Attento, Erdogan: la Siria può diventare il tuo Vietnam

Le truppe di Assad entrano ad Arfin, l’esercito turco le bombarda. Per Mosca e Washington, un bel grattacapo. Per Erdogan un rischio (non) calcolato per colpire i curdi prima delle elezioni. Ecco perché finita la guerra al Califfato rischia di arrivarne una peggiore

Siria Linkiesta

Ghouta Est (Siria) Le milizie ribelli soccorrono un ferito dopo i bombardamenti dell’esercito di Assad: la tensione in Siria torna a salire

ABDULMONAM EASSA / AFP

21 Febbraio Feb 2018 0740 21 febbraio 2018 21 Febbraio 2018 - 07:40

La guerra in Siria in questi sette anni è stata in gran parte un conflitto per procura. Ora tutto è cambiato: questa non è più una proxy war ma una guerra in cui le potenze si confrontano direttamente. Il faccia a faccia tra l’esercito turco, il secondo della Nato dopo quello americano, e le forze popolari del regime di Damasco, entrate ad Afrin in appoggio alle milizie curdo-siriane, è il segnale di questo drammatico cambiamento che si trascina molte incognite. Finita la guerra al Califfato, se ne potrebbe aprire un’altra di dimensioni ancora più devastanti.

Ma proviamo ad andare oltre le apparenze e i proclami della propaganda bellica e politica.

Il protagonista più imprevedibile è proprio la Turchia. Ankara, all’inizio della guerra civile siriana nel 2011, aveva appoggiato insieme alle monarchie del Golfo i ribelli sunniti anti-Assad per colpire il maggiore alleato dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, la cosiddetta “Mezzaluna sciita” che comprende anche il governo di Baghdad. Una situazione incoraggiata dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, sostenuta da Israele e appoggiata anche dalle potenze europee.

Con l’ingresso in campo della Russia di Putin nel 2015 a fianco del regime di Bashar Al Assad il conflitto ha allargato la sua dimensione regionale fino ad arrivare allo scontro tra Ankara e Mosca dopo l’abbattimento di un caccia Sukhoi russo da parte della contraerea turca. Poi il presidente turco Erdogan, quando ha capito che Assad non sarebbe caduto, ha cambiato campo mettendosi d’accordo con Putin e con l’Iran. Il suo obiettivo era quello di contenere i jihadisti dell’Isis ma soprattutto i curdi siriani collegati al Pkk curdo in Turchia: l’irredentismo curdo è da sempre l’incubo strategico di Ankara. Ma i curdi siriani sono anche stati i maggiori alleati degli americani contro il Califfato nell’assedio di Raqqa, la roccaforte dell’Isis. Erdogan quindi è in conflitto aperto con gli Usa e deve manovrare con attenzione anche con Mosca e Teheran che appoggiano Assad.

Vediamo che cosa può accadere in Siria nel match Erdogan-Assad.

l faccia a faccia tra l’esercito turco, il secondo della Nato dopo quello americano, e le forze popolari del regime di Damasco, entrate ad Afrin in appoggio alle milizie curdo-siriane, è il segnale di questo drammatico cambiamento che si trascina molte incognite. Finita la guerra al Califfato, se ne potrebbe aprire un’altra di dimensioni ancora più devastanti

Primo: Erdogan, dopo avere fomentato per anni la guerra in Siria aprendo l’autostrada dei jihadisti per abbattere Assad, adesso avrà la soddisfazione di fronteggiare le Forze popolari siriane ad Afrin che intervengono a favore dei curdi. Nei proclami di Erdogan i turchi sono pronti a stringere d’assedio di Afrin, una sorta di rivincita sulla caduta di Aleppo e il presidente turco avrebbe chiesto alla Russia di evitare di appoggiare Assad con l’aviazione.

Secondo: se lo scontro ci sarà davvero il conflitto siriano rischia di estendersi, un’eventualità che però non è negli interessi né della Russia né degli Usa. Mosca vorrebbe dare il via alla ricostruzione economica della Siria mentre Washington è intenzionata a disimpegnarsi anche se oggi è costretta a restare sul campo. Gli Usa, che hanno 10 basi militari in Siria tra cui Manbij, possono frenare Erdogan? Ci sono dei dubbi ma la Turchia è ancora nella Nato e questo è un confine dell’Alleanza Atlantica con dozzine di basi nel territorio turco. La Russia può giocarsi due carte e intervenire diplomaticamente sia con la Turchia che con il regime di Damasco. L’Iran a sua volta sostiene Assad ma ha anche buoni rapporti con Ankara e in aprile è già stato deciso un vertice a tre a Istanbul con Erdogan, Rohani e Putin.

Terzo: Erdogan, se vuole limitare le perdite, è meglio che segua i consigli di Putin e di Teheran, altrimenti si troverà a mal partito: gli altri sanno fare la guerriglia meglio di lui, in particolare le formazioni sciite che si troveranno a fronteggiare oltre ai turchi anche i miliziani sunniti del Free Syrian Army, manovrato da Ankara, che però non sono all’altezza dei guerriglieri curdi e sciiti. Il Kurdistan turco, davanti a questo scenario bellico, costituito da eserciti e milizie contrapposte, gli sembrerà una passeggiata a confronto di quello siriano.

Quarto: se Ankara e Damasco contengono adesso le operazioni militari, tra qualche tempo Erdogan e Assad potrebbero mettersi d’accordo per tenere a bada i curdi. In realtà Assad interviene a sostegno dei curdi per evitare che una loro debàcle favorisca troppo la Turchia.

Quinto: Erdogan, con il colpo di stato del 15 luglio 2015, è stato più vicino alla caduta di Assad e il prossimo anno ha le elezioni presidenziali. Punta sull’Operazione Ramoscello d’ulivo per giustificare la repressione interna e compattare il fronte nazionalista: infatti sta forgiando un’alleanza con l’Mhp, braccio politico dei Lupi Grigi. Non male per uno che è stato dal Papa di recente. Ma la Siria, se non sta attento, può diventare per lui una sorta di mini-Vietnam.

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