Perché contro il terrorismo la violenza non basta

Intervista a Frank Westerman, scrittore e reporter olandese, che nel suo ultimo libro-inchiestra "I soldati delle parole"(Iperborea, 2017) ha parlato con negoziatori, ex terroristi e militari per cercare la risposta a una domanda semplicissima: “Cosa possono fare le parole contro i proiettili?”

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7 Ottobre Ott 2017 0830 07 ottobre 2017 7 Ottobre 2017 - 08:30

Le domande più semplici vengono spesso ignorate a favore di quelle più complesse, con risultati ben poco efficaci. Questa è l’opinione di Frank Westerman, scrittore e reporter olandese, che nel suo ultimo libro-inchiestra I soldati delle parole (Iperborea, 2017) cerca di dare risposta a una domanda semplicissima: “Cosa possono fare le parole contro i proiettili?”.

Domanda attualissima in questo momento storico in cui il terrorismo è considerato un problema a dir poco cruciale. Ma dove cercare la risposta? Westerman, abituato a mettersi in gioco in prima persona, decide di documentarsi presso chi di parole e proiettili se ne occupa per professione: i negoziatori. E presso chi le tecniche di questi ultimi le ha sperimentate direttamente, dall’altro capo della barricata: gli ex terroristi.

Muovendosi su tre piani storico-narrativi – gli attentati dei molucchesi contro gli olandesi negli anni ’70, lo scontro brutale tra russi e ceceni e le attuali azioni jihadiste – Westerman indaga e sperimenta diversi metodi di negoziazione, conosce un ex dirottatore di treni, una combattente della RAF incontrata a L’Avana, un veterano degli accordi di pace e uno psichiatra, tra i primi a specializzarsi in negoziazione con i gruppi armati. Frequenta un corso di mediazione dell’Accademia di Polizia e si finge ostaggio nella simulazione del sequestro di un Boing 747 a Schiphol, l’aeroporto più importante dei Paesi Bassi.

L’abbiamo incontrato per farci raccontare la sua inchiesta, riflettere con lui sulle ragioni del dialogo contro la politica del “No compromessi”, capire quanto margine d’azione resta alle parole e perché le domande semplici non posso essere eluse a cuor leggero.

Perché questo libro e perché proprio ora?
Il primo step che ha portato a questo libro risale al 2000 circa, quando lavoravo come corrispondente in Russia. Venivo da un’esperienza nell’ex Jugoslavia, avevo già lavorato in situazioni di guerra e non ero affatto spaventato dai posti violenti. Ma questa volta era diverso. Era il momento in cui la Cecenia stava avanzando le sue richieste di indipendenza e io mi sono trovato fisicamente sulla riva del fiume Terak, luogo simbolo della contrapposizione perché è il confine fisico che divide la Russia dalla Cecenia. In quel momento, per la prima volta, ho deciso di non attraversare. Potevo vedere chiaramente l’altra sponda, sulla quale, solo pochi giorni prima, quattro giornalisti – tre inglesi e un neozelandese – erano stati decapitati e le loro teste erano state esposte su una barca ormeggiata a riva. In quel momento io ho pensato: “Questo è il luogo in cui le parole sono state rigettate dalla violenza”.

Non solo tu, tanti reporter in quell’occasione hanno preferito non varcare il confine
Certo, la crisi non è stata solo mia. Nel ’99 un’intera generazione di reporter di guerra si è trovata per la prima volta nella condizione di non poter svolgere il proprio lavoro. Mi sono quindi posto una domanda: la violenza è sempre più forte delle parole? Sarà sempre più forte delle parole? La questione poi è ritornata attuale in questi anni, con tanti fronti aperti in tutto il mondo e l’incrementarsi degli attacchi terroristici.

La domanda che sta alla base della tua indagine è semplicissima, quasi banale. Eppure la risposta è tutt’altro che scontata
Io credo sia importante riflette sulle domande più semplici. Se nel 2000 tu mi avessi chiesto con un coltello puntato alla gola se quello che scrivo è importante, ti avrei probabilmente risposto che no, non lo era, perché in quel momento la violenza era evidentemente più forte della penna, dell’informazione. Putin stava reprimendo la rivolta cecena in modo brutale e noi giornalisti potevamo solo udire da lontano il rumore della violenza. Allo stesso tempo però ho pensato che era quello il momento di restituire potere alla parola.

