Banche-Stato: l’incesto continua (e senza Draghi e il Qe saranno guai)

Dopo la discesa di maggio e giugno, a luglio i Btp detenuti dalle banche italiane hanno ripreso a salire. È bastato che la prospettiva della fine del Qe si allontanasse un poco. Ma Draghi alla Bce è quasi in scadenza e in Germania al governo stanno per entrare i liberali di Fdp

Draghi Padoan

Mario Draghi, a sinistra, e Pier Carlo Padoan, a un vertice dell’Ecofin del 2014 a Bruxelles

GEORGES GOBET / AFP

4 Ottobre Ott 2017 0740 04 ottobre 2017 4 Ottobre 2017 - 07:40
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C’è chi lo definisce un cane che si morde la coda, chi un rapporto incestuoso. È l’esposizione delle banche italiane al debito pubblico, che dalla crisi del 2011 è continua a salire: un abbraccio pericoloso perché ha sì generato vantaggi sia per gli istituti che per lo Stato, ma ha anche aumentato anche i rischi sistemici in caso di nuove crisi. Il picco è stato raggiunto nel giugno 2016, poi è cominciata una lenta discesa. Questa riduzione, tuttavia, va ancora incontro a degli stop, come mostrano gli ultimi dati sullo stock di Btp detenuti dalle banche italiane: a luglio c‘è stata una risalita di 5 miliardi di euro, dopo che nel maggio e giugno si era assistito a un calo notevole, 9,4 miliardi a maggio e 20 miliardi a giugno.

Il fatto che questo stock rimanga alto (370 miliardi) fa sì che, con la fine del Quantitative easing che si avvicina, e quindi con un compratore sicuro come la Bce che verrà meno, le banche si ritroverebbero sotto pressione davanti a un possibile incremento dello spread. Aumento che arriverebbe sia per motivi puramente economici sia per l’incertezza politica che si potrebbe produrre nel 2018, sia in Italia (vedi elezioni dal vincitore incerto) che in Europa (vedi il caso Catalogna) che nel mondo (vedi alla voce Corea del Nord). Dovremmo anche essere consapevoli che le elezioni in Germania segneranno il probabile ingresso dei liberali di Fdp nel governo. Una delle conseguenze è che si potrebbero rendere più rigide le condizionalità chieste in caso di riforme nell’Eurozona. Una delle riforme è la garanzia unica sui depositi (ultima gamba dell’Unione bancaria) e una delle richieste più volte reiterate da parte tedesca (in particolare dal consiglio dei saggi consiglieri economici di Angela Merkel guidato da Lars Feld) è proprio la necessità di mettere un limite all’esposizione delle banche ai titoli di Stato del proprio Paese.

Cominciamo però a capire che cosa sta succedendo. Secondo Angelo Drusiani, esperto in gestioni di Banca Albertini Syz, il calo di maggio e giugno va proprio legato alla possibilità che la fine del Qe fosse vicina. I mercati ne avevano avuto percezione a causa sia delle performance in miglioramento di tutte le economie ma anche per i segnali che parevano arrivare da Mario Draghi, presidente della Bce. Dopo le precisazioni seguite alla conferenza di Sintra (Portogallo) di fine giugno, andate di pari passo al rafforzamento dell’euro, si è capito che la riduzione degli acquisti sarebbe iniziata solo all’inizio del 2018 e sarebbe stata graduale. Inoltre i tassi di interesse dell’eurozona non dovrebbero salire per tutto il 2018. Bisognerà vedere se gli effetti delle elezioni tedesche di settembre segneranno un cambio di clima nei mesi successivi. «La mia previsione è che la quota di Btp detenuta dalle banche italiane lentamente scenderà e questo sarà legato a quello che il mercato e le banche si aspetteranno riguardo alle mosse della Bce», commenta Nicola Borri, assistant professor di Economia alla Luiss di Roma. Secondo Drusiani le ultime mosse vanno interpretate come tendenze temporanee, i Btp sono pronti a essere smobilizzati quando i rendimenti salissero. «Va anche ricordato» aggiunge Drusiani «che prima ancora del rialzo generale dei tassi, avverrà un’altra cosa: ci sarà un’altra persona alla presidenza della Bce, dopo Draghi. «Dipenderà dalle sue scelte, non dimentichiamo il precedente di Trichet», che viene ricordato per le politiche restrittive che mise in atto.

