La questione catalana è una sciagura (e fare i tifosi dall’estero è altrettanto sciagurato)

Gli errori di Rajoy hanno fatto finire la Spagna e l’Europa in un pantano da cui è difficile uscire. Ora però tocca a loro trovare un accordo. E alimentare lo scontro altrui pro domo nostra è un errore imperdonabile che rischiamo di pagare molto caro

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Manifestazione contro l’indipendenza catalana a Madrid, sabato 7 ottobre 2017

JAVIER SORIANO / AFP

8 Ottobre Ott 2017 0736 08 ottobre 2017 8 Ottobre 2017 - 07:36

A volte, in nome della libertà, bisogna stare dalla parte di chi, sbagliando, perde. La questione catalana ha assunto una rilevanza ed una gravità che richiedono, anche da parte italiana, valutazioni informate e maggiormente consapevoli della posta in gioco. A me sembra che, in Italia, si diffonda invece parecchia cattiva informazione la quale alimenta un’acredine che riflette ostilità ideologiche maturate nei lontani anni ’30.

Esse vengono oggi ravvivate per miserabili fini elettorali ed io vorrei evitare di contribuire a questa penosa guerra fra buoni e cattivi. Se i lettori de Linkiesta avranno la pazienza di seguirmi proverò a sviluppare, in altre tre puntate, un ragionamento che va al di là dell’episodio catalano e offre una chiave di lettura generale per questioni che la Ue dovrà per forza affrontare nei decenni a venire. Nell’ordine: diseguaglianze territoriali e federalismo fiscale, tutela delle minoranze linguistico-culturali, i grandi stati nazionali ed il processo di costruzione di un’Europa federale.

Prima di far questo meglio chiarire quelli che, a mio avviso, sono i dati del contendere specifico in Catalonia. Nell’articolo di alcuni giorni addietro ho affermato di considerare il progetto d’indipendenza della Catalogna un errore. Al tempo stesso, ho documentato come il governo di Rajoy, e il PP in generale, abbiano cinicamente messo in moto circa dieci anni fa (per pure ragioni elettorali nel resto di Spagna) un attacco a tutto campo contro il “catalanismo”. Questo attacco – erede culturalmente e socialmente d’istanze tanto nazionaliste quanto le catalane, ma distintamente “franchiste” – ha causato lo scontro odierno, le violenze poliziesche già avvenute e quelle che, con ogni probabilità, ancor più verranno. Provo ora a meglio motivare queste valutazioni.

Vi sono altre ragioni per ritenere la secessione una jattura. Fomenta provincialismo culturale e quindi economico. Genera grandi costi addizionali a carico delle imposte di una regione che è più ricca del resto di Spagna ma ugualmente indebitata. Causa danni gravi nel sistema finanziario perché, mancando persino una procedura condivisa di separazione, il debito catalano e spagnolo ne subirebbero contraccolpi pericolosissimi

L’indipendenza della Catalogna mi sembra dannosa, in primis, non perché avversata dal resto di Spagna – nei divorzi è frequente che una delle due parti si opponga, nondimeno il divorzio è spesso salutare per entrambe – ma perché, senza alcun dubbio, esiste una percentuale molto alta dei residenti in Catalogna che non la vuole. Se il governo spagnolo avesse permesso il referendum di domenica scorsa oggi avremmo un’idea precisa di questa percentuale e – s’è vero quanto i sostenitori della sacralità costituzionale sostengono – l’indipendenza sarebbe stata cassata dalla maggioranza dei catalani stessi. Per mille ragioni, inclusa la violenta pervicacia con cui il referendum è stato boicottato, ritengo che in un referendum “ben fatto” il “Sì” all’indipendenza avrebbe vinto con un margine esiguo. O forse no.

