Oprah Winfrey presidente? È un'idiozia (peggio di Trump)

Un popolo che crede che la storia della candidatura di Oprah Winfrey alla Casa Bianca sia una cosa seria è un popolo destinato a farsi dire dalla Tv anche chi deve prendersi la presidenza: è la resa totale allo star system

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10 Gennaio Gen 2018 0730 10 gennaio 2018 10 Gennaio 2018 - 07:30

Se l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantipolizziasse, vi disarcivescoviscontantinopolizzereste anche voi? E se Donald Trump è un idiota, come lietamente proclama la migliore società, dobbiamo diventare idioti anche noi? Dobbiamo essere un popolo bue così bue da credere che questa storia della candidatura di Oprah Winfrey alla Casa Bianca sia una cosa seria e non una delle tante sciocchezze a cui dobbiamo fingere di credere per sentirci dalla parte giusta, per ottenere il patentino (fra un po’ obbligatorio) della brava persona, perché il mondo sappia che sì, è vero, siamo degli esseri immondi e ci tratteniamo a stento, ma finora non abbiamo mai stuprato nessuno?

Se uno legge il discorso pronunciato dalla Winfrey alla cerimonia di consegna dei Golden Globe (lo ha pubblicato, per esempio, La Stampa), scopre che la signora ha parlato per metà del tempo delle sensazioni provate quando Sidney Poitier ebbe l’Oscar (era il 1964, fu giudicato miglior attore protagonista per il film “I gigli del campo”), primo attore di colore a riuscire nell’impresa, e di quelle provate ora, quando è toccato a lei essere la prima donna di colore a ricevere il Golden Globe. Poi ha dedicato un paragrafo alla difesa della stampa e della sua “insaziabile dedizione a scoprire la verità assoluta” (non ridete, ha detto proprio così). Infine ha esaltato la figura di Recy Taylor, morta pochi giorni fa alla vigilia del novantottesimo compleanno. Nel 1944 la Taylor, quand’era una giovane donna e mamma nera, fu violentata da sei uomini bianchi che non pagarono mai per il loro crimine. Dalla Taylor, infine, la Winfrey è passata a condannare la violenza sulle donne.

Tutto bello, forse emozionante. Ma che c’entra la Casa Bianca? È un discorso politico, questo? Basta dire “c’è un nuovo giorno all’orizzonte” per arrivare a mettere il dito sul pulsante atomico, quello che Trump sostiene essere più grande di quello di Kim Jong-un? Ci stiamo rincoglionendo tutti?

Fino all’altro ieri non c’era nessuno, ma proprio nessuno, che non avrebbe trovato una simile idea assai più che ridicola. Oggi, dopo che un tot di attrici si è presentato ai Golden Globe in nero, dovremmo invece credere che una simile minchiata non solo è possibile ma persino auspicabile. Perché Oprah “trasmette emozioni”, “sa parlare alla gente”. Perché è ricca di suo, pare un patrimonio personale di 3 miliardi di dollari. Perché fa beneficienza. Perché è simpatica. Perché piace alle minoranze, anche se alle ultime presidenziali i bianchi erano il 77% degli aventi diritto di voto (negli Usa bisogna iscriversi alle liste elettorali per votare, non basta andare al seggio) e le minoranze sono per tradizione la fascia di elettorato più volatile. Perché è donna, anche se l’ultimo candidato donna, tale Hillary Clinton, ha fatto una brutta fine.

Tutto bello, forse emozionante. Ma che c’entra la Casa Bianca? È un discorso politico, questo? Basta dire “c’è un nuovo giorno all’orizzonte” per arrivare a mettere il dito sul pulsante atomico, quello che Trump sostiene essere più grande di quello di Kim Jong-un? Ci stiamo rincoglionendo tutti?

Ah già, certo. Tra tanti pregi che un piccolo neo: la Winfrey non sa una mazza di politica. Pensate che c’è persino chi scrive che, per ovviare a tale problemino, la Winfrey potrebbe fare una staffetta con Joe Biden: primo mandato a lui con lei vice a studiare quel che si fa alla Casa Bianca; secondo mandato direttamente a lei, a quel punto preparatissima. Roba da vergognarsi a sentirla dire, figuriamoci a scriverla. E poi Biden, il signor nessuno che per otto anni ha divertito gli americani (un po’ meno Obama) con le sue gaffe!

