la differenza. La legge che il referendum ha abolito prevedeva una “adeguata remunerazione del capitale”. Quello che gli elettori hanno bocciato era un sistema che avrebbe assegnato agli operatori rendimenti alti (pari al 7%), senza il filtro di un’autorità indipendente. Il voto popolare si spingeva anche oltre, prevedendo di fatto l’impossibilità di remunerare gli investimenti. Ciò avrebbe comportato l’uscita dei privati e un ritorno alle gestioni pubbliche, molto oneroso per le finanze dello Stato o degli enti locali. La soluzione preferita dai governi italiani fu di estendere i poteri dell’Autorità dell’energia e il gas anche al servizio idrico e di assegnare alla nuova authority il potere di determinare la tariffa. Per arrivare a fissarla è stato creato un algoritmo la cui spiegazione occupa una sessantina di pagine. Il succo è che bisogna trovare un compromesso tra la necessità di incentivare gli investimenti e tutelare i consumatori. Il tasso di remunerazione del capitale nel settore idrico, per il periodo 2016-2019 è attorno al 5 per cento. Le tariffe, intanto, nel 2016 sono aumentate del 4,6%, nel 2017 saliranno del 3,6%, nel 2018 del 2,4% e nel 2019 dell’1,2 per cento.

Come ha riassunto un articolo di Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore dell’8 luglio, c’è un passaggio cruciale del nuovo sistema: una quota dell’aumento tariffario maggiormente legata alla spesa per investimenti scatta solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata e non - come era con il precedente sistema - sulla base di piani di investimento. «Questa è anche la ragione dell’impennata degli investimenti - scrive Santilli -, oltre al fatto che la stabilizzazione del quadro normativo e regolatorio ha ricreato un afflusso di finanziamenti che si era interrotto nei primi anni del decennio».

Verificare che gli investimenti siano effettivamente realizzati è cruciale perché, spiega l’Aeegsi nell’ultima relazione annuale, dalle verifiche è emerso «uno scostamento tra la spesa effettiva per investimenti e il fabbisogno pianificato, portando a quantificare un tasso di realizzazione degli interventi programmati pari all’81,5% nel 2014 e al 78,2% nel 2015.

Molto altro c’è da migliorare, come introdurre un sistema di costi standard e come aumentare la quota degli introiti da tariffa destinati agli investimenti. Oggi è pari solo al 20,1 in media, ma al Sud la quota scende drammaticamente al 9,8 per cento (dati riferiti al 2015, Blue Book 2017, Utilitalia).

Nulla è cambiato rispetto alla legge abrogata dal referendum? Non è vero, perché un sistema di remunerazione fissa è stata sostituita da un sistema calcolato dall’Autorità. Che prevede, tra le altre cose, che una parte dell’aumento scatti solo se la spesa è effettivamente realizzata e contabilizzata

“Il referendum è stato tradito”

Se l’intento del referendum, rendendo impossibile la remunerazione del capitale (al di là della remunerazione precedentemente definita “adeguata”), era di portare a una nazionalizzazione (o comunque ripublicizzazione) dei servizi idrici, sicuramente si può parlare di una promessa tradita. Se però ci si attiene al piano giuridico, una sentenza del Consiglio di Stato della fine di maggio 2017 ha stabilito che il nuovo metodo tariffario messo a punto dall’Autorità per l’energia, il gas e i servizi idrici, risponde allo spirito referendario del 2011. A essere sancito è stato il fatto che la nuova tariffa non riproduce la precedente formula di una “adeguata remunerazione del capitale investito” ma si basa sul concetto di “copertura integrale dei costi” (full cost recovery). Con la sentenza è stata messa la parola fine a una serie di ricorsi che erano partiti subito dopo l’assegnazione delle competenze all’Aeegsi.

Il motivo, come hanno ricordato Donato Berardi e Samir Traini su Lavoce.info, è che la nuova tariffa sostituisce la remunerazione fissa e garantita con un costo finanziario standard che dipende dai tassi di mercato pagati da attività prive di rischio e da un premio per la rischiosità specifica degli investimenti. «La sentenza del Consiglio di Stato chiarisce che la regolamentazione indipendente è strumento di tutela degli utenti - sottolineano gli autori -. E che gli investimenti, laddove coerenti con il fabbisogno ed efficienti, vanno fatti nell’interesse delle generazioni future». Il referendum, dunque, un effetto benefico lo ha avuto, evitando che fosse reso legale una “cattura“ del bene pubblico da parte dei privati senza adeguate contropartite.

“Le perdite sono il primo problema dei servizi idrici”

Il dibattito dei giorni passati ha poi posto in evidenza solo le perdite degli acquedotti, facendo intendere che quello sia il principale problema dei servizi idrici italiani. Leggendo la relazione dell’Aeegsi viene però fuori dell’altro: tra le dieci criticità in termini di investimenti programmati, la voce “inadeguatezza delle condizioni fisiche di distribuzione” arriva solo al quarto posto. Perché? Perché la grande emergenza italiana è quella della depurazione. Le prime tre voci sono appunto l’inadeguatezza degli impianti di depurazione, la mancanza parziale o totale delle reti fognarie e l’insufficienza o assenza di trattamenti depurativi. Come ha ricordato Corrado Clini su Linkiesta, l’Italia non ha solo tre procedure di infrazione aperte dall’Unione europea, sul tema della depurazione. Ma ha anche un utilizzo troppo limitato del riuso di acque reflue. Quanto all’inquinamento sulle coste derivante dai problemi di depurazione, i gravi danni subiti dalle spiagge abruzzesi lo scorso anno sono molto esemplificativi della necessità di interventi.

Figura 3. Criticità che evidenziano il maggiore fabbisogno di investimenti

Fonte: Aeegsi, Relazione annuale 2017

L’Autorità per l’energia elettrica, il gas e i servizi idrici è stata chiara: la vera emergenza non sono gli acquedotti ma i depuratori

“Andrà sempre peggio”

Siamo quindi condannati a vedere peggiorare la situazione dei servizi idrici italiani? Vedremo se gli investimenti incrementati invertiranno la tendenza delle perdite nelle tubature. Il procedere dei cambiamenti climatici, però, deve farci cambiare strategia. Con le precipatazioni che si fanno più rare e violente e con la riduzione preoccupante dei ghiacciai, si tratterà di fare grandi investimenti per raccogliere l’acqua con metodi alternativi. L’appello del presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, è stato chiaro: occorre potenziare, ha spiegato, la rete di invasi sui territori, creando bacini aziendali e utilizzando anche le ex cave e le casse di espansione dei fiumi per raccogliere l’acqua piovana. Si tratterà anche, come giustamente è stato ricordato, di evitare gli sprechi in agricoltura (dove finisce il 51% dell’acqua), attraverso tecniche di irrigazione e coltivazione più sostenibili, ma anche in campo industriale e domestico.

L’acqua deve essere gestita dal pubblico? «Bisogna farsi una domanda: se non fossi nato e non sapessi quale sarà il mio ruolo nella società, in che tipo di società vorrei vivere? Alla fine, vorrei vivere in una società in cui l’acqua è usata in modo efficiente ed è disponibile per le persone che ne hanno davvero bisogno. Questo è un obiettivo. Gli strumenti possono essere però diversi»

Jean Tirole, premio Nobel per l’Economia, autore del libro “Economia del bene comune”, Mondadori 2017

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