Né esistenzialisti come Calcutta, né depressi come i Cani: la politica erotica de Lo Stato Sociale

Non ce la fanno a fare un firmacopie normale. Lo Stato Sociale vuole parlare, cantare, e raccontare il disagio con il capitalismo. Pop e ideologia pop. Loro sono l’anti-indie

Stato Sociale_LInkiesta

Lo Stato Sociale sul palco di Sanremo

Una ripresa televisiva del Festival di Sanremo

19 Febbraio Feb 2018 0745 19 febbraio 2018 19 Febbraio 2018 - 07:45

Odio il capitalismo non significa che vivo appartato, non facendo parte di questo sistema, ma che vivo con disagio il fatto che il capitalismo esista”.
Potremmo partire da qui. O potremmo partire, più cinicamente, da altro. Tipo: “Checco, mi vuoi sposare?”
Tutto vero. Entrambi i contesti. Entrambe le partenze, nessuna delle due false, per altro.

È sabato pomeriggio. A Milano è il sabato del carnevale ambrosiano, e di conseguenza il sabato del ponte scolastico, quello della settimana bianca.
La Feltrinelli di Piazza Piemonte è piena come un uovo, magari una delle tante uova di Pasqua che da domani, metodicamente, sostituirà le frappe di carnevale nei supermercati.
Sei, settecento persone, a occhio, giunte fin qui per incontrare i loro idoli, in alcuni casi i loro nuovi idoli, Lo Stato Sociale.

La storia recente la conoscete tutti, arrivati a Sanremo in quota indie, loro che anni fa hanno pubblicato la canzone Sono così indie proprio per perculare il genere e soprattutto il pubblico di riferimento e gli artisti di questo genere, ne sono usciti mainstream che più mainstream non si può. Non solo un secondo posto che ha del clamoroso, citofonare SNAI per credere, ma anche un primo posto nella classifica dei passaggi radio e un sesto posto in classifica FIMI che, vista appunto la gigantesca affluenza al firmacopie meneghino, potrebbe diventare anche qualcosa di più.

Firmacopie si fa per dire, perché i cinque ragazzi bolognesi, proprio per la frase con cui questo articolo partiva, vivono con evidente disagio, misto certo a un chiaro divertimento, il loro essere diventati improvvisamente popstar, ragion per cui decidono di trasformare un firmacopie qualcosa di diverso, facendolo antecedere da un concertino acustico misto a domande di circa un'ora.

Un firmacopie, per chiunque sia nato nel secolo scorso, è quella bizzarra attività che negli ultimi anni, diciamo da che il download, prima, e lo streaming, poi, ha in qualche modo affossato le vendite fisiche, ha sostituito la più tradizionale presentazione. Funziona così. Si accede in una libreria, oggi che i negozi di dischi non esistono praticamente più, ci si mette in fila esibendo il cd dell'artista o della band che è in zona per il firmacopie, e si aspetta il proprio turno per l'autografo e soprattutto per il selfie. Niente cd niente diritto a incontrare l'artista o la band di turno. Due cd, doppio giro. So che messa così sembra assurda, ma c'è gente che di cd, in alcuni casi, ne compra anche tre o quattro, perché un fan è un fan, e più tempo passa col proprio idolo più è contento. Suppongo oggi non accadrà, perché Lo Stato Sociale non fa parte di quel range di artisti, Dio mi perdoni per aver usato a sproposito questa parola, che dispensano baci e facce intrise di passione, come a esempio un Riki di Amici.

Lo Stato Sociale, quello che canta di odiare il capitalismo, non ce la fa a fare un firmacopie normale, e prima vuole parlare, e soprattutto cantare. Sul fatto che cantino, va detto, durante Sanremo se ne sono dette e sentite parecchie. Perché Lodo e soci, non è n segreto, non sono esattamente le persone più intonate del mondo, in questo veri rappresentanti di quel mondo indie da cui, sembra, tendono a prendere il più possibile le distanze. Non lo sono anche per altri aspetti, per altro, e forse per specificarvi il motivo della mia presenza a questa presentazione dovrei aggiungere dei dettagli necessari a farvi un quadro più chiaro e esaustivo.

