Shopping del 25 aprile e 1 maggio? Solo in Italia non ci sono regole per le chiusure nei giorni festivi

I negozi italiani possono restare aperti 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, domeniche e festività incluse. Siamo gli unici in Europa a non avere alcuna regolamentazione in merito

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(Drew Angerer / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP)

25 Aprile Apr 2018 0730 25 aprile 2018 25 Aprile 2018 - 07:30
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Arrivano il 25 aprile e il 1 maggio, e riecco gli scioperi. È già successo a Natale, Capodanno, Pasqua e Pasquetta. Davanti alle saracinesche alzate di centri commerciali e grandi catene, da Ikea ad Auchan, i sindacati di categoria hanno riproposto la campagna “la festa non si vende”, ricordando che le aperture indiscriminate «non hanno in realtà risolto i problemi occupazionali delle imprese in crisi, né creato nuovi posti di lavoro e non hanno prodotto risultati positivi per le aziende». Lo slogan è: «Non tuffarti nei posti sbagliati. Fai un tuffo, ma fallo al mare e non in un centro commerciale».

Un copione che si ripete ormai a ogni festività, quando a quasi 600mila commessi e commesse italiane è richiesto di lavorare. Perché dal decreto Salva-Italia del governo Monti in poi, del 2012, il nostro Paese è diventato patria della deregolamentazione nell’apertura dei negozi. Tant’è che diversi partiti, dalla Lega ai Cinque stelle, nei programmi elettorali hanno proposto nuove norme per permettere al lavoratore di scegliere se lavorare o no nei giorni rossi (cosa che in realtà si può fare già ora, ma in pochi lo sanno). E alcune catene, come Coop, della scelta di non aprire nei festivi ne hanno fatto un fiore all’occhiello.

In Italia i negozi possono in teoria restare aperti 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno, domeniche e festività incluse. Siamo gli unici in Europa a non avere alcuna regolamentazione in merito. Ci sono Paesi che hanno stabilito un numero massimo di aperture festive. Come la Germania, dove le regole variano da regione a regione: in ogni caso, si può aprire per un massimo di dieci domeniche all’anno e con un orario ridotto. In Belgio, invece, il limite massimo per le zone turistiche è di 13 domeniche, per le altre aree tre. In Spagna non si va oltre le otto-dodici aperture domenicali; in Olanda il limite è di 12 (si sale per le zone turistiche). In Norvegia, dopo diversi tentativi falliti di fissare un limite massimo di domeniche di apertura, si è stabilito che gli unici negozi che possono tenere su le serrande sono i piccoli alimentari, le stazioni di servizio e le attività nelle zone turistiche.

I sindacati di categoria hanno riproposto la campagna “la festa non si vende”. Lo slogan è: “Non tuffarti nei posti sbagliati. Fai un tuffo, ma fallo al mare e non in un centro commerciale”

Nel Regno Unito le aperture domenicali sono normate in base alla metratura dei supermercati e dei negozi. Lo stesso vale per la Repubblica Ceca. In Danimarca, nel corso delle feste nazionali e nella vigilia di Natale e Capodanno, i negozi possono restare aperti al massimo fino alle 15.

In Francia, il presidente Emmanuek Macron ha introdotto una nuova regolamentazione distinguendo tra negozi di alimentari e non. Per i negozi che non vendono cibo, la decisione spetta ai sindaci e la paga per i lavoratori, che accettano volontariamente di lavorare, deve essere doppia. In Grecia, tranne qualche eccezione per i panettieri e le stazioni di rifornimento, i negozi possono restare aperti due domeniche prima di Natale, la prima della stagione dei saldi e quella prima di Pasqua. In Polonia non ci sono regole sulle aperture di domenica, ma per 13 festività nazionali la chiusura è obbligatoria.

Ci sono poi Paesi, come la Svezia, l’Estonia o l’Irlanda, dove non esistono regole restrittive sulle aperture dei negozi, ma autorità locali e sindacati possono comunque decidere di normare gli orari delle attività commerciali nei giorni festivi e nelle ore notturne. È dal 1972, ad esmepio, che gli svedesi hanno deregolamentato gli orari di apertura, ma le sigle sindacali puntualmente contrattano regole e flessibilità per le ore di lavoro festive e notturne.

Ai sindacati italiani, per il momento, non resta che scioperare, dopo che alcuni centri commerciali quest’anno hanno aperto le porte anche nel giorno di Natale. Mentre a casa stappavano lo spumante, c’era chi vendeva calzini e mutande.

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