Perché gli Stati Uniti d’Europa sono un errore clamoroso (parola di un europeista)

L’idea di un super Stato appartiene al secolo scorso. Se fatta oggi riprodurrebbe i difetti degli Stati Nazione europei di cui l’Unione Europea è ostaggio. Il confronto decisivo dei prossimi anni sarà a tre: difensori dello status quo; distruttori dell’esistente e innovatori

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JOHN THYS / AFP

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31 Ottobre Ott 2017 0745 31 ottobre 2017 31 Ottobre 2017 - 07:45

Molti di quelli che hanno risposto all’appello di Emma Bonino e si sono ritrovati l’ultimo fine settimana allo storico ERGIFE per la convenzione sugli “Stati Uniti d’Europa”, pensano a Emmanuel Macron, alla storia politica di più straordinario successo degli ultimi anni. Pensano a quel trionfo celebrato sulle note de “l'Inno alla Gioia”, quando ipotizzano una lista elettorale completamente europeista da presentare alle prossime elezioni politiche nazionali. Rischiano, però, se non mettono molta più grinta nella loro proposta, di autocritica coraggiosa e di coraggiosa volontà di “rifondare” l’Europa, di rimanere con in mano una proposta da establishment nostalgico e pochissimi voti.

Siamo tutti iscritti – senza se e senza ma – al “partito” di quelli che appartengono all’Europa per ragioni emotive e razionali. Emotive perché dai viaggi e dagli studi fino al calcio, apparteniamo ad una generazione che è definita dall’essere europea. E razionali perché il nome del paradosso che ci troviamo ad affrontare è che oggi abbiamo bisogno di Europa più di prima; anche se l’Europa non è mai stata così in crisi.

E però partiremmo sconfitti se la narrazione fosse dell’Europa come un progetto da “difendere” e non come un’idea da far crescere cambiandone completamente i termini per renderla adeguata ad un secolo che sta mettendo in discussione, con le sue discontinuità tecnologiche, il modo stesso di organizzare il potere: da Barcellona a Londra. Ed allora, altrettanto, senza se e senza ma, diciamo anche che l’idea degli “Stati Uniti d’Europa” appartiene al secolo scorso. A leader politici (da Mitterand a Kohl) che hanno avuto grandissimi meriti ma che sono vissuti in un contesto diverso: quella idea è storicamente l’ipotesi di ricreare in Europa una federazione come quella americana (anch’essa, oggi, in grave crisi istituzionale); un super Stato che, oggi, riprodurrebbe i difetti degli Stati Nazione europei di cui l’Unione Europea è, in fondo, ostaggio e di cui riproduce alcune caratteristiche.

Macron non ha vinto rassicurando. Ha disintegrato i partiti politici tradizionali e non alleandovisi in posizione subalterna. Propone una “rifondazione” che cambi “abitudini, politiche, vocabolari, organizzazione e budget” e insiste che l’Europa non può più essere concepita ignorando le opinioni pubbliche

Del resto, proprio di Macron sembra che molti macroniani ignorano alcuni aspetti determinanti. Il presidente francese non ha vinto rassicurando. Ha disintegrato i partiti politici tradizionali (e chiedendo ora, a gran voce, che anche i raggruppamenti storici del Parlamento Europeo riflettano le mutazioni che stanno avvenendo) e non alleandovisi in posizione subalterna. Propone (nel suo famoso discorso alla Sorbonne del 26 Settembre) una “rifondazione” che cambi “abitudini, politiche, vocabolari, organizzazione e budget” e insiste che l’Europa non può più essere concepita (come pure riuscirono a fare i “padri fondatori”) ignorando le opinioni pubbliche (come l’Europa – rimprovera Macron – fece quando ci furono i “no” dei francesi e degli olandesi al trattato costituzionale). Ripete che le politiche vanno cambiate mettendo in discussione tutti i taboo (compreso quello francese sulle politiche agricole comuni) e mettendo al centro dell’agenda il ritardo che l’Europa ha accumulato sulle piattaforme digitali sulle quali transitano i beni e i servizi del XXI secolo. E, infine, che l’Unione può continuare ad essere tale solo se accetta ed accentua la variabilità dei propri assetti istituzionali e i patti che, di volta in volta, potranno coinvolgere gruppi dei propri membri: che è l’esatto contrario della vecchia idea di una federazione europea.

Proporre gli “Stati Uniti d’Europa” senza aver discusso – con franchezza, coinvolgendo pezzi di opinione pubblica di Paesi diversi – di come cambiare l’Europa, può diventare un boomerang. Un ulteriore lancio del cuore oltre l’ostacolo che, stavolta, però potrebbe rivelarsi letale. Come succede in quelle coppie in crisi che decidono di sposarsi o, addirittura, di fare un figlio (ce ne sono molte) nell’illusione che ciò risolva i problemi. Laddove le crisi, invece, richiederebbero una riflessione, appunto sincera, appassionata, interessata. Senza scorciatoie che evitino di mettere in discussione comportamenti e abitudini.

Vincere in nome dell’Europa è possibile. Ma per riuscirci è necessario cambiare schema di gioco. Il confronto – decisivo – dei prossimi anni non è a due – “populisti” contro “responsabili”. Ma a tre: difensori dello status quo; distruttori dell’esistente che non hanno interesse a proporre alternative; e innovatori. O, se volete, progressisti radicali capaci di costruire ipotesi di governo nuove. In fondo, lo stesso terreno di battaglia che Emma Bonino conosce da sempre. Il cambiamento di schema esige, però, molta più fatica e tempi diversi. Forse, incompatibili con quelli di una campagna elettorale avvelenata, breve e forse inutile. Richiede un investimento straordinario in intelligenza e in leadership nuove; il coraggio di essere soli per un pezzo della “marcia” se allearsi significa fare compromessi che non rendono più credibile la proposta.

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