Come si è svolta la tua ricerca?
Sono andato innanzitutto in un’accademia di polizia. Ho chiesto: “Voi insegnate ai vostri cadetti a parlare con i terroristi?” E loro: “Sì, lo facciamo” e io ho risposto: “Bene. Insegnatelo anche a me”. C’è molto gonzo journalism in questo libro, perché io amo sperimentare direttamente sulla mia pelle. Oltre al training di polizia ho partecipato a un’esercitazione all’aeroporto di Schiphol con un Boing 747 pieno di passeggeri che venivano coinvolti nella simulazione di un dirottamento. Ho partecipato anche alla Biennale dei mediatori a Parigi, che nemmeno sapevo esistesse. Un’esperienza surreale: i migliori negoziatori del mondo che confrontavano i propri approcci con intermezzi di musica leggera e decisamente allegra. Davvero strano. Ma non solo: la mia esperienza diretta entra in gioco anche attraverso i ricordi, in particolare degli attacchi del terrorismo molucchese nei Paesi Bassi a cui ho assistito da bambino, negli anni ’70.

Cosa hai imparato dalla simulazione del dirottamento aereo?
Mi ha fatto riflettere sul famoso “dutch approach” in voga negli anni ’70: l’approccio olandese basato su un metodo soft (e forse naif) di rapportarsi al terrorismo, che in modo un po’ caricaturale potrebbe essere riassunto nella formula “Più psicologi e meno Mariniers” (quindi privilegiare il dialogo e non la violenza). Ecco, quando mi sono trovato nel mezzo della simulazione, mi sono reso conto di una cosa molto importante, e cioè che il tempo guadagnato con le negoziazioni era in funzione e non alternativo all’intervento dei Corpi d’Assalto. Io non sono pacifista e credo che in alcuni casi le parole non possano prescindere dall’uso della forza. Quello che ho capito senza ombra di dubbio quel giorno, però, è che la forza non può fare a meno della parola. E questo rende l’approccio alla Putin (“Uccidiamoli tutti!”) ben poco lungimirante.

Assolutamente. Io ho scritto questo libro perché c’era una domanda molto semplice che mi ossessionava e per la quale non avevo (e non ho tuttora) una risposta definitiva. Così sono andato indietro nel tempo al dicembre del 1975, quando avevo 11-12 anni e un commando molucchese aveva preso in ostaggio un treno. Il mio insegnante era uno dei sequestratori, io conoscevo molte delle vittime e sapevo che i sequestratori, durante l’operazione, avevano pregato sulla bibbia: la stessa bibbia sulla quale pregavamo noi.

Frank Westerman

Un aspetto sottovalutato è che anche per i terroristi parole e violenza non sono necessariamente in antitesi. Spesso la violenza (al contrario di ciò che avviene per i mediatori) è lo strumento per veicolare un messaggio.
Assolutamente. Io ho scritto questo libro perché c’era una domanda molto semplice che mi ossessionava e per la quale non avevo (e non ho tuttora) una risposta definitiva. Così sono andato indietro nel tempo al dicembre del 1975, quando avevo 11-12 anni e un commando molucchese aveva preso in ostaggio un treno. Il mio insegnante era uno dei sequestratori, io conoscevo molte delle vittime e sapevo che i sequestratori, durante l’operazione, avevano pregato sulla bibbia: la stessa bibbia sulla quale pregavamo noi. Io allora non capivo da dove nascesse questa divisione così insanabile da portare a uno scontro armato. Ora, come giornalista, guardo indietro a quel periodo e cerco di rispondere alle mie stesse perplessità di ragazzo interpretando il messaggio che i sequestratori volevano veicolare. Ho avuto l’opportunità di incontrare alcuni di loro, in particolare Abé Sahetapy, che poi è diventato un poeta e ho cercato di capire il suo passaggio dalle armi alla penna, perché nel suo caso le parole alla fine l’hanno avuta vinta.