Non sono uso andare per firmacopie. Perché non ho quindici anni, probabilmente, e più in generale perché non sono interessato alle firme di altri che non siano in assegni, e anche perché, questo è il mio mestiere, se devo incontrare un artista, una band o uno che si trovi per sua fortuna a vestire i panni dell'artista pur non essendolo, lo incontro in separata sede, senza l'ammennicolo dei fan festanti e urlanti. Se oggi sono qui è perché mia figlia Lucia, quasi diciassette anni, segue da tempo Lo Stato Sociale e voleva incontrarli. Anche io seguo da tempo Lo Stato Sociale, per altro senza il solito fastidio che provo in genere quando mi interfaccio con una musica e delle canzoni che sembrano ostentatamente scritte e cantate per non arrivare a uno come me, un quarantottenne che segue la musica con passione ma anche per mestiere. La scena indie, le nemesi funzionano così, è quella nella quale mia figlia va quasi sempre a pescare le canzoni che fanno da colonna sonora delle sue giornate, e visto che viviamo nella stessa casa, anche delle mie giornate. Canzoni quasi sempre depresse, è l'adolescenza baby, ascoltate con tutta la bassa fedeltà che uno smartphone può offrire. Ecco, in questo ambito oscuro e solitario, fatto di gente che vuole scomparire, di solitudini lancinanti, di malessere e inadeguatezza, Lo Stato Sociale è una specie di Unicorno colorato, tipo MiniPony. Loro non sono depressi, anche quando giocano a farlo, e soprattutto sembrano avere una cosceinza politica che, seppur seppellita sotto quella inevitabile coltre, inevitabile per una questione anagrafica, credo, dell'ironia che così bene è stata cristallizzata e forse anche resa innocua, chissà, da David Foster Wallace, prima di prendere atto del proprio reale male di vivere.

La presentazione di Primitivi de Lo Stato Sociale, quindi, mi ha visto arrivare in Feltrinelli con mia figlia Lucia, sorpreso, in parte, da tutta quella giovane platea, ma anche curioso di vedere come una band che non ha mai fatto segreto del proprio disagio nei confronti di un sistema del quale fanno parte ogni giorno di più avrebbe declinato il proprio nuovo ruolo di popstar.

Lo hanno fatto sottolineando quel divertito disagio. Parlando, per come è possibile farlo di fronte a una giovane platea, in parte arrivata qui dopo solo una settimana di ascolti, prodigio che solo Sanremo sembra riuscire ancora a compiere. Quindi ironia e simpatia, certo, ma anche un certo fil rouge politico, con riferimenti ai “nani e ballerine” di craxiana memoria, con la citazione dei cinque operai licenziati a Pomigliano d'Arco, portati sul palco dell'Ariston attraverso a una coccarda adesiva, con quel modo così letterario di infarcire ogni singola frase delle canzoni, canzoni che il pubblico ha cantato a memoria, mia figlia Lucia in testa, di riferimenti altri. Niente esistenzialismo battistiano alla Calcutta. Niente depressione cameristica alla I Cani. Niente malinconia alla Gazzelle. Lo Stato Sociale è una band, cinque ragazzi che sembrano ben sopportare la debordante verve di Lodo, voce portante del gruppo, ma sicuramente uno dei cinque negli equilibri interni, che porta uno sguardo appunto sociale e politico nelle camere dei nostri figli. Manca la rabbia, questo sì. Manca quello spirito punk che, in altri decenni, avrebbe spinto una generazione a uscire da quelle camerette e a fare una rivoluzione. In questo, forse, l'ironia ha davvero fatto i danni che David Foster Wallace ipotizzava, col suo solito sguardo chirurgico. Non sono punk, i ragazzi de Lo Stato Sociale. Non danno fuoco alle macchine durante le manifestazioni, suppongo. Però istillano dubbi, stigmatizzando comportamenti che si possono iscrivere nell'immaginario comune, e facendoli diventare, loro malgrado, luoghi comuni.

In uno scenario depresso come quello della musica indie, in effetti, questo atteggiamento così poco intimo appare davvero politico, un po' come accadde ai tempi per i cantautori impegnati. Una forma diversa di disagio, la loro, nei confronti di un sistema che appare ai loro occhi sbagliato, e per certi versi fallimentare, ma che è comunque il contesto in cui vivono e, parlando di musica, nel quale si trovano a vivere, Festival di Sanremo compreso. La canzone Una vita in vacanza parla di questo, anche se molti ci hanno solo riso su, vedendo la vecchietta volteggiare. Una canzone tragica mascherata da canzone leggera. Un modo anche centrato di eludere il disagio.

Per loro fortuna mia figlia non ha chiesto loro di sposarli, si è limitata a farsi autografare un cd e a fare foto di rito. Avrei dovuto dimostrare loro che quelli della mia generazione, quelli che si sono trovati a vivere il fascismo di ritorno, con Fini ministro, non si limitavano certo a ironizzare. L'augurio che faccio a questi ragazzi è di non passare mai alla fase del disincanto, e se possibile, ogni tanto, di incazzarsi davvero. I fiori lanciati nel famoso murales di Banksy non sempre sono efficaci, a volte servono proprio le molotov vere.

Potrebbe interessarti anche