Il caso Qui Ticket è la punta dell’iceberg: la guerra di bar e ristoranti ai big dei buoni pasto

Da mesi la genovese Qui! Group, che fornisce i buoni sostitutivi delle mense aziendali a gran parte della pubblica amministrazione italiana, non versa un euro agli esercenti. E in tanti ora hanno smesso di accettarli, a scapito dei lavoratori. È l’ultimo atto della guerra dei “buoni”

Supermarket Linkiesta

(LOIC VENANCE/AFP)

22 Febbraio Feb 2018 0635 22 febbraio 2018 22 Febbraio 2018 - 06:35

“Avvisiamo la gentile clientela che il ristorante non accetta più i buoni pasto Qui Ticket”. “Temporaneamente non si accettano più i buoni pasto Qui Ticket”. Cartelli del genere si trovano appesi ormai da settimane sulle vetrine di bar, ristoranti e supermercati di tutta Italia.

È l’ultimo atto della guerra dei “buoni”. E a vincerla sono in pochi: di certo non i commercianti, né i lavoratori. Da mesi la genovese Qui! Group, che fornisce i buoni sostitutivi delle mense aziendali a gran parte della pubblica amministrazione italiana, non versa un euro agli esercenti. E in tanti ora non ne vogliono sapere più di incassare quei ticket a vuoto, a scapito dei lavoratori che non sanno più che farsene. «Non ci pagano», spiega il cassiere di un grande supermercato in centro a Milano, «e la paura è che questi soldi non rientreranno più». Il mantra si ripete in bar e ristoranti: «Non pagano, non li prendiamo più». Alcuni commercianti preferiscono addirittura rinunciare alla convenzione, presentandosi agli sportelli per riconsegnare le macchinette del pos. Anche perché non è la prima volta che Qui! Group fa aspettare per i pagamenti. L’anno scorso era successa la stessa cosa.

«Questi buoni pasto ormai sono carta straccia per i lavoratori», denunciano i sindacati da Nord a Sud. E per trovare qualcuno che li accetti, bisogna fare il giro delle sette chiese.

A febbraio 2016 i due lotti principali del bando Consip (da sette lotti) per la fornitura dei buoni pasto alla pubblica amministrazione se li è aggiudicati la Qui! Group. L’appalto, del valore di 1 miliardo, da solo rappresenta oltre un terzo del mercato nazionale del settore, che vale circa 2,7 miliardi. A luglio 2017, un altro bando Consip ha assegnato altri due lotti a Qui! Group, del valore di poco più di 100 milioni. Gli altri se li sono divisi i restanti big del settore: Edenred, Day Ristoservice e Sodexo.

Un mercato per pochi, che fagocita nelle sue regole al ribasso baristi, ristoratori e persino la grande distribuzione organizzata. Che ora ha messo una lettera scarlatta su Qui! Group: finché non arrivano i soldi, i buoni non passano. Un danno per tanti lavoratori, visto che da Genova vengono stampati ogni anno in media 100 milioni di buoni pasto.

La mente dietro Qui! Group si chiama Gregorio Fogliani, imprenditore di origini calabresi (Taurianova, Reggio Calabria) trapiantato a Genova, che ha nel palmares un lungo elenco di società e fondazioni aperte e chiuse: dall’organizzazione di eventi sportivi alle mense, dall’immobiliare al turismo, dai bar all’editoria. Il nome dei Fogliani è finito nel 2002 anche in una relazione della Direzione investigativa antimafia di Genova, che indicava la famiglia calabrese come “terminale locale per operazioni di reinvestimento di denaro di illecita provenienza”. Considerato vicino al Vaticano, dagli anni Novanta Gregorio Fogliani ha scalato via via le gare dei buoni pasto tutti i colossi pubblici, arrivando a rifornire con i suoi tagliandi da Poste a Ferrovie, dai ministeri all’Istat, fino alla stessa Consip.

«Tutti lavoratori che ora sono costretti a girovagare per usare i buoni pasto», dice Florindo Oliverio, Fp Cgil. «Il problema principale è la gara che viene fatta per tutte le amministrazioni centrali, con l’assegnazione a una compagnia. La Consip prende l’offerta economicamente più vantaggiosa a prezzi stracciati e i problemi poi si scoprono a gara già fatta». Ma se Comuni ed enti locali possono sganciarsi dall’appalto, le amministrazioni centrali non possono farlo.

Dopo le segnalazioni di migliaia di sindacati e lavoratori, a fine gennaio la Consip ha fatto sapere di aver richiamato «formalmente il fornitore al pieno rispetto degli obblighi contrattuali» e ha invitato le amministrazioni a segnalare i disservizi in modo da «mettere in atto con maggior efficacia eventuali ulteriori azioni nei confronti del fornitore». Da Qui!Group avevano assicurato il ripristino della piena funzionalità del servizio entro il 16 febbraio. Ma non tutti i cartelli con il rifiuto dei Qui Ticket sono stati staccati. Unes ha ripreso ad accettarli da poco. Dal gruppo Auchan invece fanno sapere: “Nei punti vendita Simply al momento è sospesa l’accettazione dei ticket per motivi amministrativi”.