Fanno più paura le parole o i proiettili?
Io semplicemente rigetto questa dicotomia. Le parole sono fatte di ossigeno, sono leggere, ma allo stesso tempo se sono fatte d’ossigeno possono facilmente infiammarsi, diventare pericolose, ispirare altre persone. Nel libro cito il manifesto di Ulrike Meinhof Il concetto di guerriglia urbana nel quale si afferma che “la logica conseguenza del rigetto della democrazia parlamentare è la guerriglia”. Se analizziamo questa frase ci accorgiamo che la conseguenza non è affatto logica, che la proposizione potrebbe tranquillamente essere “La logica conseguenza del rigetto della democrazia parlamentare è il non voto”. Queste parole sono messe in fila in maniera strumentale per direzionare alla violenza. Al contrario Don De Lillo ha affermato che scrittori e terroristi politici si assomigliano perché entrambi “sferrano attacchi alla coscienza umana”. Una frase molto inquietante, che mi mette a disagio. Nell’edizione olandese del libro c’è una frase di lancio: “Chi vince tra la miopia del terrorista e l’immaginazione dello scrittore?”. Secondo me la differenza tra due approcci è molto grande. Nel caso dei terroristi c’è un restringimento della visione e delle idee verso un unico obiettivo e un unico punto di vista, mentre lo sguardo dello scrittore è modellato sul dubbio, l’umorismo, la possibilità, l’empatia e la ricerca, quindi su un’apertura della propria visione.

Hai avuto a che fare con diverse figure di negoziatori, ognuno con il suo personale approccio (come il veterano Paul Meerts, per il quale “tutto è negoziabile” e anche con l’ISIS un giorno si finirà per dialogare). Hai riscontrato delle tecniche comuni?
Ci sono dei punti fermi. In particolare uno, molto semplice. Quando ho fatto l’addestramento alla negoziazione (ti sarai accorta, sono un negoziatore davvero mediocre) abbiamo fatto questo gioco di ruolo in cui io, come mediatore, dovevo rapportarmi a quest’uomo che stava minacciando la moglie puntandole un coltello alla gola. È stato davvero difficile. La mia antipatia nei confronti di un soggetto che compie un’azione simile ha prevalso e io ho fallito il dialogo. L’istruttore mi ha fatto capire che avevo avuto ben tre occasioni, durante la conversazione, per raggiungerlo, per farmi ascoltare, ma non le avevo colte. Mi ha detto: “Sei uno scrittore, non sai usare l’immaginazione?”. La peggiore critica che mi ha fatto, però, è stata che non ascoltavo. Trovavo l’uomo così violento e brutale che avevo un blocco nei suoi confronti. Per esempio lui mi chiedeva di chiamare sua moglie “puttana”. Io ho rifiutato e questo l’ha fatto infuriare ancora di più. Se avessi ascoltato nel modo giusto avrei cercato di capire perché voleva questo da me (per esempio perché la moglie faceva sesso in giro?) Avrei dovuto indagare su questo, farlo parlare anziché limitarmi a fare opposizione. Quindi direi che l’elemento comune in ogni negoziazione è l’ascolto. Ascoltare per essere in grado di agire in modo efficace. La chiave è cercare di vedere il mondo dalla loro prospettiva. Non è necessario simpatizzare con loro per fare ciò, però serve quel grado di empatia che ci permette di cogliere cosa li muove.

Attualmente che margine ha il dialogo?
È evidente che con un terrorista che sta per compiere un attacco suicida non è possibile dialogare. Ma nelle scuole, per esempio in una classe in cui durante una discussione alcuni ragazzi iniziano a difendere gli autori della strage di Charlie Hebdo, come ci rapportiamo? Cosa deve fare un insegnate? Questi ragazzi non sono terroristi ma potrebbero diventarlo. Il margine d’azione però c’è ancora e va sfruttato: è questo il nuovo fronte su cui lavorare. Le periferie, le zone più disagiate, in cui la polizia e i servizi sociali potrebbero intervenire in maniera ben più efficace di come viene fatto attualmente. Sono le scuole e le strade delle zone più in difficoltà il nuovo fronte su cui combattere la battaglia tra violenza e parole.

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