Con la fine del Qe che si avvicina, e quindi con un compratore sicuro come la Bce che verrà meno, le banche si ritroverebbero sotto pressione davanti a un possibile incremento dello spread. Aumento che arriverebbe sia per motivi puramente economici sia per l’incertezza politica che si potrebbe produrre nel 2018: in Italia (elezioni dal vincitore incerto), in Europa (Catalogna) che nel mondo (vedi alla voce Corea del Nord)

«In ogni caso, bisogna tenere presente che quando i tassi di interesse saliranno, il prezzo dei Btp scenderebbe e quindi il loro valore nei bilanci delle banche scenderebbe», aggiunge Borri. Quali sarebbero le conseguenze di questa perdita di valore? La risposta non è immediata e il motivo è che i titoli di Stato sono considerati a rischio zero: vengono conteggiati cioè al loro valore “alla pari” e non al loro valore reale. Pensare che non ci sia alcun effetto sui conti economici delle banche, tuttavia, è illusorio. Spiega Francesco Castelli, responsabile Fixed Income di Banor Capital Ltd, che le conseguenze sarebbero legate alla liquidità che sarebbe concessa dalla Bce in cambio del deposito di titoli presso la Bce come collaterale. In altre parole, diminuendo il prezzo dei Btp (nel caso in cui i rendimenti siano alti, cioè lo spread fosse risalito), scenderebbe la liquidità che arriva dalla banca centrale, la Bce chiederebbe alle banche un rientro parziale dei prestiti. Tale liquidità restante sarebbe da prendere sul mercato, a tassi crescenti. «Al di là di come si mettono nel bilancio, alle banche avere dei Btp che valgono meno fa aumentare il fabbisogno di cassa e il costo del finanziamento». Inoltre «la normativa bancaria non permette più di ignorare il mark-to-market e nel conto economico emergerebbe una perdita».

Insomma, problemi per gli istituti di credito ci sarebbero anche senza arrivare a uno scenario di default greco, in cui salta il valore dei titoli di Stato e con esso le banche. Eppure è proprio alla crisi greca, e in particolare al 2013, che bisogna tornare, perché è proprio da quell’esperienza che ci si rese conto dei rischi concreti di un’eccessiva esposizione delle banche al debito pubblico del Paese di riferimento. Prima del 2013, infatti, fu paradossalmente il meccanismo di finanziamento messo in piedi dalla Bce che portò le banche italiane e spagnole a riempirsi di titoli di Stato. Nel pieno della crisi italiana della fine del 2011, con il governo di Mario Monti già in sella, un altro Mario, Draghi, previde la possibilità di allargare i collateral accettati. Le banche italiane poterono emettere propri bond, metterci sopra la garanzia dello Stato appena prevista dal governo Monti, portarli alla Bce, ottenere in cambio liquidità e con questa comprare Btp. Ciò permise al sistema di non saltare una volta che i compratori esteri cominciarono a fuggire (a partire da Deutsche Bank). Questo portò le banche a fare ottimi affari, con un picco di rendimento del 7%, poi sceso al 5%, a fronte di un rischio limitato dalle garanzie, ricorda Castelli.

Le elezioni in Germania segneranno il probabile ingresso dei liberali di Fdp nel governo. Una delle conseguenze è che si potrebbero rendere più rigide le condizionalità chieste in caso di riforme nell’Eurozona. Una delle riforme è la garanzia unica sui depositi e una delle richieste più volte reiterate da parte tedesca è proprio la necessità di mettere un limite all’esposizione delle banche ai titoli di Stato del proprio Paese

Ora la situazione, naturalmente, è cambiata. I rendimenti del Btp a due anni sono negativi (-0,25%), sebbene non al livello dei bund (-0,75%). Perché ci sono ancora così tanti titoli nei portafogli degli istituti di credito? Le ragioni, spiega Castelli, sono due: ci sono le code di operazioni fatte tra il 2011 e 2013 e non ancora arrivate a scadenza. E ci sono gli obblighi imposti alle banche di mantenere delle riserve liquide superiori a quelle richieste qualche anno fa. Di fatto tali riserve liquide sono i titoli governativi e la scelta, per le banche, è più sul tipo di bond da detenere. Aggiunge il responsabile Fixed Income di Banor Capital che in effetti le principali banche italiane, Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco Bpm, hanno già cambiato la composizione dei portafogli di titoli governativi, riducendo percentualmente i Btp e incrementando i bund tedeschi e i titoli francesi (facendo pesare gli ultimi due circa un quarto ciascuno). Questo sarebbe avvenuto su “consiglio” della Bce, la quale, va ricordato, oggi ha compiti di vigilanza, cioè effettua gli stress test. «Per le banche aver un titolo tedesco significa accettare di avere un rendimento minore dello 0,30-0,40 per cento. Lo accettano in una logica di equilibri con la Bce». D’altra parte, sottolinea, una certa quota di titoli posseduti dalle banche è salutare, perché evita di dover ricorrere, come i Paesi emergenti, a investitori internazionali che chiedono ritorni molto maggiori per mancanza di alternative.

