Né furto, né spionaggio: nel caso Cambridge Analytica i veri colpevoli siamo noi

La bolla è scoppiata. Facebook è un grande strumento di marketing personalizzato. Se non paghi, vuol dire che il prodotto sei tu. Dobbiamo capire l'importanza di tutelare i nostri dati, che sono il vero nuovo petrolio. I dati hanno un valore economico enorme e non dobbiamo regalarli

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Mark Zuckerberg

JOSH EDELSON / AFP

21 Marzo Mar 2018 0735 21 marzo 2018 21 Marzo 2018 - 07:35
Tendenze Online

Se diamo a qualcuno il permesso di entrarci in casa e di portare via tutto quello che gli pare, poi non possiamo lamentarci di aver subito un furto. E quindi, parlare di “furto di dati” in relazione alla questione Cambridge Analytica non solo è fuorviante, ma lascia immaginare che Facebook non sia del tutto consapevole dei modi più o meno accettabili in cui viene sfruttata la sua piattaforma. Peccato che Mark Zuckerberg sappia benissimo tutto ciò. A dire la verità, la raccolta e vendita di dati privati è proprio il modello su cui ha costruito il suo impero.

Facciamo un passo indietro. Avete presente quei giochini, spesso sotto forma di quiz, che compaiono un giorno sì e l’altro pure su Facebook? A partire dal 2014 è circolato un test della personalità condotto “a fini accademici” dal ricercatore Aleksandr Kogan. Circa 270mila utenti hanno partecipato al quiz acconsentendo alle condizioni poste: l’accesso ai dati personali reperibili sul social network (e Facebook sa tantissimo di noi, potete verificarlo da soli). Il problema è che nessuno legge i termini e le condizioni, e quindi pochissimi si saranno accorti che avevano acconsentito a fornire non solo i propri dati, ma anche quelli degli amici. Così, 270mila partecipanti hanno permesso a Kogan di ottenere dati grezzi su 50 milioni di utenti, che li ha poi venduti (probabilmente illecitamente) a Cambridge Analytica.

Non si può parlare di furto. E la cosa paradossale è che neanche Facebook vuole che la vicenda venga descritta così, per evitare di essere accostato alle società (da Yahoo a LinkedIn e decine di altre) che hanno subito attacchi hacker mirati, in quei casi sì, a sottrarre i dati personali degli utenti. Facebook, in questo modo, conferma che Cambridge Analytica ha conquistato le informazioni personali di 50 milioni di utenti non sfruttando un bug della piattaforma, ma attraverso una normale funzionalità; creata proprio a quello scopo.

Non si può parlare di furto. E la cosa paradossale è che neanche Facebook vuole che la vicenda venga descritta così, per evitare di essere accostato alle società (da Yahoo a LinkedIn e decine di altre) che hanno subito attacchi hacker mirati, in quei casi sì, a sottrarre i dati personali degli utenti. Facebook, in questo modo, conferma che Cambridge Analytica ha conquistato le informazioni personali di 50 milioni di utenti non sfruttando un bug della piattaforma, ma attraverso una normale funzionalità; creata proprio a quello scopo

La raccolta di informazioni, d’altra parte, è il cuore stesso del modello di business di Zuckerberg, che li vende a fini di marketing al miglior offerente e permette a terze parti di raccoglierli allo stesso scopo. Ed è per questo che è sbagliato anche parlare di “spionaggio” degli utenti. Nessuno ci controlla a nostra insaputa per poi divulgare di nascosto le informazioni scoperte: è fatto tutto alla luce del sole. Non è spionaggio, semmai è profilazione: i dati personali raccolti su Facebook vengono utilizzati da società di marketing per creare profili commerciali e inviare pubblicità targettizzate in base ai nostri gusti. Cambridge Analytica ha utilizzato questi strumenti per promuovere Donald Trump durante le elezioni presidenziali statunitensi, per supportare il “leave” durante la Brexit e forse anche in favore di un partito italiano, il cui identikit sembrerebbe corrispondere (ma il condizionale è d’obbligo) a quello della Lega Nord.

