La lista dei vini Non basta averla lunga, conta come la costruisci

La nuova carta di Al Baretto Sant’Ambrogio colpisce non solo per le oltre novecento etichette presenti, ma per il modo in cui sono state selezionate, accostate e trasformate in un racconto coerente

Al Baretto Sant’Ambrogio

A Milano i ristoranti con belle carte dei vini non mancano. Così come non mancano le cantine costruite per stupire, spesso assemblate mettendo in fila nomi altisonanti, etichette riconoscibili e referenze che funzionano come simboli di status più che come espressioni di una reale idea enologica. Distinguersi, in questo scenario, non significa semplicemente avere di più. Significa avere qualcosa da dire.

È qui che si inserisce il lavoro di Al Baretto Sant’Ambrogio, insegna di La Gioia Collection, il gruppo fondato da Redi Shijaku che in pochi anni ha costruito a Milano un’identità precisa attorno al concetto di Nuovo Classico Italiano, un’idea di ospitalità che guarda all’eleganza della tradizione traducendola in un linguaggio contemporaneo fatto di riconoscibilità e attenzione al dettaglio.

Nel ristorante di via Privata Bobbio questa filosofia trova una delle sue espressioni più interessanti nella nuova carta dei vini. I numeri, certamente, colpiscono: oltre novecento etichette. Ma ciò che rende interessante questa selezione non è tanto la sua dimensione, quanto il criterio con cui è stata costruita.

Dal 2020 La Gioia Collection porta avanti un lavoro costante di ricerca sulla proposta enologica, affinando progressivamente una selezione che oggi trova proprio in Al Baretto Sant’Ambrogio una delle sue espressioni più mature. Non una raccolta enciclopedica pensata per compiacere tutti indistintamente, ma una carta che dimostra una precisa intenzione curatoriale.

Al Baretto Sant’Ambrogio

Il cuore della proposta batte forte in Francia, con una sezione Champagne particolarmente articolata che evita la scorciatoia delle sole grandi maison per aprirsi anche al lavoro dei vigneron indipendenti, includendo multi-vintage, millesimati, rosé e persino Coteaux Champenois. Una scelta che racconta un approccio meno prevedibile, più attento alla complessità del territorio e alle sue interpretazioni.

Accanto a questo, l’Italia non viene trattata come semplice obbligo di rappresentanza, ma come un mosaico articolato. Franciacorta e Trento Doc trovano spazio accanto a produzioni meno scontate, i bianchi attraversano il Paese dalla precisione alpina dell’Alto Adige alla tensione minerale dell’Etna, mentre tra i rossi il Nebbiolo occupa naturalmente una posizione importante, senza però schiacciare il racconto delle altre denominazioni.

Interessante anche l’apertura internazionale, che evita l’effetto catalogo. Germania, Austria, Spagna, Grecia, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda entrano in carta come tasselli coerenti di un racconto contemporaneo del vino. Il risultato è una proposta che permette tanto al conoscitore quanto al curioso di trovare percorsi credibili, senza l’impressione di una selezione costruita per accumulo.

A fare la differenza è anche la figura di Telemaco Calandrino, wine director del ristorante, che interpreta il vino come parte integrante dell’esperienza di ospitalità.

In una città dove spesso la grandezza viene confusa con l’abbondanza, questa carta dimostra che il vero elemento distintivo resta la selezione. Perché avere novecento etichette conta relativamente. Averne novecento che raccontano davvero una visione, molto di più.

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