Atac, per fermare il disastro romano serve il referendum

La crisi dell’azienda di trasporti romana è solo l’occasione per un’ennesima zuffa tra parti politiche. Con il referendum i protagonisti sarebbero costretti a mettere le carte in tavola. E far vedere le soluzioni che hanno (se ne hanno) sulla questione Atac. Firmate, firmate, firmate

Autobus romano al Campidoglio
31 Luglio Lug 2017 0740 31 luglio 2017 31 Luglio 2017 - 07:40

Virginia Raggi querelerà Matteo Renzi, Enrico Stefàno querelerà il dg di Atac Bruno Rota, e avremo un altro teatrino romano che si sposta dal Campidoglio alla Procura, esattamente come successe ai tempi di Ignazio Marino (Panda rossa, scontrini) e di Gianni Alemanno (emergenza neve, parentopoli) perchè qui nell'Urbe la lotta politica si fa così: a suon di chiacchiere e, ovviamente, di post su Facebook e di tweet scagliati come fiondate sull'avversario che si traducono prima in contese legali, poi in polverone e infine si dissolvono in vapore acqueo.
Eppure ci sarebbe l'opportunità di trasformare questa lite delle comari sul trasporto cittadino in un dibattito pubblico vero, che impegni la città e non solo i pubblici ministeri: la raccolta di firme dei radicali romani di Riccardo Magi per il referendum sull'Atac, al quale mancano qualche migliaio di firme entro il 9 agosto per diventare realtà.

Il quesito referendario chiede di mettere a bando nel 2019, quando l'attuale convenzione andrà a scadenza, il servizio del trasporto pubblico a Roma. Ma i contenuti specifici non sono poi così importanti. Se indetta, la consultazione obbligherebbe tutte le parti in causa – maggioranza grillina e opposizioni di centro, di destra e di sinistra, sindacati, associazioni – ad affrontarsi in una campagna elettorale, ad esprimere un giudizio articolato su Atac, a prendere una posizione che si discosti da una zuffa di cortile, a uscire dalla Sindrome dei Cesaroni e del vanaglorioso “t'aspetto fuori” che è da tempo la condanna a morte della politica romana.
Qualcuno sarebbe obbligato a convincere gli elettori che la convenzione Atac va benissimo, e dovrebbe snocciolare dati, cifre, impegni per il prossimo quinquennio. Qualcun altro potrebbe chiedere conto di dettagli da brivido – un milione di corse soppresse ogni anno; 7,40 euro a Km di contributi pubblici contro i 2,40 della media nazionale; assenteismo al 12,72 per cento contro il 6.18 di Napoli – e avere una risposta: questi numeri sono una leggenda metropolitana o sono veri?

Il quesito referendario chiede di mettere a bando nel 2019, quando l'attuale convenzione andrà a scadenza, il servizio del trasporto pubblico a Roma. La consultazione obbligherebbe tutte le parti in causa ad affrontarsi in una campagna elettorale, ad esprimere un giudizio articolato su Atac, a prendere una posizione che si discosti da una zuffa di cortile

Insomma, il referendum aiuterebbe la città a prendere coscienza di se stessa e dei suoi problemi, e la politica a capire che si è passato ogni limite nell'imbogliare i cittadini. Restituirebbe la parola ai romani, dopo un anno di governo M5S che ha deluso moltissimi.
Eppure i partiti nicchiano. Non si muovono. Nel Pd il segretario cittadino Andrea Casu ha preferito tirare la palla in tribuna: «Serve un grande dibattito pubblico tra i cittadini, ma il tema oggi non è dividerci tra il sì e il no bensì sul modello di trasporto pubblico locale che vogliamo realizzare per Roma». Vabbè. Fratelli d'Italia ha rimosso il problema senza nemmeno una dichiarazione. Alfio Marchini, il campione liberal dell'ultima campagna elettorale, è semplicemente sparito. Ci sono, certo, alcune eccezioni: Roberto Giachetti, Walter Tocci e Marco Causi del Pd sono tra i referendari della prima ora; Alessandro Onorato della Lista Marchini ha firmato e invitato a firmare. Ha firmato anche un ministro, il titolare dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. Troppo pochi, però, per dissipare l'idea che all'opposizione romana e ai vertici nazionali dei partiti, in fondo, lo statu quo in Campidoglio vada benissimo, perché è meglio avere una stremata Virginia Raggi come comodo bersaglio che affrontare i rischi di un affondo e di una sfida politica vera.

Nell'antico dizionario del maoismo questo tipo di avversari grossi e pericolosi solo in apparenza si chiamavano Tigri di Carta, qualcosa che da noi si potrebbe tradurre come “tutto fumo e niente arrosto”. E a guardar bene, tra le dinamiche malate del Campidoglio c'è soprattutto questa: la tendenza delle minoranze consiliari a ruggire molto e fare poco, tributo all'essenza consociativa del potere romano che da sempre si regge sulla assenza di conflitto da parte delle opposizioni tanto quanto sulla forza delle maggioranze. Vedremo.
Se il referendum raccogliesse le firme necessarie, le Tigri di Carta locali e nazionali sarebbero costrette a mostrare la loro vera natura, a dirci se sono pecorelle travestite o felini da combattimento: anche per questo, credo, preferirebbero un po' tutti che la raccolta firme fosse insabbiata dall'estate, e che su Atac si continuasse a litigare su Fb e in tribunale, dove non si fa male nessuno.

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