Fatta eccezione per il caso italiano (ancora da dimostrare), non ci sono grandi novità: è da oltre un anno che si parla di come Cambridge Analytica abbia sfruttato le potenzialità di Facebook per promuovere Donald Trump e la Brexit indirizzando messaggi elettorali (a volte mascherati da notizie) cuciti su misura. Perché solo adesso tutto questo baccano, che ha addirittura provocato la convocazione di Mark Zuckerberg da parte di una Commissione parlamentare britannica? Probabilmente, perché solo adesso ci si è resi conto di quali dimensioni può assumere l’utilizzo dei dati personali, non solo a innocui scopi pubblicitari, ma anche politici e addirittura – come reso noto nel 2016 in occasione dello scandalo Geofeedia (durante il quale si scoprì che questa agenzia forniva dati personali alle forze dell’ordine) – di sorveglianza. Non è Facebook che all’improvviso è diventata cattiva, è una parte dell’informazione mainstream che ha chiuso tutti e due gli occhi davanti a quanto avviene da anni.

In questa storia ci sono solo due aspetti inquietanti: che Kogan abbia venduto i dati a Cambridge Analytica senza averne il permesso e che Facebook in passato abbia consentito a terze parti di raccogliere dati anche di persone inconsapevoli (gli “amici degli amici”). Nel primo caso, non si può dare la responsabilità a Zuckerberg; nel secondo, viene solo dimostrato come il fondatore di Facebook sia un businessman senza troppi scrupoli e non il liberal con il sogno di “connettere il mondo” che si è continuato a voler vedere. Per il resto, a fare scalpore è che questa forma social di propaganda politica sia stata utilizzata a favore dei “cattivi” per definizione della politica occidentale: Donald Trump e i fautori della Brexit

In questa storia ci sono solo due aspetti inquietanti: che Kogan abbia venduto i dati a Cambridge Analytica senza averne il permesso e che Facebook in passato abbia consentito a terze parti di raccogliere dati anche di persone inconsapevoli (gli “amici degli amici”). Nel primo caso, non si può dare la responsabilità a Zuckerberg; nel secondo, viene solo dimostrato come il fondatore di Facebook sia un businessman senza troppi scrupoli e non il liberal con il sogno di “connettere il mondo” che si è continuato a voler vedere. Per il resto, a fare scalpore è che questa forma social di propaganda politica sia stata utilizzata a favore dei “cattivi” per definizione della politica occidentale: Donald Trump e i fautori della Brexit. Possiamo consolarci: entro breve – a meno che non si prendano misure drastiche – sarà la normalità per qualunque campagna elettorale e per qualunque partito. Cambridge Analytica è stata solo la prima società a cogliere appieno le potenzialità politiche della raccolta dati effettuata attraverso Facebook e gli altri social network.

Finalmente è scoppiata la bolla e tutti possono vedere Facebook per quello che è: uno straordinario strumento per il marketing personalizzato. È l’occasione per imparare una volta per tutte la lezione secondo cui “quando non paghi qualcosa, il prodotto sei tu” e comprendere a fondo l’importanza di tutelare i nostri dati. I dati personali sono il nuovo petrolio, la materia prima che tutte le aziende desiderano. E con l’avvento della Internet of Things – e quindi di miliardi di sensori che monitoreranno qualunque cosa, dalle abitudini alimentari allo stile di guida, fino all’attività fisica – lo diventeranno sempre di più. Da una parte dobbiamo imparare a proteggere le nostre informazioni private (o volete che, stipulando un’assicurazione sulla vita, tutti sappiano quante sigarette fumate, quante birre bevete e quanta poca attività fisica fate?) e dall’altra, forse, è giunto anche il momento di capire che questi nostri dati (una volta aggregati) hanno un valore economico enorme. Dobbiamo continuare a regalarli come se niente fosse?

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