Vedrete, prima o poi qualcuno farà pure il paragone tra Oprah e Ronald Reagan. E se la mano vi correrà alla fondina, non sentitevi in colpa: anche Reagan era un attore ma prima di presentarsi agli americani per la corsa al vertice era stato per due volte governatore della California, il più ricco tra gli Stati della federazione, un’entità che, se fosse indipendente, con il suo Prodotto interno lordo sarebbe al settimo-ottavo posto nel mondo, suppergiù tra Italia e Brasile. Quest’altra è una donna molto in gamba, dal punto di vista dello show business anche più di Reagan, ma non ha mai partecipato a una riunione di condominio.

E comunque non è nemmeno questo il punto. Il vero dramma è la collettiva tendenza a scambiare i desideri per realtà, le mode per rivoluzioni, il chiacchiericcio per filosofia, le piccole manie dei belli e famosi per segnali di stile. Proviamo a metterci nei panni di un critico di Donald Trump, o peggio ancora di un suo avversario politico. Quanto male bisogna essere ridotti per attaccarsi a Oprah Winfrey? Quale deserto di idee e prospettive bisogna avere dentro per giurare prima sulla vittoria della Clinton (ora pure indagata dall’Fbi per gli affarucci della Fondazione sua e del marito Bill, ma non ditelo in giro perché i giornali non amano che si sappia) e poi, con la stessa acritica vigoria, sulla candidatura della Winfrey, per anni e anni criticata per le catinate di lacrime che si spargono durante le sue trasmissioni?

Quale deserto di idee e prospettive bisogna avere dentro per giurare prima sulla vittoria della Clinton (ora pure indagata dall’Fbi per gli affarucci della Fondazione sua e del marito Bill, ma non ditelo in giro perché i giornali non amano che si sappia) e poi, con la stessa acritica vigoria, sulla candidatura della Winfrey, per anni e anni criticata per le catinate di lacrime che si spargono durante le sue trasmissioni?

E a quale liquidazione ideologica e anche morale siamo ormai pronti, se firmiamo una resa così totale allo star system, a questo minestrone di alto e basso che pialla ogni particolarità e differenza in un popolo che si vuole costituito da consumatori passivi, tutti attaccati alle stesse parole d’ordine, alle stesse mode, alle stesse merci? E quindi destinato a farsi dire dalla Tv anche chi deve prendersi la presidenza? L’appoggio incondizionato di Hollywood era una delle gambe che avrebbero dovuto portare la Clinton alla Casa Bianca e invece l’hanno rovinata, scatenando un’America pro-Trump che magari è rozza e pure puzza ma era più che stufa di modelli patinati carichi di una funzione ideologica di controllo sociale e di conservazione dell’esistente. Oggi, invece, nessuno riflette sullo scandalo che investe l’altra gamba su cui poggiava la Clinton e che è sempre stata molto critica con Trump: l’industria informatica. I belli e fighi della Silicon Valley e di altre amene località, insomma. Quelli che lavorano in open space, hanno l’asilo e la sauna in ufficio, non mettono mai la cravatta, tengono il pizzetto, vanno in bici, si fanno le canne, sanno di design, diventano buddisti e sono molto più avanti di tutti noi. Peccato che gli aggeggi che producono siano gestiti da processori un po’ farlocchi, pieni di buchi, cosicché i computer, telefonini e tablet che abbiamo pagato a caro prezzo possono essere spiati e pervertiti un po’ come si vuole. Peccato che gli stessi belli e fighi sapessero della cosa almeno da un anno e se ne siano stati zitti. Peccato che qualcuno di loro abbia pure venduto un bel po’ di azioni della sua stessa azienda appena prima che scoppiasse lo scandalo.

Come si diceva, se Trump è un idiota non è obbligatorio che lo diventiamo anche noi solo per il piacere di criticarlo. Un po’ come non era obbligatorio che ci inventassimo armi chimiche inesistenti per stabilire che Saddam Hussein era un essere orrendo. E in ogni caso, visto che in Italia siamo sotto elezioni, faccio anch’io la mia proposta: Carlo Conti primo ministro, Maria De Filippi ai Beni Culturali, Alberto Angela all’Istruzione e ricerca e Costantino della Gherardesca agli Esteri. Fabio Fazio, a tempo debito, presidente della Repubblica. Perché la Winfrey, a noi, ci fa una pippa.

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