Per gli istituti di credito, oggi, il tema è quindi soprattutto quello di tornare a concentrare l’attenzione dai rendimenti di titoli sempre più esangui al credito, cioè di tornare a fare il loro mestiere originario. I segnali, ricorda Nicola Borri, sono positivi sia sul fronte dell’economia che su quello bancario, con la stabilizzazione degli stock di Npl, i salvataggi di Mps e delle banche venete (che pure complicano le riforme europee) e con alcuni aumenti di capitali, a partire da quello di Unicredit, andati a buon fine. «Ora - aggiunge - il problema è vedere quanto le banche riescano a utilizzare la liquidità della Bce per metterle nell’economia. Se ci riescono, sarà un bene per loro, se non ci riescono sarà dura, perché non ci sono alternative per avere buoni rendimenti. Molto dipenderà dalla capacità commerciale delle singole banche».

Per le banche il costo dei finanziamenti salirebbe e nei bilanci si dovrebbero evidenziare le perdite dovute al minore valore dei Btp. I problemi per gli istituti di credito insomma ci sarebbero anche senza arrivare a uno scenario di default greco, in cui salta il valore dei titoli di Stato e con esso le banche

Quanto al rischio che la questione sia posta brutalmente agli istituti italiani da delle riforme europee che viaggino sull’asse tra Parigi e la Germania con i liberali al governo, le valutazioni sono diverse. Nicola Borri mostra il suo scetticismo sul fatto che le riforme come l’Unione bancaria si riescano a fare, dopo gli strappi alla normativa Brrd ottenuti con i casi di Mps e delle banche venete. Per Angelo Drusiani, una pressione maggiore perché si mettano dei limiti ai Btp detenuti potrebbe arrivare. «Bisognerebbe però ricordare che c’è stato un precedente simile, con l’accordo di Deauville tra Sarkozy e Angela Merkel e gli effetti si rivelarono certamente negativi». Per questo, sottolinea Castelli, è essenziale che la politica italiana sia più presente nei dibattiti europei, per evitare che si ripetano casi come l’approvazione della Brrd (la direttiva sul bail-in, ndr), approvata senza che in Italia ci si rendesse conto delle conseguenze». Così, come, aggiunge, «alla politica serve consapevolezza che con la fine del Qe uscite politiche come la richiesta di un referendum sull’euro non si pagherebbero sui mercati con un incremento di 20 basis point di spread, ma di 200».

Se tutto questo è vero, un economista attento come Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, invita a non esagerare con le preoccupazioni sugli effetti della fine del Qe sul sistema bancario e sui conti pubblici. La prima ragione, spiega, è che se per la Bce sta cominciando a esserci penuria di titoli di alcuni Paesi da acquistare, per i nostri Btp c’è ancora spazio per acquisti. Si potrebbero quindi ancora comprare in caso di emergenza. Inoltre c’è da considerare la variabile chiave della durata del debito: se prima era breve, di 2-3 anni, ora è salita a sette anni. Quindi, «nel caso di una eventuale crisi che dovesse ricordare quella del 2011, gli effetti sui conti sarebbero minori, perché si tratterebbe di pagare un settimo del debito all’anno». Inoltre ci sono altri aspetti da considerare: per quanto ci sia un rischio politico in Italia nel 2018, uno scenario probabile è quello di una grande coalizione. Infine, «per quanto i tedeschi ripresi dal sistema mediatico siano quelli ossessionati dai titoli di Stato detenuti dalle banche italiane, i gestori sono molto più pragmatici e li acquistano, perché hanno un rendimento maggiore». I rischi, quindi, «sono romanzati. Si prendono delle vicende, come la fine del Qe, e le si porta al limite. Io personalmente scommetterei su uno scenario intermedio o se volete di mediocrità».

«Alla politica serve consapevolezza che con la fine del Qe uscite politiche come la richiesta di un referendum sull’euro non si pagherebbero sui mercati con un incremento di 20 basis point di spread, ma di 200»

Francesco Castelli, Banor Capital Ltd

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