Dall’azienda genovese, però, scaricano la colpa dei mancati pagamenti sui ritardi nei trasferimenti di denaro da parte della pubblica amministrazione, che causerebbero problemi di liquidità. «A causa dei ritardi, spesso siamo costretti a finanziare i pagamenti di tasca nostra», spiega a Linkiesta Ferruccio Borsani, direttore generale business division di Qui! Group, «ma non abbiamo una cassa infinita». L’azienda ora annuncia la chiusura imminente di una partnership, che dovrebbe far fronte ai disagi continui di cassa. Ed «entro la fine di marzo dovremmo recuperare tutti i pagamenti arretrati», assicura Borsani, «mentre dal 1 marzo riprenderemo il servizio di rimborsi rapidi in uno o sette giorni».

La Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe) ha addirittura lanciato lo sportello “Sos buoni pasto” per aiutare i commercianti. Bar, ristoranti e supermercati non ne possono più di disservizi, ritardi di pagamento e guadagni scarsissimi

Ma la vicenda Qui Ticket sembra essere solo la punta dell’iceberg di un sistema tutto sbilanciato a favore delle aziende emettitrici di buoni pasto. La Federazione italiana pubblici esercizi (Fipe) ha addirittura lanciato lo sportello “Sos buoni pasto” per aiutare i commercianti. Bar, ristoranti e supermercati non ne possono più di disservizi, ritardi di pagamento e guadagni scarsissimi. «C’è stato un aumento delle segnalazioni, dovuto anche alla nuova normativa sui buoni pasto», dice Roberto Calugi, direttore generale della Fipe. Un decreto del ministero dello Sviluppo economico entrato in vigore a settembre ha ampliato il numero di esercizi e i prodotti per spendere i buoni pasto, rendendo possibile anche la cumulabilità fino a otto al giorno.

Ma «il problema principale riguarda gli sconti concessi da Consip alle società rispetto al valore nominale del buono pasto, compensati poi per forza dalle commissioni che gli esercenti sono costretti pagare su ogni buono», dice Calugi. Per fare un esempio: su un buono pasto di 10 euro, un ristoratore – al netto della commissione – alla fine ne prenderà 8,50 euro.

E in effetti, nonostante i prezzi stracciati, i bilanci delle società emettitrici dei buoni sono tutt’altro che in rosso. Qui! Group ha chiuso un 2016 da record con 550 milioni di fatturato. La francese Edenred ha superato il miliardo.

Le regole di questo gioco al ribasso dai profitti d’oro le spiega Federdistribuzione: «I limiti al massimo ribasso delle gare pubbliche diventano un punto di riferimento per tutti i grandi utenti (a partecipazione pubblica o privati), che chiedono sconti analoghi a quelli della pubblica amministrazione nell’acquisito dei buoni pasto per i propri dipendenti». E il risultato è «una situazione paradossale da cui traggono massimo giovamento, in primo luogo, i grandi utenti pubblici e privati, che pagano meno il servizio sostitutivo di mensa a discapito dei soggetti a valle, ossia di coloro che devono fornire il servizio e che si vedono aumentare anno per anno i costi di commissione richiesti dalle società emettitrici, sempre più in difficoltà nel gestire la logica del continuo ribasso».

Una situazione paradossale da cui traggono massimo giovamento, in primo luogo, i grandi utenti pubblici e privati, che pagano meno il servizio sostitutivo di mensa a discapito dei soggetti a valle, ossia di coloro che devono fornire il servizio e che si vedono aumentare anno per anno i costi di commissione

Nel nuovo decreto del Mise, però, c’è una novita importante, che se venisse applicata risolverebbe non pochi problemi. La norma stabilisce che il ribasso sul valore nominale del buono pasto concesso dalla società emittente alla pubblica amministrazione non può essere superiore alla commissione verso gli esercenti. Tradotto: se la società emettitrice dei buoni pasto dichiara in sede di gara che applicherà una commissione agli esercizi convenzionati pari al 3%, lo sconto applicabile sul valore del buono non potrà essere superiore al 3%.

Un enorme passo avanti, se si considera che oggi gli sconti superano il 20% (come è accaduto per la gara Consip del febbraio 2016), e le società emettitrici recuperano l’equilibrio economico attraverso i servizi aggiuntivi e commissioni non dichiarate che vengono richiesti alla rete degli esercizi che svolgono il servizio sostitutivo di mensa.

Secondo un calcolo della Fipe, lo sconto che i committenti pubblici e privati pretendono ogni anno sul valore dei buoni ammonta a 500 milioni: un buco coperto per di più sacrificando i margini degli esercenti, fino ad azzerarli. Pochi soldi, che arrivano anche in ritardo. Qualcuno che paga subito c’è. Ma la maggior parte paga solo dopo innumerevoli solleciti. O almeno si spera.

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