Di certo, dopo quasi 40 anni di frequentazione della Spagna, di cui quasi 30 nel mezzo del dibattito politico ed economico, non ho alcun dubbio che, in Catalogna, le percentuali di favorevoli-contrari oscillino tra il 50-50 ed il 60-40. E con, al massimo, solo il 60% della cittadinanza favorevole, fare una secessione equivale ad una follia. Ma vi è altro: come molti hanno osservato l’indipendenza “di colpo” è dannosa perché porterebbe la Catalogna fuori dall’Unione Europea, quindi dall’Euro e dalla protezione finanziaria che esso offre. Anche ai catalani. Insistere, come fanno i leader indipendentisti, che questo avverrebbe solo perché la Spagna utilizzerebbe per vendetta il proprio potere di veto all’entrata della Catalogna è infantile, anche se vero. Nei giochi fra adulti (la politica internazionale è un gioco riservato strettamente agli adulti) ci sono anche i “cattivi” ed un leader politico deve avere la capacità di vedere la differenza fra un giudizio morale – la Spagna vieta per vendetta – ed uno politico che rispetta le regole del gioco. Se un leader politico ignora questa differenza fa solo i capricci.

Vi sono altre ragioni per ritenere la secessione una jattura. Fomenta provincialismo culturale e quindi economico, evidente già ora. Genera grandi costi addizionali a carico delle imposte di una regione che è più ricca del resto di Spagna ma ugualmente indebitata. Causa danni gravi nel sistema finanziario perché, mancando persino una procedura condivisa di separazione, il debito catalano e spagnolo ne subirebbero contraccolpi pericolosissimi. Una volta messi assieme, questi elementi fanno pendere la bilancia a favore di una continua trattativa politica con Madrid, tesa al raggiungimento di un compiuto sistema federalista, e contro il tentativo secessionista.

Oggi come oggi la situazione spagnola ha la dannata caratteristica di rendere irragionevole lo schierarsi a favore di una delle due parti per la semplicissima ragione che le “due parti” sono rappresentative di posizioni minoritarie nel complesso del paese e, forse, anche in Catalogna

È a questo punto, purtroppo, che iniziano le responsabilità del PP e di Rajoy in particolare. Ho già illustrato nell’articolo citato sopra il loro decennale sforzo di eliminare l’accordo raggiunto nel 2006, fra il parlamento spagnolo e quello catalano, su un testo di statuto per la Catalogna che avrebbe mantenuto l’unità legale e sostanziale del paese, svuotato ogni istanza separatista e soddisfatto la grande maggioranza dei catalani riconoscendo l’esistenza di quella identità nazionale (ovvero, culturale e linguistica ma non necessariamente statuale) che, purtroppo, trova oggi espressione forzata nel tentativo di secessione. Tentativo che, sia chiaro, io ritengo fallimentare e che ogni persona razionale dovrebbe sforzarsi di fermare senza l’uso della forza repressiva dello stato.

Oggi come oggi la situazione spagnola ha la dannata caratteristica di rendere irragionevole lo schierarsi a favore di una delle due parti per la semplicissima ragione che le “due parti” sono rappresentative di posizioni minoritarie nel complesso del paese e, forse, anche in Catalogna. Vale la pena ricordare che il PP governa ma non ha nè il supporto della maggioranza degli elettori nè, da solo, del parlamento. E lo stesso vale, in Catalogna, per la coalizione di governo. È ragionevole argomentare che la maggioranza degli spagnoli e dei catalani non cerca lo scontro, che è invece l’obiettivo dei due estremismi: gli indipendentisti ed il PP. Purtroppo le altre forze politiche sono oggi o ben prigioniere dei loro interessi di governo e potere (Ciudadanos) o vittime della loro incoerenza e debolezza politica (PSOE, PSC, Podemos) che li rende incapaci di coalizzarsi per imporre al governo spagnolo ed a quello catalano una tregua alle ostilità, prima che essi degenerino in peggiori violenze, ed un ritorno alla politica.

Mi rendo conto che queste siano prediche inutili di uno che nessuno ascolta. Nondimeno, se la storia d’Europa ci costringe ad essere solo spettatori di eventi che ci influenzano ma non possiamo controllare, credo sia meglio farlo consapevolmente, ricordando ad entrambe le parti la loro responsabilità, piuttosto che diventare tifosi invasati che alimentano lo scontro altrui per appagare temporaneamente le proprie frustrazioni ed i propri vecchi odi ideologici.

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